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Attentato in Congo, tre uomini uccisi in un Paese devastato da conflitti e violenze

sotto gli occhi del mondo

Nella foto l’ambasciatore italiano Luca Attanasio in un incontro con Denis Mukwege

Nella foto l’ambasciatore italiano Luca Attanasio in un incontro con Denis Mukwege

Da ieri una tremenda e inaspettata notizia è entrata nelle nostre case in mezzo al caos mediatico di questo periodo, tre persone hanno perso la vita nella Repubblica Democratica del Congo durante un attentato a un convoglio Onu nella zona di Goma in circostanze non ancora chiarite: l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista che li accompagnava. L’ambasciatore Attanasio aveva 44 anni e aveva vinto nell'ottobre 2020 il premio Nassiriya per la Pace. Il carabiniere Iacovacci aveva 30 anni e si trovava in servizio presso l'ambasciata italiana dal 2020.

La rotta era considerata sicura, sembra che ci fosse una scorta e i mezzi, due veicoli del World Food Programme, non fossero blindati (Attanasio aveva da poco chiesto e ottenuto che gli fosse fornito un furgone blindato, che però non gli era ancora stato consegnato). Il ministero dell'Interno di Kinshasa ha fatto sapere in un comunicato che nell'attacco sono state anche sequestrate tre persone, una quarta persona, che era stata rapita, è stata invece ritrovata. Un terzo italiano che viaggiava nel convoglio risulta libero e non ferito.

Secondo una prima ricostruzione della dinamica dell’accaduto data dalle fonti di polizia locali, gli attentatori, sei persone, avrebbero subito ucciso l’autista, poi trascinato gli altri nella foresta e sparato al carabiniere, ferendo a morte anche l’ambasciatore. Una pattuglia dell'Istituto Congolese per la Conservazione della Natura, distante qualche centinaia di metri, si sarebbe precipitata sul posto insieme ad alcuni soldati dell'esercito, arrivando purtroppo tardi.

Si è parlato di un tentativo di rapimento finito nel sangue, probabilmente per sequestrare il capo delegazione Ue a Kinshasa; le autorità locali hanno puntato il dito contro i ribelli hutu delle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda, una fazione che si oppone ai Tutsi per il dominio sulla zona - area nella quale molti gruppi armati si contendono le risorse naturali del Parco dei Virunga, famoso per i gorilla di montagna e sorvegliato da più di 600 ranger armati.

Non ci sono al momento certezze riscontrabili su quello che sia realmente successo, c’è molto di cui parlare però sulla situazione del Paese che da decenni convive con instabilità violenza e sfruttamento. “Sono originario di uno dei Paesi più ricchi del pianeta, eppure i miei compatrioti sono tra i più poveri al mondo. L’inquietante realtà è che proprio l’abbondanza delle nostre risorse naturali — oro, coltan, cobalto e altri minerali strategici — è causa primaria di guerre, violenza estrema e povertà assoluta.”, aveva detto il medico congolese Premio Nobel per la pace e Giusto al Giardino di Milano Denis Mukwege durante la cerimonia del Nobel. Gli interessi economici dati dalle ricche risorse del Paese hanno creato una situazione di violenza estrema in cui è difficile intervenire o per alcuni forse non conveniente. A farne le spese sono soprattutto le regioni orientali ricche di materie prime e la popolazione locale: secondo le stime, il clima di costante violenza ha portato a circa 6 milioni di morti per cause dirette e indirette del conflitto - oltre ai 4 milioni di profughi con sono stati costretti ad abbandonare le loro case. In questa situazione, come abbiamo detto anche nella nostra proposta sulla prevenzione dei genocidi al Parlamento Italiano, non si esclude l’ipotesi di nuovi genocidi.

Tutti amiamo le belle macchine e i gioielli. Anche io ho uno smartphone”, dichiarava Denis Mukwege, “questi oggetti contengono minerali che vengono dalla nostra terra, spesso estratti in condizioni disumane da bambini vittime di intimidazione e violenza. Quando guidate la vostra auto elettrica, quando usate il vostro smartphone o ammirate i vostri gioielli, prendetevi un minuto per riflettere sul costo umano che c’è dietro la produzione di questi oggetti. Come consumatori, cerchiamo quanto meno di pretendere che siano realizzati nel rispetto della dignità umana. Girare la testa significa essere complici. Non è solo chi commette il crimine a essere responsabile, lo è anche chi sceglie di guardare altrove. Il mio Paese è depredato e razziato sistematicamente con la complicità di coloro che si dichiarano nostri leader, a spese di milioni di uomini, donne e bambini innocenti abbandonati alla povertà assoluta, mentre gli utili derivanti dalla vendita dei minerali finiscono nelle tasche di oligarchi rapaci. Per vent’anni, giorno dopo giorno, all’ospedale Panzi ho visto le strazianti conseguenze della cattiva gestione del Paese. Bambine, ragazze, giovani donne, madri, nonne e anche uomini e ragazzi crudelmente stuprati, spesso pubblicamente e collettivamente, con qualsiasi tipo di oggetto. Vi risparmio i dettagli.

Il popolo congolese è umiliato, seviziato, massacrato sotto gli occhi della comunità internazionale. Oggi, nessuno può dire: “Non lo sapevo”. Il mio popolo ha un disperato bisogno di pace. Ma come costruirla sulle tombe, senza verità o riconciliazione, senza giustizia?

Dobbiamo avere il coraggio di guardare in modo critico e imparziale ciò che sta accadendo nella regione dei Grandi Laghi, di rivelare i nomi degli autori dei crimini contro l’umanità per impedire loro di continuare a tormentare la regione, di riconoscere i nostri errori, di dire la verità. Cari compatrioti congolesi, dobbiamo prendere il nostro destino tra le mani per costruire la pace, il futuro del nostro Paese e un futuro migliore per l’Africa. Nessun altro lo farà per noi.”

Al Giardino di Milano, in una cerimonia in suo onore nel 2019, Mukwege ha pronunciato parole che nessuno tra chi le ha ascoltate ha più potuto dimenticare: “Penso che quando parliamo della Repubblica Democratica del Congo non possiamo non dire, e lo voglio ripetere qui, che stiamo subendo una guerra che ci viene imposta da vent’anni, della quale non sappiamo nemmeno i motivi, perché non è una guerra tra le tribù congolesi, non è una guerra tra le religioni, e non è nemmeno una guerra tra territori che vogliono controllare altri territori, è una guerra per controllare le risorse naturali della Repubblica Democratica del Congo. Decine di bambini muoiono nel fondo di un buco per andare a cercare coltan. È stato realizzato un rapporto delle Nazioni Unite, fatto da degli esperti dell'Alto commissariato dei diritti umani, che ha identificato i crimini le persone che li hanno commessi. 617 crimini di guerra, contro l'umanità e anche di genocidio. Sono dieci anni che questo rapporto è stato emesso e non c'è un solo suggerimento che sia stato messo in atto. Oggi abbiamo bisogno di tutti voi per spingere affinché il Consiglio di sicurezza crei un tribunale internazionale per giudicare questi crimini e far indietreggiare questa macabra guerra della Repubblica Democratica del Congo.”

Quello che è accaduto e il dolore per le vittime non può non spingerci a riflettere su tutto questo e su quello che ognuno di noi può fare per chiedere che si lavori per la pace, qualcosa che tentava di fare anche Dag Hammarskjold, il Segretario generale delle Nazioni Unite che perse anch’egli la vita in Congo nel tentativo di risolvere una crisi interna e che quest’anno onoreremo al Giardino dei Giusti di Milano.

23 febbraio 2021

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