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La Slovacchia "oltre il Muro"

Ján Čarnogursky e Frantisek Miklosko.

“Oltre il Muro” c’era anche la Slovacchia, a maggioranza cattolica, dove le strutture della Chiesa clandestina erano molto sviluppate ed erano cresciute costantemente nel corso degli anni, diventando una componente imprescindibile del movimento di opposizione.

In Slovacchia, inoltre, era particolarmente ricca e fiorente la produzione di stampa clandestina: si calcola che fossero almeno 150 i titoli dei periodici pubblicati dall’editoria clandestina, che abbracciavano tutti i campi della vita sociale - la politica, la cultura, la storia, le scienze sociali e l’educazione.

A capo delle strutture ecclesiali clandestine il Vaticano aveva posto il vescovo (consacrato clandestinamente) Jan Korec e, sempre con l’approvazione del Vaticano, erano riprese in forma clandestina le attività proibite alla Chiesa ufficiale: monasteri, ordinazioni sacerdotali e consacrazioni vescovili, apostolato dei laici, pellegrinaggi, pastorale giovanile e universitaria, pubblicazione e diffusione della stampa religiosa. La Chiesa clandestina operava esclusivamente attraverso una rete di rapporti personali o di piccole comunità, che negli anni si diffusero in tutto il territorio slovacco.

A Bratislava i nostri principali punti di riferimento erano l’avvocato Ján Čarnogursky e il matematico Frantisek Miklosko.

Jan Carnogursky era divenuto famoso in quanto avvocato difensore dei firmatari di Charta ’77, e per questo nel 1981 gli era stato revocato il permesso di esercitare la professione. Parlava molto bene il polacco, anche perché teneva stretti legami con l’opposizione in Polonia, e questo rese molto più facili e familiari i nostri rapporti. Lo conobbi nel 1984 quando lavorava come autista ed era molto impegnato nell’offrire consulenza legale a un gruppo di monaci francescani clandestini arrestati nel 1983. Inoltre aveva fondato un periodico clandestino, “Religione e mondo contemporaneo”, che conoscevamo molto bene.

Il 14 agosto 1989 venne arrestato insieme ad altri quattro oppositori, fra cui il professor Miroslav Kusy (ex consigliere ideologico del partito comunista ai tempi della Primavera di Praga). Erano accusati di aver chiesto che le vittime dell’invasione del 1968 fossero degnamente ricordate, di aver affermato il diritto ad avere elezioni libere e di aver pubblicato la rivista clandestina “Lettere di Bratislava”. Il processo contro di loro trovò unite l’opposizione democratica e la Chiesa clandestina e molti firmarono una petizione inviata al presidente Husak per chiedere la loro liberazione. Fra i firmatari c’erano anche Jan Korec e Aleksandr Dubcek. L’Onu e molti Paesi occidentali e l’ONU fecero pressione in loro favore.

“L’8 settembre Vaclav Havel ha inviato una lettera aperta al Primo Ministro ungherese Poszgaj e al premier polacco Mazowiecki, in cui fra le altre cose si legge: «In Cecoslovacchia sono stati incarcerati e accusati di sovvertimento della repubblica due miei amici slovacchi, che per molte ragioni mi fanno pensare a voi due; si tratta di Miroslav Kusy e Jan Carnogursky. Kusy è docente di filosofia ed ex membro del Comitato Centrale del PC nell’era Dubcek. Oggi, come comunista riformista, egli ritiene che il PC non debba detenere il monopolio del potere, ma ritenersi una delle forze attive in un libero concorso per il governo: per questo penso che egli abbia delle convinzioni simili alle vostre, signor Poszgaj; se non vi fosse stata l’invasione della Cecoslovacchia nel ’68, oggi Kusy sarebbe alla guida della politica cecoslovacca, con un PC sulle stesse posizioni che occupa da voi in Ungheria». Rivolgendosi a Mazowiecki, Havel rileva la sua caratteristica di intellettuale cattolico che lo accomuna a Carnogursky. «Ma il paragone vale anche all’inverso: se voi due oggi viveste in Cecoslovacchia, per le vostre opinioni sareste in carcere come lo sono Miroslav Kusy e Jan Carnogursky». Chiedendo l’appoggio dei due governanti, Havel conclude ricordando come «la libertà dei due attivisti sia anche la vostra libertà e la libertà delle nostre patrie»”[1].

La repressione colpì anche il maggiore, di diciotto anni, dei quattro figli di Carnogursky: “(…) gli è stata negata l’iscrizione alla facoltà di legge dove aveva presentato domanda e gli è stato precluso l’accesso a qualsiasi altra facoltà universitaria, pur essendosi dimostrato uno dei migliori allievi delle scuole superiori. All’inizio del settembre 1989 è stato chiamato sotto le armi, pur avendo solo 18 anni, mentre in Cecoslovacchia l’età minima per il servizio militare è di norma 19 anni. Le richieste di una spiegazione e le proteste contro questo provvedimento sono rimaste senza risposta e ai primi di ottobre il ragazzo si è dovuto presentare in caserma”[2].

Durante il processo davanti al tribunale si svolsero numerose manifestazioni di solidarietà con gli accusati.

Carnogursky venne liberato il 25 novembre 1989, dopo la caduta del regime comunista. Il 10 dicembre 1989 fu nominato vice primo ministro del governo di coalizione, e dall’aprile 1991 al luglio 1992 è stato il primo premier non comunista della Slovacchia.

Frantizek Miklosko invece era laureato in matematica. Nel 1983 aveva perso il lavoro presso l’Istituto di Cibernetica dell’Accademia Slovacca delle Scienze, e quando lo conobbi lavorava come operaio. Soprattutto dopo il suo incontro con Vlado Jukl durante gli anni universitari, si era coinvolto molto a fondo con la Chiesa clandestina: organizzava ritiri spirituali per i giovani e guidava alcune comunità studentesche. Gli anni Settanta per lui erano stati un periodo di lavoro silenzioso teso soprattutto a costruire la più ampia rete di piccoli gruppi possibile.

Negli anni Ottanta aveva cominciato anche a organizzare dei pellegrinaggi ai santuari di Nitra e di Velehrad, e per questo era stato licenziato ed erano cominciati gli interrogatori e i fermi di polizia.

Nel luglio del 1985, in occasione del 1.100 anniversario della morte di San Metodio, un’enorme folla di fedeli - si dice che ci fossero 250.000 persone - si era riunita a Velehrad per la Messa, nonostante fossero state bloccate le strade di accesso al santuario e i fedeli avessero dovuto trascorrere la notte all’aperto, perché la basilica era stata chiusa.

Miklosko era stato uno degli organizzatori principali di quell’evento storico e si era recato da tutti i vescovi della Cecoslovacchia per chiedere la loro partecipazione.

Si trattò della prima “uscita pubblica” dei cattolici slovacchi dal dopoguerra ed ebbe un significato enorme non solo per la Slovacchia, ma per tutta la Federazione. È molto significativa la testimonianza di una giovane partecipante al pellegrinaggio.

“Subito dopo il mio arrivo mi sono accorta che la tribuna era disposta in modo tale che solo poche persone potevano vedere. Anche le altre misure organizzative (la chiusura della basilica durante la notte, eccetera) erano dolorose, eppure nulla di tutto ciò poteva annullare l’esperienza di fede che stavamo vivendo (…) Giovani e vecchi sedevano a gruppi e cantavano e pregavano. Erano «liberi». Non si vergognavano di cantare e di pregare in pubblico. (…) In tutti i miei 25 anni ho sperimentato per la prima volta che cosa significhi che gli uomini non sono manipolati, indifferenti, che desiderano la verità e applaudono solo a ciò che piace a loro e non solo per piacere agli altri. Ho sentito che nessuno ha potere su questa folla”[3].

È significativo anche il commento dell’allora Ministro degli Interni Valek: “Abbiamo sottovalutato la situazione e a Velehrad abbiamo ricevuto un colpo sotto la cintura”.

Il 25 marzo 1988 Miklosko fu fra gli organizzatori della “Manifestazione delle candele”, il cosiddetto “Venerdì Santo di Bratislava”: diecimila cattolici avevano dato vita a una marcia non violenta che era stata repressa violentemente dalla polizia, che aveva usato gli idranti per disperdere la folla e che, in qualche modo, segnò l’inizio del crollo del regime.

La manifestazione era stata preceduta da una petizione in 31 punti in cui i cattolici slovacchi chiedevano il ripristino della libertà religiosa, che era stata sottoscritta da oltre 600.000 persone.

Dopo la “Manifestazione delle Candele” i controlli di intensificarono e Miklosko cominciò ad essere costantemente pedinato, fermato, interrogato.

Recentemente mi ha detto: “Il 1989 è stato un anno molto faticoso, almeno per me. Eravamo costantemente sottoposti a interrogatori. I Servizi di Sicurezza mi seguivano costantemente e spesso mi fermavano e mi portavano al comando di polizia di via Februarka, dove venivamo interrogati per sette, otto ore”.

Dopo il 1989 sarà il primo presidente non comunista del Parlamento Slovacco.

[1] Cecilia Elmi, Arrestati Ján Čarnogurský e Miroslav Kusý, noti dissidenti slovacchi, in: “L’Altra Europa”, n. 6 (228), pp. 131-132

[2] Ibidem, p. 130

[3] Diario di Velehrad, in: “L’Altra Europa”, n. 2 (206), p. 127

Annalia Guglielmi

Annalia Guglielmi

10 dicembre 2015

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oltre il Muro: note di viaggio

oltre il Muro: note di viaggio intende ripercorrere il cammino che ha portato ai grandi mutamenti del 1989 mediante la narrazione di incontri e osservazioni con i dissidenti dell'Est europeo. Quella documentata dalla nostra autrice Annalia Guglielmi è stata un'esperienza apparentemente confinata ai “senza potere”, secondo la definizione di Vaclav Havel, ma che ha cambiato il volto dell’Europa. 
Annalia Guglielmi, laureata in Storia, dal 1973 collabora a prestigiose riviste. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui la Croce di Cavaliere al Merito del Governo polacco, la Medaglia del Ministero della Cultura e il premio “Grazie” assegnato, sempre dalla Polonia, agli stranieri che si sono distinti nel sostenere il sindacato indipendente Solidarnosc. Attualmente svolge attività di ricercatrice, interprete e traduttrice e ha al suo attivo numerose pubblicazioni.

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