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L'incontro con Jan Korec

della Chiesa clandestina slovacca

Jan Korec

Jan Korec

Grazie all’amicizia con Miklosko e Carnogursky a Bratislava ebbi modo di incontrare il vescovo clandestino Jan Korec, uno dei pilastri della Chiesa clandestina in Slovacchia.

Le precauzioni per arrivare a casa sua furono tante e tanti i giri oziosi per la città, anche perché ci accorgemmo di una macchina a fari spenti che ci seguiva. L’incontro si svolse nello stesso clima ben descritto dal film Le vite degli altri. Appena arrivata, il vescovo mi fece cenno di non parlare, accese la radio a tutto volume e mi indicò un tubo di metallo avvolto nella gomma piuma posto su un tavolino fra due poltrone: dovevamo parlare attraverso di esso. Mi spiegò che sapeva che gli appartamenti adiacenti al suo erano occupati da agenti dei servizi segreti che registravano ogni parola.

Era stato ordinato sacerdote clandestinamente nel 1950 e nel 1951, per volere di Pio XII, a soli 27 anni, era stato segretamente consacrato vescovo. Lavorava come operaio, quando nel 1960 era stato arrestato e condannato a 12 anni di carcere per tradimento. Nel 1968, durante la Primavera di Praga era stato scarcerato e riabilitato ed era potuto andare a Roma, dove aveva ricevuto da Paolo VI le insegne episcopali, che mi mostrò con grande emozione: erano il pastorale, la mitria, l’anello e il pettorale che il Pontefice aveva usato quando era vescovo di Milano. Nel 1974 era stato nuovamente arrestato per scontare il resto della pena. Scarcerato ancora per motivi di salute, aveva perso l’impiego di spazzino e aveva ripreso il lavoro di scaricatore di barili di catrame in un’industria chimica.

Aveva trascorso lunghi periodi in isolamento di cui ha detto: “Sicuramente fu questa la più terribile delle punizioni. Tuttavia la necessità rende l’uomo ingegnoso cosicché avevo trovato un sistema molto semplice per rompere l'isolamento. Immaginavo di fare gli esercizi spirituali. Mi facevo un programma giornaliero ben dettagliato ed intenso. Cominciavo al mattino con una buona ora di meditazione, proprio come si faceva in convento. Quindi, la Santa Messa. (…). Dopo (…) cominciava il programma di studio: ripassavo a memoria testi di teologia e di filosofia, discutendo ad alta voce come se mi trovassi all'università, davanti ai professori (…). Arrivava la sera senza che io avessi potuto svolgere tutto il programma che mi ero fissato.”

Fu un colloquio molto lungo ed intenso, in cui toccammo i punti più importanti della vita della Chiesa in Slovacchia, e in cui mi ribadì la sua profonda critica dell’Ostpolitik del cardinale Casaroli, che a suo giudizio aveva profondamente ferito la vita della Chiesa clandestina “in cambio delle promesse vaghe e incerte dei comunisti” e considerava questo “abbandono” come “il dolore più grande della sua vita”.

Nel congedarci mi diede alcuni grappoli di uva, un bene prezioso di quei tempi, “perché”, mi disse, “dovevamo tenerci in buona salute per continuare a fare il nostro lavoro”.

Lo avevo incontrato il giorno precedente un pellegrinaggio al santuario mariano a Nitra, che vide la partecipazione di migliaia di fedeli, nonostante le difficoltà imposte dal regime. Quando uscimmo da casa sua vedemmo di nuovo avvicinarsi la macchina a fari spenti che ci aveva seguito a lungo. Il giorno dopo sapemmo che il vescovo era stato fermato per 48 ore per impedirgli di andare a Nitra; forse i servizi segreti avevano aspettato che ce ne andassimo per procedere all’arresto senza testimoni e per di più stranieri.

Soltanto nel 1987 rilasciò la sua prima intervista, pubblicata dalla rivista “L’Altra Europa”. Parlando della sua vita disse: “Non cesso di ringraziare Dio perché non mi sono mai disperato. E poi perché non avremmo dovuto dare anche noi in Slovacchia una testimonianza di gratitudine per il dono della fede ricevuto 1100 anni fa e una testimonianza di amore al bene del popolo attraverso una vita più dura?. Sì, la mia vita è stata dura, soprattutto quei 24 anni vissuti da operaio sotto la pioggia e la neve…Ma né lo studio della filosofia o della teologia, né la preparazione di prediche o discorsi, mi avrebbe potuto far capire che cosa significhi la fedeltà a Dio come me lo ha fatto comprendere la fatica di restargli fedele dentro le condizioni della vita. (…) Non ho mai desiderato (e non lo desidero neppure oggi) vivere una vita diversa da quella che ho vissuto”[1].

Incontrai ancora il vescovo Korec poco dopo il “Venerdì santo di Bratislava".

Quell’incontro fu l’occasione per porre al vescovo Korec alcune domande e per chiedergli un giudizio su quegli eventi. “La petizione firmata sia da cattolici che da non credenti è stata innanzitutto una manifestazione di grande coraggio civile e una grande espressione di fede. (…) di fronte all’opinione pubblica in patria e all’estero questa è stata la prima azione pubblica di autodifesa dopo 40 anni di repressione (…). Di fronte al brutale intervento della polizia contro uomini, donne, ragazzi e bambini che tenevano nelle mani solo il rosario e una candela, i fedeli hanno mantenuto un atteggiamento di grande dignità (…) benché fossero bagnati fradici per l’acqua degli idranti e dei cannoni ad acqua” [2].

Anche padre Josef Zverina e Vaclav Benda avevano preso posizione sul “Venerdì santo di Bratislava” in modo molto chiaro.

Padre Zverina aveva dichiarato: “È il segno di una ripresa di identità, è una ripresa di coscienza dell’identità cristiana e dei cristiani che chiedono di essere presenti nella società, (…) e capiscono che hanno diritto a una presenza pubblica. Questo è il frutto della paziente opera portata avanti dalla Chiesa in questi anni, attraverso cui ha riacquistato la piena fiducia del nostro popolo”[3].

Anche Vaclav Benda aveva fatto un’approfondita ed acuta analisi dei fatti di Bratislava: “In questa occasione ho parlato a lungo con il signor David Bowe, corrispondente della BBC, che nel corso della manifestazione è stato ferito da un colpo di manganello e quando ha mostrato il suo tesserino di giornalista regolarmente accreditato è stato nuovamente colpito. Ma più che da questi maltrattamenti. Egli è rimasto impressionato dall’intervento degli agenti contro i manifestanti, cui ha suo malgrado assistito da una vettura della polizia. La naturale soddisfazione professionale degli agenti per essere riusciti a far cadere una vecchietta è stata da lui inopportunamente considerata una forma di sadismo e ha avuto l’impressione di essere caduto nelle mani di pazzi. Questa è ovviamente l’ottica falsata di un reporter occidentale commosso. Io piuttosto penserei che il brutale attacco poliziesco contro una folla che cantava inni e pregava con nelle mani il rosario sia una manifestazione della decadenza del potere statale e della sua mancanza di fiducia in se stesso. La folla avrebbe dovuto gridare slogan antistatali e tirare pietre contro le forze dell’ordine. Questo avrebbe giustificato un intervento energico almeno di fronte all’opinione pubblica occidentale”[4].

E continuava: “Il problema ora è come andare avanti (…). Normalmente io sono considerato un radicale, un portavoce di soluzioni estreme, ma proprio da questa mia posizione considero necessario giocare tutto il mio buon nome nell’affermazione che segue: (…) l’ora in cui sarà necessario alzare il capo non è ancora giunta, guai a chi non la riconoscerà, ma guai anche a chi la vorrà affrettare arbitrariamente. Per il momento armiamoci della virtù della pazienza cristiana, che così bene ci è servita negli anni passati. Occorre continuamente far crescere la pressione nei confronti del potere totalitario ponendo dei fatti, magari andando contro le leggi ingiuste e nonostante esse, e ampliare lo spazio delle libertà civili e religiose.”[5]

[1] La virtù più cristiana è la speranza (Intervista a un vescovo clandestino), in: “L’Altra Europa”, n.1 (211), p.56

[2] Un futuro di speranza nella fedeltà alla Croce (Intervista al vecovo clandestino Jan Chrysostom Korec), in: “L’Altra Europa”, n. 6 (222), p. 69-70

[3]Václav Benda, La sfida di Bratislava, in “L’Altra Europa”, n. 6 (222), p. 75

[4] Ibidem, p. 75-76

[5] Ibidem, p.77

Annalia Guglielmi

Annalia Guglielmi

11 febbraio 2016

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oltre il Muro: note di viaggio intende ripercorrere il cammino che ha portato ai grandi mutamenti del 1989 mediante la narrazione di incontri e osservazioni con i dissidenti dell'Est europeo. Quella documentata dalla nostra autrice Annalia Guglielmi è stata un'esperienza apparentemente confinata ai “senza potere”, secondo la definizione di Vaclav Havel, ma che ha cambiato il volto dell’Europa. 
Annalia Guglielmi, laureata in Storia, dal 1973 collabora a prestigiose riviste. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui la Croce di Cavaliere al Merito del Governo polacco, la Medaglia del Ministero della Cultura e il premio “Grazie” assegnato, sempre dalla Polonia, agli stranieri che si sono distinti nel sostenere il sindacato indipendente Solidarnosc. Attualmente svolge attività di ricercatrice, interprete e traduttrice e ha al suo attivo numerose pubblicazioni.

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