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Europa e democrazia. No ai veti “sovranisti” di Polonia e Ungheria

di Bruno Marasà

Le istituzioni dell’Unione europea, alla vigilia di decisioni importanti (approvazione del bilancio pluriennale 2021-2027 e varo del Next Generation Eu, un totale di 1840 miliardi di euro!) si trovano in un collo di bottiglia, un passaggio stretto.

In breve. Questi due provvedimenti devono essere approvati dal Parlamento europeo (nel primo caso, quello del bilancio, con il suo consenso obbligatorio, nel secondo con una raccomandazione positiva), e dal Consiglio Ue che deve decidere all’unanimità. Nel frattempo le due istituzioni hanno anche approvato una bozza di regolamento che prevede la condizionalità per l’accesso ai fondi europei sulla base del rispetto dello stato di diritto da parte di tutti i 27 Stati membri. Questa decisione, come era possibile, è stata presa dal Consiglio a maggioranza qualificata, con il voto contrario di Polonia e Ungheria. Paesi che, attuando un vero e proprio ricatto, hanno messo il veto sull’adozione all’unanimità degli strumenti finanziari. E questo nonostante ne sarebbero largamente beneficiari.

Una empasse che dovrà essere sciolta prima del 10 dicembre, quando si riunirà il Consiglio europeo (che riunisce i Capi di Stato e di governo dei 27).

Come uscirne? Non è facile. L’accordo sulla condizionalità nasce dalla legittima preoccupazione, supportata già da casi accertati, di violazione di norme democratiche proprio nei due Paesi coinvolti.

La premessa di questa vicenda sta tutta nell’articolo 2 del Trattato dell’Unione europea (TUE) dove si afferma che “l’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani…”.

E a questo punto è utile ritornare sulla prima delle due conferenze online di GariwoNetwork 2020 Conoscere il mondo, ripensare la Memoria. Oltre ai focus su Usa e Cina c’è stato l’utile approfondimento di Micol Flammini, proprio sulla situazione in Ungheria e Polonia. Paesi che nel giro di pochi anni sono passati dalla legittima aspirazione a far parte di un sistema democratico come quello dell’Unione europea, ad una preoccupante deriva “sovranista e nazionalista”.

L’espressione più estrema di questa regressione è stata quella del Presidente ungherese Viktor Orbán che, ormai tempo fa, ha fatto ricorso all’espressione “democrazia illiberale”, ritenuta come legittima per difendere le proprie scelte in materia di indipendenza della Magistratura, limitazioni della libertà di stampa, violazione di diritti dei cittadini in molti settori. Il Primo Ministro polacco Mateusz Morawiecki ha detto addirittura che “l’Unione europea si comporta con noi come faceva l’Unione Sovietica”!

In Polonia, dopo una lunga sequenza di decisioni prese dal partito di maggioranza (PiS), che hanno portato al cambio della Costituzione, compresa la decisione di revocare giudici e nominarne altri da parte del governo, nelle ultime settimane si è arrivati al varo di una legge sull’aborto che di fatto lo vieta e mette a rischio la vita delle donne (suscitando peraltro la protesta pacifica di centinaia di migliaia di donne in tutto il Paese).

Su questo ed altri provvedimenti adottati dai due Paesi non sono mancate le prese di posizione, sempre votate a larga maggioranza, del Parlamento europeo.

Adesso, però, si impone una questione radicale. La verifica della compatibilità con il sistema democratico dell’Unione europea, così come disegnato nel Trattato, di decisioni e prese di posizione che alludono a una sorta di totale indipendenza e quindi alla volontà di sottrarsi non solo alla legittima valutazione politica del Parlamento eletto dai cittadini europei, quanto ai suoi organi di garanzia che operano sulla base di procedure ben precise (la Commissione europea, incaricata di vigilare sul rispetto dei Trattati) e in modo indipendente (la Corte di Giustizia dell’UE di Lussemburgo).

Quale conclusione si può trarre da questa drammatica situazione? Quanto a lungo può essere accettata la partecipazione consensuale ad un’organizzazione sovranazionale, di cui si sono accettati valori e principi al momento dell’adesione?

Qui torna la riflessione avanzata dalla due giorni di Gariwo. Ripensare la memoria diventa un passaggio ineludibile. È vero che i Paesi dell’ex-blocco sovietico hanno vissuto alcuni decenni sotto l’oppressione. È altrettanto vero, però, che in questi stessi Paesi, tra cui Ungheria e Polonia, si erano già viste espressioni “illiberali”, in alcuni casi compiacenti durante l’occupazione nazista nei loro territori. Il passato sembra riemergere. Siamo addirittura arrivati al “revisionismo storico” di chi in Polonia si rifiuta la citazione, inevitabile, della collocazione dei campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau, in questo Paese.

Occorre quindi, oltre alla necessità di sciogliere presto i nodi cruciali per la ripresa a causa della gravissima crisi economica provocata dalla pandemia (questo è il Next Generation EU), aprire un grande dibattito culturale, dentro e fuori le istituzioni, sull’identità europea.

Non solo, quindi, sulle basi comuni che, già oggi, attraverso il mercato e la condivisione di principi e valori, hanno fatto progredire l’integrazione europea, quanto sulle prospettive che ad essa si vogliono assicurare. Certo è inammissibile pensare che si possa stare insieme, in una “casa comune”, pensando al tempo stesso di praticare l’arbitrio e la violazione di fondamentali diritti nel proprio Paese. Hic rhodus hic salta!

Bruno Marasà, già funzionario del Parlamento europeo, esperto di politica estera e comunicazione istituzionale

Bruno Marasà, già funzionario del Parlamento europeo, esperto di politica estera e comunicazione istituzionale

30 novembre 2020

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Un nuovo mondo prende le mosse. La compressione della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta ci porterà verso un “globalismo regionale”, dove grandi macro aree potranno, paradossalmente, regolare meglio fenomeni politici ed economici. Anche attraverso una tutela maggiore di diritti umani inalienabili e rispetto di regole democratiche.

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Una rubrica aperta da Bruno Marasà, già funzionario del Parlamento europeo, esperto di politica estera e comunicazione istituzionale

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Lina Attalah

giovane giornalista indipendente egiziana, cofondatrice del giornale Mada Masr