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Insurrezione a Capitol Hill

di Bruno Marasà

Quanto è successo il 6 gennaio scorso a Washington ha avuto un’enorme risonanza mediatica e politica. Con il passare delle ore ci si è accorti che non si trattava della gazzarra provocata da un gruppo di esagitati.

Non è stato un golpe, d’accordo, ma certamente l’assalto ha avuto le caratteristiche di una vera e propria “insurrezione politica”, come l’ha chiamata Sergio Fabbrini (Sole 24 ore). Con un chiaro responsabile: il Presidente uscente Donald Trump. Tutto quello che lui ha fatto e detto nelle settimane precedenti, prima e dopo le elezioni, appariva come segno premonitore di questo finale tragico (ricordiamo che alla fine ci sono stati 5 morti).

Gli USA non sono nuovi a sommovimenti politici radicali, violenze, sino alla sedizione e alla secessione. Questa constatazione, dimenticata spesso dalla retorica sul “paese più democratico del mondo”, non deve sorprenderci. La grande democrazia americana, liberal e multietnica, si regge in realtà su delicati equilibri (bianchi vs. afroamericani, ispanici, eccetera) e su un balance of power distribuiti tra Presidente, Congresso, le strutture federali e quelle dei singoli Stati.

Insomma. Una realtà complicata, di fronte alla quale dovremmo essere meno ingenerosi verso noi stessi quando, come europei, parliamo dei nostri sistemi democratici che, ad oggi e grazie ad una intuizione storica troppo spesso sottovalutata, riguarda la maggioranza dei paesi europei. Tra questi, in primo luogo, quelli che fanno parte dell’Unione europea.

L’obiezione che potrebbe essere mossa, con riferimento a Ungheria e Polonia, non scalfisce il valore di questa affermazione. Gli anticorpi contro “democratici illiberali”, sovranisti e populisti si sono messi in moto, come abbiamo scritto nelle settimane scorse. C’è un confronto aperto e ci sono regole, aggiornate, pronte per prevenire eventuali degenerazioni. Sin qui si parla, tuttavia, di Stati e Governi, mentre il faro deve rimanere acceso sui comportamenti di leader, partiti, movimenti, che fanno leva, al pari di Trump, nella pulsione populista e in definitiva autoritaria perché si rifiuta di confrontarsi non solo con gli altri attori/avversari ma, addirittura, con la realtà.

In Italia ci sono stati leader che hanno pensato di cavarsela, di fronte a quanto è successo a Capitol Hill, dicendo “che sono contro ogni forma di violenza” (Salvini) o rilanciando, perché cessassero le violenze “l’invito del Presidente Trump” (Meloni), cioè di colui che l’insurrezione ha sostanzialmente invocato!

Per fortuna, in Europa si sono subito levate voci autorevoli, dai vertici delle istituzioni europee (Sassoli, Michel, von der Leyen), al Presidente Macron, al Premier spagnolo Sanchez, contro l’insurrezione. E soprattutto è giunta ancora una volta la lettura del pericolo corso di Angela Merkel che si è detta “profondamente dispiaciuta che il Presidente Trump non abbia ammesso la sconfitta da novembre… I dubbi sull'esito delle elezioni sono stati alimentati, e questo ha creato l'atmosfera che ha reso possibili gli eventi…”. Aggiungendo, “una regola fondamentale della democrazia è: dopo le elezioni, ci sono vincitori e vinti. Entrambi devono svolgere il proprio ruolo con decenza e senso di responsabilità, in modo che la democrazia stessa rimanga vincente”.

Parole chiare, più nette di quelle del Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte che si è limitato a dire che seguiva “con grande preoccupazione” quanto stava accadendo a Washington, pur aggiungendo che “la violenza è incompatibile con l’esercizio dei diritti politici e delle libertà democratiche”.

Dov’è la differenza? Purtroppo è evidente la mancanza di una netta presa di distanza dalle dinamiche che hanno portato all’insurrezione e all’assalto a Capitol Hill. Un’azione deliberata, basata sul verbo del Capo che, negando ogni evidenza, ha insistito sino all’ultimo su “elezioni truccate”.

Adesso si parla del fatto, ma è pura sociologia politica, che i trumpiani sono ancora forti. Certo che lo sono. Trump ha raccolto 74 milioni di voti, ma Joe Biden ne ha raccolti oltre 81 milioni! (E non si dimentichi che Hillary Clinton raccolse circa 3 milioni di voti in più e non fu eletta per il complicato sistema elettorale presidenziale).

Quei 74 milioni di cittadini non coincidono certamente con la minoranza che ha assalto e vandalizzato il cuore della democrazia americana. La differenza tra la democrazia e l’autoritarismo, però, risiede nella piena disponibilità ad accettare le regole del gioco, senza cercare di truccarle. E vale per tutti, naturalmente.

Nel caso di Trump, purtroppo, è successo qualcosa di più grave. Ed è questo l’allarme che dev’essere raccolto in Europa.

L’Unione europea, dispone di una grande risorsa, l’interdipendenza, un processo d’integrazione che sta uscendo rafforzato dalla crisi del COVID 19. Quel processo è per definizione “inclusivo”. Per questo, come ha ricordato qualche settimana fa il Presidente francese Macron “la rotta da seguire è… rafforzare e strutturare un'Europa politica”. In quello che stanno facendo le istituzioni comuni “sta emergendo una nuova forma di sovranità, che non è nazionale, ma europea”.

E questa conclusione non è retorica perché corrisponde ai passi in avanti compiuti negli ultimi mesi.

La presidenza Biden, sappiamo, intende promuovere nei suoi primi 100 giorni il Summit delle democrazie, con in agenda la difesa della democrazia da tendenze illiberali, interne ed esterne.

Si possono sollevare dei dubbi se si pensa alla stagione di Bush jr. che voleva “esportare la democrazia”. Adesso non sembra che sia così. Vedremo.

La novità è che l’America, come fa notare Marta Dassù su Aspenia online “fa un discorso europeo: in un’epoca di ‘recessione democratica’, le democrazie liberali vanno rafforzate da una sorta di vincolo esterno, non solo dall’interno”. Dietro questo progetto c’è il necessario, anche se a guardare il mondo di oggi difficile da portare avanti, rilancio di un multilateralismo che dev’essere ricostruito dalle fondamenta e che per realizzarsi non può contare soltanto sull’economia e gli scambi commerciali ma dev’esser capace di nutrirsi di valori universali.

E questo è il cuore del progetto europeo, che per questo va difeso.

Bruno Marasà, già funzionario del Parlamento europeo, esperto di politica estera e comunicazione istituzionale

Bruno Marasà, già funzionario del Parlamento europeo, esperto di politica estera e comunicazione istituzionale

12 gennaio 2021

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Europa, democrazia e diritti umani

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L’Europa può svolgere un ruolo decisivo grazie al suo potenziale. In primo luogo quello di essere un'area dove convivono sviluppo e libertà (nonostante vistose violazioni e contraddizioni al suo interno). E le ragioni della sua unità sono basati sui valori di pace, solidarietà e responsabilità. Per esercitare questo ruolo l’Europa deve poter “parlare con una sola voce” e battersi per il rinnovamento delle istituzioni del multilateralismo a livello globale. 

Una rubrica aperta da Bruno Marasà, già funzionario del Parlamento europeo, esperto di politica estera e comunicazione istituzionale