English version | Cerca nel sito:

Lipa e Lampedusa, il bosco e il mare

di Bruno Marasà

Migranti in fila per ricevere un pasto caldo distribuito dagli operatori della Croce rossa all’ingresso del campo profughi di Lipa, Bosnia, 8 gennaio 2021.

Migranti in fila per ricevere un pasto caldo distribuito dagli operatori della Croce rossa all’ingresso del campo profughi di Lipa, Bosnia, 8 gennaio 2021. (Michele Lapini e Valerio Muscella)

Siamo abituati a vedere da anni le immagini drammatiche degli sbarchi (o purtroppo, dei naufragi) dei migranti che giungono dal mare verso la “porta d’Europa”, Lampedusa, dopo aver superato, a costo di indicibili sofferenze, lunghe traversate nei deserti africani e la prigionia nei campi libici gestiti dai trafficanti di esseri umani.

Si sapeva, però, sempre da molti anni, dell’altra via percorsa da profughi e migranti che, nel suo tratto finale, è chiamata la “rotta balcanica”.

Le asprezze dell’inverno in queste zone d’Europa hanno portato alla luce la situazione drammatica del cosiddetto “campo di Lipa”, dentro il bosco di Bojna in Bosnia-Erzegovina.

Ce l’hanno descritta nei giorni scorsi quattro parlamentari europei che si sono recati in quelle zone. Prima attraverso la confinante Croazia, Stato membro dell’Unione europea, dove hanno trovato da parte delle autorità (e delle forze di polizia) un’accoglienza irretita dal fatto stesso che si cercasse di capire cosa c’era là, a poche centinaia di metri, oltre il confine croato-bosniaco. E poi direttamente, nel corso di una visita del campo di Lipa, raggiunto attraverso la frontiera ufficiale tra i due Paesi. Un “campo d’accoglienza”, in realtà una spianata fatiscente senza tende, riscaldamenti e acqua, che ospita 940 persone.

Pietro Bartòlo, Brando Benifei, Pierfrancesco Majorino e Alessandra Moretti hanno documentato sui canali social e con ampi resoconti sulla stampa quello che hanno visto con i loro occhi.

Là sono ammassati uomini, donne e bambini, stretti nella morsa del freddo, sopravvissuti solo grazie all’azione generosa dei volontari della Croce Rossa e di altre associazioni umanitarie (tra i quali l’IPSIA delle Acli, da decenni attiva nei Balcani occidentali).

Cosa ci fanno lì, a migliaia di chilometri dai loro Paesi d’origine (Afghanistan, Kurdistan, Bangladesh, altri Paesi dell’aria asiatica)?

L’hanno chiamato con un nome burlesco addirittura: “The Game”. Il gioco crudele nel quale i migranti attendono la notte per cercare di attraversare la linea, piena di boschi, che fa da confine fra l’Unione europea (Croazia) e la Bosnia. Chi ci riesce, pochissimi e dopo diversi tentativi, spera di poter ottenere lo status di rifugiato o di richiedente asilo. Gli altri, i molti che non ce la fanno, vengono respinti con la forza a decine di chilometri dal confine, spogliati di poveri giacconi e scarpe, spesso privati del cellulare (il loro unico contatto con il mondo) e del denaro, che gli viene sequestrato illegalmente.

Come hanno scritto i parlamentari “il bosco è quasi più difficile da monitorare del mare”. Prima di raggiungere Lipa, hanno avuto conferma della veridicità di tanti racconti, denunciati dalla stampa e dalle Ong che operano sul campo, visitando a Zagabria l’unico “centro di permanenza” della Croazia, l’Hotel Porin.

Avvicinarsi dal confine croato alla foresta di Bojna, lungo il sentiero dove si tenta l’attraversamento, non è stato possibile. La polizia croata ha bloccato la delegazione qualche centinaio di metri prima, sbarrando la strada.

Si è trattato di un “fatto gravissimo, e piuttosto raro, che non depone certo a favore della trasparenza della gestione croata sul confine esterno dell’Unione”, hanno denunciato i parlamentari, Al prezzo di una sottovalutazione gravissima, peraltro. Infatti il bilancio di Frontex, l’Agenzia europea che collabora con i governi dei paesi membri per la gestione dei confini, viene approvato dal Parlamento europeo.

Questa esperienza ha ancora una volta messo in luce che le politiche europee per l’immigrazione e l’asilo richiedono un cambiamento urgente e radicale, verso la progressiva “comunitarizzazione”, come consentito dal Trattato di Lisbona. Gli appelli all’emergenza, da soli, non servono se non si ridiscute la missione di Frontex che, anziché assistere e fornire protezione umanitaria, si occupa soprattutto di rendere “più sicuri” i confini europei; sino al limite di tollerare respingimenti (push-back) illegali secondo il diritto internazionale e privi di umanità.

Pietro Bartòlo ribadisce la necessità di superare “la logica degli accordi di Dublino, ci vuole una svolta vera, una svolta che non si fondi sull’esternalizzazione continua delle frontiere, sui respingimenti come unica soluzione”.

Del resto, questa situazione contrasta con quanto la stessa Unione europea cerca di fare, fornendo assistenza finanziaria ai singoli Paesi, sia dell’Unione che a quelli confinanti (come succede a Croazia e Bosnia-Erzegovina) per salvare vite umane, identificare strutture di accoglienza adeguate e rispettare i diritti fondamentali di profughi e migranti.

All’inizio di gennaio di quest’anno, la Commissione europea ha stanziato 3,5 milioni di euro in aiuti umanitari; un finanziamento che si aggiunge ai 4,5 milioni di euro stanziati nel 2020. Complessivamente l'Unione europea ha fornito un sostegno finanziario di circa 89 milioni di euro alla Bosnia. Ha finanziato le installazioni del Centro di accoglienza “Bira” a Bihać, purtroppo chiuso alla fine di settembre scorso a causa delle proteste della popolazione locale che si oppone alla riapertura. Conosciamo queste contraddizioni. Le abbiamo viste in Italia, a Lampedusa e in altre città.

Con questi aiuti l'UE sperava che le autorità della Bosnia-Erzegovina si impegnassero a ricollocare i profughi e i migranti, costretti a vivere nelle strutture fatiscenti di Lipa inadatte all’inverno, nel centro di accoglienza di Bihać. Non essere riusciti a concretizzare questa richiesta ha prodotto il disastro umanitario di cui ora abbiamo le prove.

L'aiuto dell'UE, certo ancora limitato, è destinato alle necessità più urgenti, fornire assistenza sanitaria, limitare la diffusione della pandemia di coronavirus, dare supporto psicologico, assistenza legale per ottenere risposta alla richiesta di protezione, sostegno ai minori non accompagnati e assistenza essenziale a coloro che restano fuori (indumenti caldi, sacchi a pelo e cibo). Gli aiuti europei a medio termine dovrebbero servire a coprire fornitura di cibo, alloggi, acqua e servizi igienici, vestiti, istruzione, con l’obiettivo di rafforzare la capacità di gestione della migrazione del Paese di transito.

La drammaticità di queste storie, infine, contrasta visibilmente con le proporzioni reali del fenomeno migratorio. Altro che invasione!

Può essere utile allargare lo sguardo alle dinamiche più recenti[1]. La maggior parte delle domande di asilo nel 2019 è stata presentata in Germania (142 450), Francia (138 290), Spagna (115 175), Grecia (74 910). In Italia solo 35 005! È significativo che, nel 2019, tra coloro che hanno presentato domanda di protezione internazionale (207 000), il 7% (14 000) avevano meno di 18 anni, spesso minori non accompagnati che hanno diritto ad una speciale protezione secondo le regole europee e quelle, per esempio, dell’Italia.

Nel 2019 gli Stati membri hanno concesso una qualche forma di protezione a quasi 300 000 richiedenti asilo. Sempre in quell’anno si sono registrati 141 700 attraversamenti illegali delle frontiere. Diminuiti del 5% rispetto al 2018, il livello più basso degli ultimi 6 anni. Nel 2020 (gennaio-agosto) gli attraversamenti illegali delle frontiere sono stati 61 500, 13% in meno rispetto allo stesso periodo del 2019.

Oltre la crudezza delle cifre, ovviamente, c’è la sofferenza di persone che nelle condizioni in cui si vengono a trovare vedono messa a repentaglio la loro dignità umana.

Per questo l’Europa deve fare molto di più, dandosi regole comuni tra i suoi Stati membri, esercitando quei principi di solidarietà scritti nei suoi Trattati.

[1] Vedi https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/promoting-our-european-way-life/statistics-migration-europe_it.

Bruno Marasà, già funzionario del Parlamento europeo, esperto di politica estera e comunicazione istituzionale

Bruno Marasà, già funzionario del Parlamento europeo, esperto di politica estera e comunicazione istituzionale

8 febbraio 2021

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Questo sito è protetto da reCAPTCHA e si applicano le norme sulla privacy e i termini di servizio di Google.

Europa, democrazia e diritti umani

Con la pandemia molti paradigmi sono cambiati. La globalizzazione ha mostrato il suo carattere invasivo attraverso la diffusione universale del COVID 19. Per salvaguardare la vita di milioni di persone, per rendere compatibili con sostenibilità e attenzione all’ambiente le “catene di valore” dell’economia mondiale, è necessario ripensare radicalmente principi e politiche delle relazioni internazionali.

Un nuovo mondo prende le mosse. La compressione della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta ci porterà verso un “globalismo regionale”, dove grandi macro aree potranno, paradossalmente, regolare meglio fenomeni politici ed economici. Anche attraverso una tutela maggiore di diritti umani inalienabili e rispetto di regole democratiche.

L’Europa può svolgere un ruolo decisivo grazie al suo potenziale. In primo luogo quello di essere un'area dove convivono sviluppo e libertà (nonostante vistose violazioni e contraddizioni al suo interno). E le ragioni della sua unità sono basati sui valori di pace, solidarietà e responsabilità. Per esercitare questo ruolo l’Europa deve poter “parlare con una sola voce” e battersi per il rinnovamento delle istituzioni del multilateralismo a livello globale. 

Una rubrica aperta da Bruno Marasà, già funzionario del Parlamento europeo, esperto di politica estera e comunicazione istituzionale

Multimedia

Fuocoammare

di Gianfranco Rosi

La storia

Maria Quinto

organizzatrice di corridoi umanitari e servizi ai migranti della Comunità di Sant'Egidio