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Diritti per chi?

di Bruno Marasà

Questa rubrica si intitola Europa, democrazia e diritti umani. E nelle settimane e nei mesi scorsi si è cercato di dar conto in maniera puntuale di un repertorio che purtroppo si compone di violazioni di diritti, di pratiche illiberali, se non del ricorso alla violenza per sopraffare qualcuno.

L’Europa dovrebbe essere (continuare ad essere), nonostante limiti evidenti nella coerenza dei suoi comportamenti, il faro di cittadini informati e aperti alla difesa di valori che sono iscritti nei suoi Trattati.

Chi scrive è convintamente impegnato nella difesa di questi valori, consapevole che solo la combinazione virtuosa di comportamenti individuali, dell’azione concreta dei governi, delle autorità pubbliche, dei mezzi d’informazione o delle associazioni come Gariwo, possono contribuire a tenere alta la bandiera di questa ricorrente battaglia.

Avere assunto come riferimento l’Europa, meglio l’Unione europea e le sue istituzioni, ha permesso anche di guadare più direttamente in casa nostra, denunciando per esempio le degenerazioni, ahimè ancora in corso, in paesi come la Polonia e l’Ungheria, ma non solo.

Per non smentire questa attenzione val la pena riferire, dell’ultima illiberale, e anche abbastanza stupefacente, decisione assunta dal Governo ungherese di Victor Orbán. Ha semplicemente sottratto gli 11 migliori atenei del Paese allo Stato e li ha sottoposti a fondazioni, amministrate da rappresentanti da lui nominati! Come aveva fatto al momento della riforma della Corte Suprema, di fatto sottomettendola al controllo politico, Orbán ha predisposto un meccanismo di governance di queste fondazioni che sarà difficile modificare, anche se dovesse arrivare un nuovo governo, nel caso non disponesse della maggioranza dei due terzi che è quella che sta permettendo all’autocrate ungherese di prendere simili decisioni.

Non vogliamo che diventino istituzioni globali” ha detto Orbán, parlando delle Università del suo paese. E pensare che le Università come quella di Bologna o di alte città italiane e non solo nacquero, secoli fa, proprio con lo spirito di apertura alla scienza e alla conoscenza a livello mondiale.

Non c’è però solo l’Europa. L’elezione del nuovo Presidente americano Biden ha riaperto canali di dialogo fondati sull’idea che occorre alzare la soglia della convivenza a livello globale, a sostegno delle democrazie (e quindi dei diritti dei cittadini). È un indirizzo corretto, plausibile, in mondo che, purtroppo anche con il contributo del suo predecessore Trump, ha infittito la rete di conflitti, dichiarati e no. Soprattutto questi appelli hanno un grande valore se si pensa che c’è il bisogno, urgente, del ritorno ad un mondialismo e ad un universalismo che sono gli unici strumenti per rispondere alla domanda iniziale che ci siamo posti.

Diritti per chi?

Non è pensabile che si crei, come l’ha chiamata qualcuno, una “internazionale democratica” da contrapporre ad un vasto mondo dove non c’è democrazia partecipativa e rispetto dei diritti umani. Questa tendenza avrebbe in sé, insito, un punto debole. Quello di una esasperata contrapposizione di tipo ideologico alla quale continuerebbero a seguire compromessi quotidiani sul piano della realpolitik, degli accordi commerciali e così via.

Del resto com’è pensabile che nel mondo attuale si crei una linea di separazione tra le democrazie (tali o ritenute tali, viste le violazioni che registriamo al loro interno e di cui abbiamo parlato in questa rubrica) e paesi come la Cina, la Russia, la Turchia, o molti paesi del continente africano e di quello asiatico? Se qualcuno pensa ad una nuova “guerra fredda”, potrebbe essere utile ricordare che da quella lunga pagina di separazione si uscì anche grazie al principio della coesistenza pacifica. La minaccia della “mutua distruzione di massa” basata sul possesso delle armi nucleari, dovrebbe essere oggi sostituita da strumenti di cooperazione che, senza compromessi al ribasso, siano in grado di favorire il rispetto di principi fondamentali di convivenza.

Occorre quindi creare una “armatura” speciale, là dove questo è possibile, per denunciare, cercare di prevenire le violazioni dei diritti umani. Avendo chiaro però che è necessario tenere aperto il filo di un dialogo che, se interrotto, porterebbe soltanto al risultato di perpetuare situazioni esistenti o, come vediamo, o di contribuire ad aggravarle.

Torna il riferimento all’Europa quindi come “potenza gentile” che forte delle sue tradizioni e del fatto che ha saputo pagare i conti con la sua storia può e deve svolgere una politica più attiva su questo terreno.

E ricordiamo che il progetto di unità europea nacque sulla base del mai più la guerra e fu anche il contributo di pace più forte (e continua ad esserlo) per combattere razzismo, antisemitismo, discriminazioni fondate sulla religione e, ancora più recentemente, di genere.

Ci sarebbe un buco nero però in questa riflessione se non si desse uno sguardo a quanto sta succedendo in Medio Oriente con la ripresa di un duro e violento conflitto tra israeliani e palestinesi, con il carico ormai di centinaia di morti.

Diritti per chi?

Ripropongo questa angosciosa domanda di fronte a quanto sta accadendo, ormai da circa due settimane, a Gerusalemme, a Gaza, in Israele, nei Territori palestinesi.

So bene che qualunque tentativo di approfondire le ragioni degli uni e degli altri spinge facilmente verso il terreno inclinato della contrapposizione scontata tra pro-israeliani e pro-palestinesi.

Personalmente voglio sottrarmi a questa gabbia. Conosco da vicino quella realtà. Ho visitato decine di volte quei luoghi e ho avuto modo di parlare direttamente con molti dei protagonisti delle due parti. E soprattutto ho conosciuto israeliani, arabo-israeliani e palestinesi impegnati, mano nella mano, a costruire opportunità di pace.

Non è questa la sede per commentare la nuova drammatica implosione di violenza. Mi viene però in soccorso l’analisi, già pubblicata da Gariwo, di Nadav Tamir, direttore esecutivo di J Street in Israele e membro del Peres Center.

Parlando dell’esperienza dei Giusti, scrive Tamir, “si affronta il tema fondamentale della prevenzione dei genocidi e di ogni forma di male verso gli ebrei e i non ebrei. Infatti, quando noi affermiamo che quel passato non si debba più ripetere, immaginiamo sempre che ci debbano essere sulla scena pubblica uomini che possano impedirlo con il loro coraggio, sentendo il richiamo della propria coscienza”.

Citando la straordinaria esperienza dei Giardini dei Giusti, promossa da Gariwo, l’autore suggerisce che “questo esempio potrebbe venire ripreso anche in Israele con la creazione di un Giardino dei Giusti di tutta l’umanità a Tel Aviv o Haifa… il nostro paese potrebbe lanciare un messaggio straordinario di speranza e il ricordo della Shoah avrebbe un impatto ancora più importante. Mostrare che Israele non ricorda solo i non ebrei che hanno salvato ebrei suoi, ma anche tutti coloro che salvano il prossimo dall’annientamento, è una grande operazione morale degna di un grande popolo, di una grande cultura e di un grande paese”. Non si poteva dire meglio.

Volgiamo per un attimo lo sguardo verso l’altra parte. Mi ha colpito quanto scrive in un articolo Flavo Fusi, a lungo inviato della RAI in Medio Oriente, commentando quanto sta avvenendo in questi giorni tra Gaza, Gerusalemme e Israele sul portale “Succedeoggi”. Nel 2000, seguendo la visita di Papa Woytila a Gerusalemme, ebbe la possibilità di parlare, a margine degli incontri ufficiali, con un “Giusto”, sopravvissuto all’olocausto e invitato per l’occasione dalla lontana Polonia.

Il “vecchio ebreo” lo accolse nella sua camera d’albergo e a una domanda rispose: “caro signore qui e dappertutto non ci sono bambini palestinesi ed ebrei. Sono bambini questi, e nient’altro che bambini”.

Fusi, commentando un video che in molti in questi giorni abbiamo visto, di una bambina che vive a Gaza, davanti alla casa distrutta dai bombardamenti, ne riporta le parole “ho solo 10 anni, cosa devo fare?”

E a questi bambini che debbono rispondere i decisori politici, gli estremisti e i facitori di guerre.

Bruno Marasà, già funzionario del Parlamento europeo, esperto di politica estera e comunicazione istituzionale

20 maggio 2021

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Europa, democrazia e diritti umani

Con la pandemia molti paradigmi sono cambiati. La globalizzazione ha mostrato il suo carattere invasivo attraverso la diffusione universale del COVID 19. Per salvaguardare la vita di milioni di persone, per rendere compatibili con sostenibilità e attenzione all’ambiente le “catene di valore” dell’economia mondiale, è necessario ripensare radicalmente principi e politiche delle relazioni internazionali.

Un nuovo mondo prende le mosse. La compressione della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta ci porterà verso un “globalismo regionale”, dove grandi macro aree potranno, paradossalmente, regolare meglio fenomeni politici ed economici. Anche attraverso una tutela maggiore di diritti umani inalienabili e rispetto di regole democratiche.

L’Europa può svolgere un ruolo decisivo grazie al suo potenziale. In primo luogo quello di essere un'area dove convivono sviluppo e libertà (nonostante vistose violazioni e contraddizioni al suo interno). E le ragioni della sua unità sono basati sui valori di pace, solidarietà e responsabilità. Per esercitare questo ruolo l’Europa deve poter “parlare con una sola voce” e battersi per il rinnovamento delle istituzioni del multilateralismo a livello globale. 

Una rubrica aperta da Bruno Marasà, già funzionario del Parlamento europeo, esperto di politica estera e comunicazione istituzionale