Gariwo
QR-code
https://it.gariwo.net/rubriche/oltre-il-muro-note-di-viaggio/lo-stato-di-guerra-in-polonia-12411.html
Gariwo

Lo Stato di Guerra in Polonia

di Annalia Guglielmi

A partire dai primi mesi del 1981 la situazione economica si fece sempre più drammatica, le code davanti ai negozi alimentari duravano interi giorni e intere notti, si formavano i “comitati di coda” per evitare che qualcuno scavalcasse la fila, le famiglie facevano i turni a seconda degli orari di lavoro, e soprattutto i nonni, gli anziani, passavano intere giornate in coda, sperando che il negozio non chiudesse proprio davanti a loro per esaurimento delle scorte o, come successe alla mia vicina di casa, riuscendo a comprare, dopo tre giorni e tre notti davanti ad una macelleria, solo un sacchetto di ossa. Fiorì anche un discreto mercato nero dalle campagne.

Il primo aprile del 1981 vennero introdotte le carte annonarie: 1 kg di farina al mese, uno di zucchero, 12 pacchetti di sigarette, una saponetta, 1 chilo di carne (suddivisa tra pollame, maiale e ossa), e così via, che però spesso “rimanevano sulla carta”.

Fortunatamente dall’Italia cominciarono ad arrivare sempre più frequentemente dei pulmini carichi di aiuti, che a volte tornavano in Italia portando documenti clandestini per CSEO.

A Lublino, presso l’università e la parrocchia di padre Brzozowski si creò un piccolo gruppo di persone che raccoglieva i dati delle famiglie più bisognose e si occupava della distribuzione. In particolare c’era bisogno di prodotti per i bambini, di abiti e scarpe per l’inverno e di medicinali. A casa mia in Italia due stanze vennero adibite a magazzino e un folto gruppo di giovani faceva la selezione dei vestiti e catalogava medicine e generi alimentari. Cominciò così una catena di solidarietà che si sarebbe ben presto rivelata decisiva per la sopravvivenza di tante famiglie. L’iter burocratico per ottenere i permessi da parte del Consolato polacco non era semplice, ma il fatto che il destinatario fosse l’Università Cattolica di Lublino in qualche modo favorì questo lavoro, forse anche perché i funzionari stessi erano abbastanza disorientati da quanto stava succedendo.

I sacrifici cui era costretta la gente erano veramente pesanti, ma allo stesso tempo la parola Solidarność coincideva sempre di più con il suo significato, per cui la gente non era avvilita dalla fatica che doveva sopportare, ma c’era tutto un fermento di iniziative, di incontri, discussioni, letture, ma anche di progetti concreti di aiuto alle fasce più in difficoltà.

Tornai in Italia alla fine di giugno e, con il sostegno di don Ricci, del Movimento Popolare e di tanti amici, passai buona parte dell’estate a girare l’Italia facendo incontri su quello che stavamo vivendo in Polonia, sensibilizzando le più diverse realtà per un’azione di solidarietà con i Polacchi, e raccogliendo materiali e fondi.

Al rientro a settembre trovai una situazione molto tesa: gli scioperi si stavano ripetendo con una frequenza preoccupante per la stabilità del paese. I successi dei mesi precedenti avevano forse fatto un po’ perdere il senso della misura e in alcuni casi le richieste si spingevano molto oltre ciò che la situazione geopolitica poteva realisticamente permettere. Inoltre, se possibile, la situazione economica era ulteriormente peggiorata, ed era evidentemente in atto una serrata dei magazzini. Tra ottobre e novembre negli scaffali dei negozi c’erano solo aceto, un orribile olio di colza, strutto e vodka. La nostra alimentazione nella canonica di padre Brzozowski il più delle volte era costituita da fette pane con sopra spalmato dello strutto fuso insieme a un po’ di cipolla. Questo, ovviamente, esasperava gli animi.

L’11 e il 12 dicembre 1981 accompagnai un gruppo di sindacalisti della CISL di Ancona in visita alle strutture di Solidarność della regione di Lublino, li lasciai nel pomeriggio dando loro appuntamento per la mattina successiva. La sera del 12 andai alla sede regionale per consegnare 1.000 dollari che avevo raccolto durante una rapida visita in Italia destinati al progetto di costruzione di una casa per ragazze madri.

Davanti al portone d’ingresso trovai due operai con gli estintori in mano, mi dissero che stavano difendendo la sede perché si parlava di movimenti di carri armati e truppe da Varsavia. Nessuno di noi prese troppo sul serio quelle voci, non era la prima volta. Parlammo del progetto della casa, mettemmo in cassa il danaro e ci salutammo.

La mattina del 13 dicembre venni svegliata da un’amica che piangendo mi disse che nella notte era stato introdotto lo Stato di GuerraStan Wojenny.

Eravamo andati a letto in una Polonia che faceva progetti, guardava con speranza e fiducia al proprio destino e ci svegliammo in un Paese totalmente diverso. Uscimmo immediatamente di casa, per cercare di capire che cosa volesse dire Stan Wojenny: dappertutto c’erano carri armati, sui marciapiedi coperti da uno spesso strato di ghiaccio andavano avanti e indietro le pattuglie degli ZOMO, i reparti speciali antisommossa, armati fino ai denti, il rumore del ghiaccio sotto i loro passi aveva veramente un che di sinistro e riportava alla memoria immagini di un passato non troppo remoto, agli angoli delle strade c’erano dei falò che gli ZOMO avevano acceso per trovare un po’ di ristoro dal freddo terribile di quell’inverno (in certi giorni si arrivava a meno 27), non si vedevano né auto, né autobus in circolazione e le facce delle poche persone che incontrammo erano come pietrificate.

Istintivamente andai alla parrocchia di padre Brzozowski. In canonica trovai circa duecento donne, erano le mogli, le madri, le sorelle dei capi di Solidarność che erano stati presi e portati via nella notte e di cui non si sapeva la sorte, in quel momento si poteva pensare di tutto: carcere, Siberia, o peggio. Di molti venimmo a sapere dove erano stati portati soltanto in gennaio.

D’istinto eravamo tutte andate lì, perché sapevamo che non solo vi avremmo trovato conforto e protezione, ma soprattutto perché avevamo bisogno che qualcuno ci aiutasse a capire come andare avanti, e se quella era la fine di tutto o se era possibile un nuovo inizio. Ricordo che pensai che finché un popolo ha dei luoghi e dei maestri che ne sostengono la certezza nei momenti più bui non sarà mai sconfitto, anche se gli portano via tutto.

Le sedi di Solidarność erano state devastate, le comunicazioni telefoniche erano interrotte (vennero ripristinate dopo qualche mese, ma una voce registrata ci avvisava magnanimamente: “Attenzione, attenzione, conversazione viene ascoltata”!), la posta era sottoposta a censura, non ci si poteva spostare da una città all’altra, c’era il coprifuoco dalle 10 di sera alla sei del mattino, tutte le università e le scuole erano state chiuse e tutte le associazioni e organizzazioni erano state messe fuorilegge.

Nel giro di pochi giorni, però, Solidarność da grande movimento con sedi, telex, organi di stampa si trasformò in grande movimento clandestino, con strutture ben definite, e una ricchissima produzione di stampa. Si calcola che le stamperie clandestine tra il 1981 e il 1985 abbiano pubblicato alcune migliaia di libri e circa 1.700 riviste clandestine, tra cui merita di essere ricordato il “Tygodnik Mazowsze” (Settimanale della Masovia), che divenne ben presto “l’organo ufficiale” di Solidarność clandestina, creato e diretto da un gruppo di sette donne, che in alcuni casi arrivò ad una tiratura di 80.000 copie. In questo modo circolavano in modo capillare le informazioni sui campi di internamento o le carceri, o le riflessioni dei capi di Solidarność che vivevano in clandestinità.

Ben presto nacquero in modo spontaneo i “Comitati di aiuto ai perseguitati politici”, che poi vennero posti sotto la protezione e il coordinamento del Primate di Polonia, per sostenere le famiglie di chi stava pagando il proprio impegno con il carcere o il campo di internamento o la perdita del lavoro. “Solidarność” divenne così una reale esperienza di “Solidarietà”.

Nel giro di poche ore dovetti decidere se tornare in Italia, come fecero quasi tutti gli stranieri presenti in città, o rimanere. Decisi di rimanere, scrissi una lettera a mia madre, di cui feci diverse copie e le diedi a chi stava partendo con la preghiera di fargliela avere, come accadde. Cominciai a lavorare con il Comitato di Aiuto ai Perseguitati Politici sorto all’interno dell’Università Cattolica. Eravamo un gruppo di otto docenti che coordinava circa 120 studenti che portavano i pacchi alle 300 famiglie di persone colpite dalla repressione, carcere, internamento o licenziamento con il cosiddetto “biglietto del lupo”, che impediva l’impiego in altre aziende su tutto il territorio nazionale, che visitavamo regolarmente una volta al mese, inoltre ci occupavamo di 350 famiglie di giovani studenti.

Furono mesi di lavoro molto intenso, a volte faticoso, a volte rischioso, a volte surreale, come quando dagli Stati Uniti ci arrivarono le forniture per l’esercito: blocchi di burro di mezzo metro per mezzo metro e fusti di olio da 25 litri con la scritta “U.S. Army”, che ci crearono non poche difficoltà per il porzionamento, in cui la mia vecchia FIAT 128 color penicillina si rivelò fondamentale.

Dopo i primi mesi cominciarono anche alcune forme di protesta aperta: poiché il decreto non proibiva di andare a passeggio, a Lublino decine di migliaia di persone all’ora del telegiornale si riversavano sul corso principale a passeggiare e alcuni tenevano in mano un televisore portatile, a volte nei condomini si decideva tutti di mettere i televisori accesi con lo schermo rivolto alla finestra, sui baveri delle giacche comparvero delle piccole “resistenze” elettriche, il 13 di ogni mese in molti si mettevano la fascia nera del lutto al braccio.

Erano forme creative di protesta, che certamente attingevano alle esperienze polacche del passato, come quando nell’800 dopo la rivoluzione di gennaio tutte le donne di Varsavia decisero di vestirsi di nero, che lasciavano spiazzati i funzionari di polizia che si ritrovavano impotenti davanti a dei gesti illegali nella sostanza, ma non nella forma.

Non c’era nessuna speranza di una “vittoria” a breve termine, ma come disse dalla clandestinità Władysław Frasyniuk: “Dobbiamo essere consapevoli (…) che ci aspettano anni di lavoro duro e oscuro, tanto da sembrare inutile. Noi dobbiamo diventare speranza a noi stessi, perché a noi spetta oggi il compito di costruire la nostra soggettività”, o come disse Adam Michnik rispondendo all’invito delle autorità ad emigrare all’estero: “ Per me il valore della nostra lotta non sta nelle possibilità di successo o di vittoria, ma nella causa stessa per cui abbiamo intrapreso la lotta. Che questo mio rifiuto sia un piccolo mattoncino per la costruzione dell’onore e della dignità di questo paese che voi ogni giorno rendete infelice”.

E paradossalmente stavamo facendo una vera esperienza di libertà, come ha detto Konstanty Gebert ricordando la sua esperienza nella clandestinità: “Vista in prospettiva, la decisione di entrare nella clandestinità può sembrare un atto di eroismo, di sacrificio. Ma noi non l’abbiamo vissuta così: era una decisione evidente. La decisione non era se continuare o meno a lottare nella clandestinità, la decisione era: «voglio abbandonare la mia libertà, o no?» (…). Francamente la scelta non c’era, (…), perché coloro, che hanno avuto, hanno trovato, la forza, o la fortuna, di opporsi sono liberi (…). Gli amici dell’opposizione, della clandestinità, hanno avuto la fortuna di vivere già in un territorio liberato, anche se quel territorio liberato aveva la circonferenza delle loro teste.

Annalia Guglielmi

Annalia Guglielmi, esperta di Polonia ed Europa dell'Est

19 marzo 2015

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Grazie per aver dato la tua adesione!

oltre il Muro: note di viaggio A. Guglielmi

oltre il Muro: note di viaggio ripercorre il cammino che ha portato ai grandi mutamenti del 1989 mediante la narrazione di incontri e riflessioni di Annalia Guglielmi con i dissidenti dell’Est europeo. Un’esperienza apparentemente confinata ai “senza potere”, ma che ha cambiato il volto dell’Europa.

carica altri contenuti