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Ancora nuovi muri nel cuore dell’Europa

di Bruno Marasà

Quanto sta avvenendo da alcuni giorni alla frontiera tra Bielorussia e Polonia ripropone non solo un quadro umanitario insopportabile. Stiamo assistendo a strategie sofisticate che hanno al centro un solo obiettivo: strumentalizzare, sfruttare, la condizione di un pugno di profughi (si tratta solo di 4000 persone circa, tra cui anziani, donne e bambini, provenienti da paesi difficili quali l’Afghanistan, la Siria, l’Iraq e lo Yemen) per giocare partite più ampie per quanto riguarda le relazioni tra l’Unione europea e un paese, la Bielorussia che, giustamente, è stato messo sotto i riflettori di iniziative diplomatiche, spinte sino al varo di sanzioni, come conseguenza di elezioni chiaramente irregolari che hanno portato alla rielezione del Presidente Lukashenko.

Le cronache sulle condizioni in cui si trovano questi profughi hanno raggiunto davvero la soglia della sopportabilità. Al freddo e alla fame si aggiungono le persecuzioni fisiche da parte dei militari delle due parti contro chi cerca in qualche modo di sfuggire alle strette maglie dei controlli.

E per fortuna, assistiamo a prove di sensibilità e spirito di umanità, contro ogni logica meramente repressiva, se è vero che i contadini dei villaggi polacchi vicini all’area di Krynski (confine polacco- bielorusso) mettono, nottetempo, a disposizione dei profughi cibo e altri beni di primissima necessità.

La novità di quanto sta accadendo, cinica quanto grave, ha consistito nella vendita di “pacchetti” turistici per i profughi convinti di sottrarsi al rischio, grazie ad un visto di ingresso in Bielorussia, di avere accorciato la lunga strada di avvicinamento, piena di incognite, ai confini europei.

Proviamo ad immaginare una situazione diversa. Quella per la quale dei visti umanitari possano essere dati sul serio da parte dei paesi europei che hanno nelle loro Costituzioni e nei Trattati dell’Unione europea scritti i principi di solidarietà e accoglienza. Nulla di tutto questo accade o è in programma, anche se ci sono i precedenti positivi di viaggi umanitari organizzati con grande generosità dall’Italia in accordo con la Comunità di S. Egidio.

Tutto questo naturalmente presupporrebbe il superamento di regole (in primis il famigerato Regolamento di Dublino) che finalmente stabiliscano che, a certe condizioni, profughi possano esser accolti da paesi dell’Unione europea. E su questo fronte purtroppo non si sono fatti progressi.

Quello che appare più grave in questa ennesima vicenda alla frontiera orientale dell’Unione (non dimentichiamo quella aperta a Lipa, al confine tra Bosnia e Croazia) è la rappresentazione da ultimo avviso, prima di supposte invasioni di massa.

In realtà abbiamo a che fare con governi (e quello polacco non fa nulla per nascondere la sua volontà) che intendono strumentalizzare ai fini interni queste drammatiche vicende, irrobustendo linee di oltranzismo nazionalista e sovranista. E colpisce stavolta il fatto che alcuni rappresentanti europei, in primo luogo il Presidente del Consiglio, Charles Michel, sembrano assecondare queste azioni arrivando a sostenere la possibilità di poter contribuire finanziariamente alla costruzione di quelli che pudicamente chiamano fence (barriere) anziché con il loro vero nome cioè wall (muri). Per fortuna la Commissione europea ha ribadito la linea di astenersi dal fornire sostegno finanziario diretto a questi propositi. Tant’è, il quadro che ne viene fuori è disarmante.

Eppure senza una politica comune di accoglienza dei richiedenti asilo, il controllo comune di ondate migratorie (destinante del resto a non interrompersi) generate da guerre, conflitti locali, siccità e fame, l'Europa non riuscirà a venirne a capo.

Bisogna riaprire un confronto a dimensione europea. Non è pensabile lasciare ad ogni singolo paese trovare le risposte. Succede da tempo con l’Italia o la Grecia e la Spagna. Succede adesso con Ungheria, Lituania o Polonia.

E la chiave di questo confronto non può che basarsi su principi di solidarietà certamente, ma anche di opportunità. Sarà utile ricordare l’esistenza di un enorme problema demografico con il quale i paesi europei dovranno fare i conti nei prossimi anni. Solo nella Germania un recentissimo studio dice che questo paese ha bisogno di oltre 250 mila immigrati all’anno per mantenere gli attuali livelli di sviluppo produttivo e servizi. E lo stesso fenomeno, in proporzione, riguarda l’Italia.

Attenzione, questa riflessione non è un parlar d’altro rispetto alle drammatiche immagini di questi giorni che ci arrivano dalla frontiera polacco-bielorussa. Chi si avventura in queste situazioni lo fa perché alle proprie spalle non ha nulla da perdere. È chiaro che si creano situazioni eccezionali e condizioni di degrado che nessuno di noi vorrebbe vedere.

Allora il problema rimane quello di creare circuiti virtuosi, capaci sì di controllare le forme più estreme e disperate scelte dai profughi, ma offrendo loro vie legali e controllate di ingresso nei nostri paesi.

E, soprattutto, la Commissione Europea, dovrebbe essere messa in condizione di occuparsi per conto di tutti gli Stati membri dell’Unione di questi fenomeni sottraendoli alle scelte e alle spinte strumentali dei singoli paesi. Sappiamo bene quale funzione svolge per esempio in un paese come la Polonia questo sussulto segregazionista (e lo stesso è già successo in Ungheria). Serve a rinsaldare un malinteso patriottismo e spinte nazionaliste che in verità abbiamo visto rivolti contro la stessa popolazione polacca se si parla di stato di diritto, dei diritti delle donne, del rispetto delle diversità.

Abbiamo bisogno di più Europa anche in questo campo, e smetterla di giocare con visioni egoistiche e di corto respiro, tanto più se rivolte verso questi nuovi disperati in fuga.

Bruno Marasà, già funzionario del Parlamento europeo, esperto di politica estera e comunicazione istituzionale

12 novembre 2021

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Una rubrica aperta da Bruno Marasà, già funzionario del Parlamento europeo, esperto di politica estera e comunicazione istituzionale