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I rapporti con Charta '77

e il filosofo Vaclav Benda

A Praga avevamo alcuni punti di riferimento precisi, da cui ci recavamo non appena arrivati: la famiglia di Marie e Jiri Kaplan e Pavel Sepekovsky. Ci davano informazioni di prima mano, fissavano gli incontri con le persone con cui a loro giudizio avremmo dovuto parlare, ci davano i documenti da portare in Italia e spesso ci ospitavano a casa loro per la cena o la notte.

I coniugi Kaplan avevano dieci figli, per questo avevano avuto dallo Stato una casa piuttosto grande (si aveva diritto a dieci metri quadrati per occupante), che un tempo era stata una bellissima villa liberty sulla collina che domina la Moldava. Tutti suonavano uno strumento, chi il pianoforte, chi il violino, chi il violoncello e chi il flauto; per questo spesso dopo la cena e un momento di preghiera organizzavano per noi un piccolo concerto di musica da camera. La loro casa era, letteralmente, un porto di mare: arrivava gente non solo dalla Cecoslovacchia, ma da tutti i Paesi dell’Est e dell’Ovest. Jiri era stato in prigione negli anni Settanta perché aveva distribuito la stampa clandestina cattolica e, pare, Bibbie in russo ai soldati sovietici. In quel periodo Marie aveva mantenuto la famiglia facendo la donna delle pulizie all’alba in cattedrale.

Pavel era un restauratore, parlava un ottimo italiano, era schivo, di poche parole, ma affettuosissimo, viveva da solo in un piccolo appartamento arredato con alcuni (pochi) bellissimi mobili Biedermaier, ultimo retaggio dei beni della sua famiglia di origine nobili. Molto spesso abbiamo dormito da lui - per terra su un materassino gonfiabile -, perché, essendo solo, il suo appartamento era minuscolo: una piccola camera da letto e una “sala da pranzo” quasi interamente occupata dal pianoforte a coda che Pavel suonava benissimo.

Pavel aveva dedicato la sua vita all’educazione dei giovani e faceva parte del movimento clandestino degli scout e della “Legio Angelica”, un movimento creato all’inizio del XX secolo da un monaco benedettino e legato allo scoutismo cattolico. Pavel organizzava campi scout clandestini e si occupava soprattutto dell’educazione dei ragazzi, correndo spesso anche grossi rischi personali.

Dopo il 1989 si era trasferito nel paese d’origine della sua famiglia, dedicandosi al restauro della chiesa del paese. I suoi “ragazzi” lo hanno voluto ricordare con un cippo che riporta questa iscrizione: A Pavel Sepekovsky 1926-2000. In ricordo di un amico con un cuore grande e libero.

Grazie al loro aiuto ho potuto incontrare alcune delle persone più significative del dissenso cristiano e laico di Praga: il Primate cecoslovacco cardinal Tomasek, il filosofo Vaclav Benda, il teologo padre Josef Zverina, il futuro presidente Vaclav Havel, il biologo e filosofo Zdenek Neubauer, il sacerdote clandestino Vaclav Maly e tanti altri, tutti incontri che mi hanno lasciato un enorme stupore per il livello culturale e la profondità umana che mi hanno trasmesso.

Il cardinal Tomasek, che ho avuto la fortuna di incontrare più volte e di intervistare, era stato internato in un campo di lavoro forzato dal 1951 al 1954. Paolo VI lo aveva creato cardinale in pectore nel 1976 e ben presto si cominciò a definirlo “cardinale di ferro” per il suo atteggiamento di cauto ma deciso confronto con il governo comunista e di aperta critica e condanna del movimento della Pacem in Terris, l’organizzazione filogovernativa del clero. L’impressione che ne ebbi fu di un vero padre della nazione, che aveva a cuore il bene del suo popolo.

Era inevitabile accostarlo al primate polacco Wyszynski: stessa pasta umana, stessa fede incrollabile forgiata dalla persecuzione, stessa intelligenza nel trattare con il regime, stessa ferma speranza. Come mi disse nell’intervista che mi concesse: “Noi compiamo dei piccoli passi con pazienza, sperando contro ogni speranza. È necessario lavorare con pazienza e speranza per l’avvenire, nonostante le difficoltà.” E ricordo la consegna che ci diede: “È importante per noi il vostro aiuto, la vostra preghiera, il vostro sacrificio. È importante che scriviate di noi sui giornali, altrimenti saremmo dimenticati. Scrivete sempre, sempre, sempre perché la Chiesa in Cecoslovacchia non sia dimenticata”.[1]

Un appello che in Cecoslovacchia ci sentimmo ripetere spesso e a cui CSEO rispose con la pubblicazione di decine di libri e di centinaia di articoli.
Ovviamente, da un certo momento in poi, per noi furono importantissimi i rapporti con i membri di Charta ’77, di cui ci affascinava soprattutto la capacità di dialogo tra le diverse confessioni e concezioni della vita. Come si legge nella prefazione al volume Charta ’77[2], che raccoglie i primi documenti pubblicati dal movimento: “Contro il relativismo etico borghese e contro la morale coatta del socialismo, gli uomini di Charta ’77 fanno valere l’irriducibilità della coscienza personale e la sua inviolabilità. Mentre ciò che li salva dalla ricaduta nella concezione individualistica è il metodo della loro unità, edificata senza livellamenti di identità culturali e al di là di individualismi particolaristici”[3]; e ancora: “Cristiani e non cristiani, marxisti e non marxisti, hanno lavorato insieme senza cedimenti di identità da parte di ognino. Charta ’77 è innanzitutto un fatto di unità molto prima che una posizione contro il potere”[4].

Alcuni membri di Charta ’77 divennero per noi dei veri amici e andarli a trovare era divenuta una consuetudine. Fra questi c’era il filosofo Vaclav Benda, che in un breve saggio aveva coniato la fortunata espressione “polis parallela”, definizione divenuta ben presto popolarissima, che proponeva la creazione a tutti i livelli di strutture della società civile indipendenti dal potere totalitario, capaci, anche se in misura limitata, di svolgere una funzione utile ed indispensabile per tutti - e invitava i dissidenti ad abbandonare la speranza di poter cambiare le istituzioni cecoslovacche con la protesta.

Andai a trovare Benda all’inizio del 1984, poco dopo la sua scarcerazione, dopo quasi cinque anni di detenzione per “attività antistatale”, quasi tutti trascorsi nel carcere di massima sicurezza di Hermanice. Anche se dalle lettere di Benda dal carcere non traspare immediatamente - a causa del suo spirito ironico - Hermanice era uno dei luoghi di detenzione fra i più temuti. Ricorda a questo proposito il presidente ceco Havel: “Quando il destino portò Benda, Dienstbier e me dalla prigione di Ruzyne al lager di Hermanice ci trovammo nel territorio del regime assoluto, che faceva paura a tutti, di un certo comandante mezzo pazzo, per il quale noi eravamo diventati la grande soddisfazione della vita...: negli anni Cinquanta, quando era un ragazzo poco più che ventenne, era già il comandante di un lager... e ora, passati molti anni poteva dar prova delle sue smisurate possibilità solo a borsaioli, stupratori o, nel migliore dei casi, a qualche vice caduto in disgrazia... Per cui con noi ritrovava il senso della sua vita. Era veramente pericoloso e assolutamente imprevedibile”[5].

Quando lo incontrai, Benda aveva ripreso il suo lavoro di fuochista di notte, per poter scrivere e studiare di giorno. Ricordo le mille raccomandazioni di Pavel e la prudenza con cui ci avvicinammo al suo appartamento nel centro di Praga.

Nel 1981 CSEO aveva pubblicato negli Outprints le sue Lettere dal carcere, in cui momenti di profonda riflessione venivano da lui stesso stemperati con una grande dose di ironia, e fu proprio questa sua caratteristica a colpirmi di più in quel piccolo appartamento pieno di libri e giocattoli, dove le grida dei suoi sei bambini si intrecciavano alle riflessioni su Charta ’77, il VONS, il ruolo dei cristiani nella società e la “polis parallela”.

Mi sembrò che la sua grandezza umana e cristiana si manifestasse pienamente nel fatto che un uomo come lui, perfettamente consapevole del proprio valore di pensatore, della propria cultura e levatura filosofica, accettasse con distacco e ironia, direi quasi con allegria e senza nessuna ombra di frustrazione, le difficilissime condizioni di vita cui era costretto: l’emarginazione, la fatica di un lavoro umilissimo, l’impossibilità di potersi esprimere liberamente.

Forse sono proprio le lettere che scrisse alla moglie dal carcere e le favole che sempre in quegli anni scrisse ai suoi bambini a rivelare le ragioni più profonde di questa sua libertà interiore e la consapevolezza del compito cui l’uomo è chiamato: “Avere come compito solo di sopravvivere equivarrebbe certamente a un suicidio. L’uomo non è al mondo per sopravvivere, ma per rendere testimonianza alla verità”[6], e del senso di responsabilità che ne deriva: “Non posso pensare, e sarebbe ridicolo, che in carcere l’uomo possa riposarsi dal senso di responsabilità: essa è, anzi, qui molto più grave.”[7]

Vaclav Benda è morto il 2 giugno 1999 per un'emorragia cerebrale. Migliaia di persone sono sfilate nella camera ardente allestita nella Sala dei Cavalieri del Senato.

Il vescovo Vaclav Maly, suo amico e compagno di lotta all'epoca del dissenso, durante la cerimonia funebre ha detto: “Si sentirà la mancanza di Vaclav Benda nel nostro panorama politico... Era un uomo fedele ai principi, franco, amante della giustizia, anche se a volte i suoi passi erano difficilmente comprensibili. Io l’ho stimato e lo stimo perché è stato coraggioso. Era un uomo che aveva il senso dello humour. Percepiva molto il dolore altrui ed era capace, anche nei momenti peggiori, di alleviare la situazione, sua e di chi gli stava vicino”. Di fronte al feretro dell'amico, Vaclav Havel, spiazzando i molti politici cerimoniosi, ha pronunciato solo queste parole: “Posso testimoniare il valore di Vaclav Benda come chi con lui ha dovuto sostenere uno degli esami più difficili: mi ha aiutato a vivere.” 

Note:

[1] Cecilia Elmi, “Intervista al cardinale František Tomašék, primate di Cecoslovacchia, in: “L’Altra Europa”, n. 6 (212), P. 65
[2] Charta ’77, CSEO biblioteca, Bologna 1978
[3] Ibidem, p. 11
[4] Ibidem, p. 12
[5]Václav Havel, Interrogatorio a distanza. Conversazione con Karel Hvížd’ala, Garzanti 1990
[6] Václav Benda, Lettere dal carcere, CSEO Outprints 10, p. 44
[7] Ibidem, p. 46

Annalia Guglielmi, collaboratrice di Gariwo

Annalia Guglielmi, collaboratrice di Gariwo

3 settembre 2015

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oltre il Muro: note di viaggio

oltre il Muro: note di viaggio intende ripercorrere il cammino che ha portato ai grandi mutamenti del 1989 mediante la narrazione di incontri e osservazioni con i dissidenti dell'Est europeo. Quella documentata dalla nostra autrice Annalia Guglielmi è stata un'esperienza apparentemente confinata ai “senza potere”, secondo la definizione di Vaclav Havel, ma che ha cambiato il volto dell’Europa. 
Annalia Guglielmi, laureata in Storia, dal 1973 collabora a prestigiose riviste. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui la Croce di Cavaliere al Merito del Governo polacco, la Medaglia del Ministero della Cultura e il premio “Grazie” assegnato, sempre dalla Polonia, agli stranieri che si sono distinti nel sostenere il sindacato indipendente Solidarnosc. Attualmente svolge attività di ricercatrice, interprete e traduttrice e ha al suo attivo numerose pubblicazioni.

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