Gariwo: la foresta dei Giusti GariwoNetwork

English version | Cerca nel sito:

Il villaggio di Evlu

di Pietro Kuciukian

Nell’estate del 1991 mi ero recato da Tbilisi in Armenia passando attraverso due villaggi azeri preparati alla guerra, con bandiere verdi che garrivano al vento e kalashnikov spianati. All’epoca i confini fra Georgia, Armenia e Azerbaigianerano indefiniti, la dissoluzione dell’Impero sovietico aveva infranto le deboli separazioni. Superato quello che era stato il confine fra la Georgia e l’Armenia, in cima ad una collina, sono stato raggiunto da una decina di contadini che, appena scoperto che parlavo armeno, mi hanno abbracciato calorosamente. Erano armeni di un villaggio dell’Azerbaigian che, subito dopo i fatti di Sumgait[1], si erano trasferiti in un paese dell’Armenia abitato da azeri, Evlu, poco distante dal confine dove mi trovavo in quel momento. Gli azeri nati e cresciuti a Evlu si erano a loro volta trasferiti nel villaggio armeno dell’Azerbaigian. Si era trattato di uno scambio pacifico tra le popolazioni, senza violenza, organizzato da due persone di buona volontà, i maestri di scuola. L’insegnante armeno e il mullah azero erano vissuti insieme a Evlu per qualche mese, cercando di conoscersi e di stabilire un’amicizia, base per operare lo scambio pacifico degli abitanti dei due villaggi. I due uomini hanno superato incomprensioni e problemi, vivendo nella stessa casa e preparando insieme il trasferimento della popolazione, e infine armeni e azeri si sono scambiati le abitazioni, distanti fra loro migliaia di chilometri:[2]un esodo e un controesodo, un andirivieni di camion e di autobus, la capacità di operare di due persone che vedevano lucidamente la necessità di presidiare le proprie comunità, assumendosi la responsabilità di creare le condizioni per far vivere i valori del rispetto reciproco e della convivenza civile anche alla vigilia di venti di guerra.

Mi sono diretto in cima alla collina sovrastante Evlu, ho visto due cimiteri uno accanto all’altro separati solamente da cespugli fioriti: in un cimitero, i khachkar, le croci di pietra armene e le lapidi con le incisioni dei ritratti dei morti; nell’altro le lastre di pietre lavorate con incisioni di mezzelune, revolver, scimitarre. A Evlu i morti azeri e i morti armeni riposavano uno accanto all’altro, e i vivi avevano cercato di attenuare le sofferenze dell’esodo.

Uno dei contadini, con aria malinconica, mi dice di aver saputo che la chiesa del villaggio armeno abbandonato in Azerbaigian è diventata un bagno pubblico. “Ma noi” - aggiunge – “abbiamo conservato il loro cimitero; se un giorno volessero ritornare potrebbero onorare i loro defunti”.

Rientro verso Yerevan, aggirando il lago dalla parte meridionale fino al paese di Sevan. Affamati e stanchi di motocicletta, io e mia moglie decidiamo di concederci un pasto a base di pesce, l’ishkhanazug, la famosa trota salmonata del lago. Il ristorante si trova su una penisola collegata alla strada principale da un breve tratto di terra: chi ci serve è una signora di una certa età, bionda, con un portamento nobile e fiero che mi incuriosisce.

“Sei armena?” chiedo. E lei racconta: “Sono una profuga armena di Sumgait, ero direttrice di una raffineria, dopo un anno ho avuto nostalgia della mia casa, così ho detto a mia madre, che mi impediva di ritornare in Azerbaigian, che sarei andata a Mosca per curarmi una febbre che mi tormentava. Da Mosca ho avvertito i miei vicini di casa azeri di Sumgait che sarei andata a trovarli. Sono venuti a prendermi all’aeroporto di Baku, hanno dato 100 dollari al poliziotto della dogana perché avevo un nome armeno, mi hanno messo un velo e mi hanno portata nel loro appartamento, che si trova di fronte al mio, sullo stesso pianerottolo. Mi hanno ridato i denari e i gioielli che avevo loro consegnato prima di fuggire in Armenia. Quando, nuovamente velata, mi hanno riaccompagnata all’aeroporto, per tornare in Armenia, via Mosca, ho regalato loro il mio gioiello più prezioso. Non ho potuto entrare in casa mia, era occupata da profughi azeri, che non ho avuto il coraggio di incontrare”.[3] Sul volto la nostalgia della sua casa, il dolore per una vita sconvolta, in modo inaspettato e improvviso. E poi un tenue sorriso nato dal pensiero dei suoi vicini di casa azeri rimasti, nonostante tutto, amici. Un sorriso di gratitudine.

Rifletto su che cosa avviene nei momenti che precedono lo scatenarsi del male, sulla conflittualità che pur sopita esiste e serpeggia incontrollata, pronta a manifestarsi contro un ipotetico nemico, capro espiatorio. Non posso non pensare ai silenzi che accompagnano le tragedie del presente. Per questo è necessario richiamare la realtà del bene nella tragica catena del male, indispensabile per ritrovare qualche ragione di speranza nell’umanità troppo spesso devastata dal dolore.

Note:

[1] Alla fine del febbraio del 1988, a Sumgait e in altre città della repubblica sovietica dell’Azerbaigian, è stato scatenato un sanguinoso pogrom contro la popolazione armena inerme. Si è trattato di una risposta alla delibera del governo del Nagorno Karabagh, distante 500 chilometri da Sumgait, che chiedeva la riunificazione alla Repubblica sovietica dell’Armenia. E stato dato il via ad uno dei conflitti interetnici più sanguinosi dell’Unione Sovietica che all’indomani della caduta del Muro, si è trasformato in una vera e propria guerra.

[2] Pietro Kuciukian, Giardino di tenebra. Viaggio in Nagorno Karabagh, Guerini e Associati, Milano 2003, pag. 81

[3]S. Shahmuradian. La tragedia di Sumgait, a cura di Pietro .Kuciukian, Guerini e Associati, Milano 2012, pag. 18

Pietro Kuciukian, Console onorario d'Armenia in Italia e Cofondatore di Gariwo

Pietro Kuciukian, Console onorario d'Armenia in Italia e Cofondatore di Gariwo

30 ottobre 2018

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Viaggio fra i disobbedienti azeri

Alla fine dell’Unione Sovietica è seguito un lungo periodo di caos, anche se in pochi casi cruento. L’homo sovieticus, malgrado fosse stato forgiato in settant’anni di menzogne e repressioni ne è uscito quasi indenne. I tovarish, i compagni delle diverse etnie, si sono guardati negli occhi, hanno evitato di scannarsi in lunghe guerre civili che non avrebbero visto né vincitori, né vinti. Nemmeno i nuovi poteri sono riusciti a distruggere l’uomo sovietico, anche se in alcuni frangenti hanno tentato di farlo. È il caso della richiesta di autonomia del Nagorno Karabagh, enclave all’interno dell’Azerbaigian popolata in maggioranza da armeni.

Sarà sempre repentino e improvviso il passaggio dalla pace alla guerra, e così irrimediabilmente lento il processo di pace? Tra i molti episodi cruenti, si possono ritrovare e togliere dall’oblio quei pochi atti di salvataggio, di difesa, di soccorso, compiuti dai disobbedienti, da uomini e donne che hanno tentato di fermare il male e che possiamo chiamare “Giusti”. Il fronte dei carnefici non è mai compatto. Il racconto di questi episodi potrà forse tenere in vita la speranza di una riconciliazione tra il popolo armeno e il popolo azero che conduca alla pace.