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Avvisaglie di genocidio nel Tigrè, in Etiopia

Un conflitto lungo decenni si è trasformato in una guerra civile che ha trascinato il Tigrè in una carestia

Tra novembre e dicembre 2020, c’è stata una guerra civile nel Tigrè, una regione nel nord dell'Etiopia, il paese più popoloso dell'Africa dopo la Nigeria. La guerra ha coinvolto l'esercito etiope, comandato dal primo ministro Abiy Ahmed e sostenuto dalle truppe eritree, e il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigrè (TPLF), che ha sfidato il governo centrale dell'Etiopia. La guerra, che nasceva da tensioni decennali, è ufficialmente finita a dicembre. Tuttavia, il conflitto ha continuato a intensificarsi e a devastare la regione del Tigrè. Più di due milioni di persone sono ora sfollate, circa quattro milioni hanno bisogno di aiuti, e le truppe etiopi ed eritree sono state accusate di pulizia etnica, massacri e altre atrocità nel Tigrè, considerate crimini di guerra. Alcuni pensano che nel Tigrè sia in corso un genocidio.

Da dove viene la guerra nel Tigrè?

La guerra arriva dopo decenni di conflitti tra il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigrè, nato negli anni '70 per combattere contro la dittatura militare etiope, e il governo centrale dell'Etiopia. I tigrini sono il terzo gruppo etnico più grande in Etiopia dopo gli Oromo e gli Amhara, e costituiscono solo il 6-7% circa della popolazione etiope. Eppure, il TPLF ha ottenuto un potere significativo nel paese, fino a rovesciare la dittatura marxista che governava il paese nel 1991. Il leader del TPLF Meles Zenawi ha poi guidato l'Etiopia fino alla sua morte nel 2012.

Nel 2018 Abiy Ahmed, di origine Oromo, è salito al potere e ha mostrato ostilità nei confronti della leadership tigrina, accusandola di corruzione e abusi dei diritti umani e ripudiando alcune delle politiche adottate durante il suo governo. L'ostilità ha inasprito le relazioni tra il TPLF e il governo centrale. Nel 2019 Abyi - che ha vinto un premio Nobel per la pace dopo aver messo fine alla decennale guerra dell'Etiopia con l'Eritrea - ha fuso la coalizione di governo in un unico partito e ha iniziato a incarcerare alcuni dei suoi rivali. Il conflitto ha continuato ad aggravarsi.

Com’è cominciata e finita la guerra?

Nel settembre 2020, il Tigrè ha tenuto le elezioni locali nonostante le direttive del primo ministro Abyi, che aveva ordinato di rinviarle a causa della pandemia. A ottobre, l'Etiopia ha votato per tagliare i finanziamenti al Tigrè. All'inizio di novembre, le forze del TPLF hanno attaccato una base militare federale, il che ha portato Abyi a iniziare un'offensiva militare nella regione, chiudendo le comunicazioni telefoniche e la rete internet e dichiarando lo stato di emergenza nel Tigrè. A fine novembre, il premier Abyi ha preso il controllo della capitale del Tigrè, Mekelle.

Durante la guerra civile, inaccessibile ai giornalisti a causa delle restrizioni del governo, l'esercito etiope era supportato da truppe eritree che, secondo un rapporto di Amnesty, hanno sistematicamente ucciso centinaia di civili disarmati ad Axum, nel Tigrè settentrionale, con raid a tappeto per le case. Il massacro, secondo Amnesty, potrebbe costituire un crimine contro l'umanità. Nel dicembre 2020, la guerra civile si è ufficialmente conclusa, ma le tensioni sono continuate. Nel gennaio 2021, il governo federale etiope ha dichiarato il TPLF, fino ad allora un partito legale, un gruppo terroristico.

Cosa è successo dopo?

Tra dicembre 2020 e gennaio 2021, migliaia di persone sono state uccise. Il conflitto ha visto i leader del TPLF da una parte e le truppe etiopi ed eritree dall'altra, con i civili del Tigrè nel mezzo. Secondo i dati dell'UNHCR a dicembre, oltre 50.000 persone sono fuggite dalla violenza nel Tigrè per cercare rifugio in Sudan. In particolare, le truppe etiopi ed eritree hanno compiuto massacri, stupri di gruppo, espulsioni di persone dalle loro case e altri atti di violenza etnica e violazioni dei diritti umani. Nel gennaio 2021, la BBC ha pubblicato una serie di video trovati sui social media con le prove di un massacro di civili compiuto da membri dell'esercito etiope nel Tigrè. Quando la BBC ha presentato le prove del massacro al governo etiope, il governo ha detto che "i post sui social media non possono essere considerati prove".

La crisi del Tigrè ha così iniziato ad attirare l'attenzione internazionale. Per mesi e nonostante le prove e i testimoni, l'Etiopia e l'Eritrea hanno negato la presenza di truppe eritree nel Tigrè e la loro responsabilità per le violenze in corso. In seguito ai rapporti che accusavano le truppe per gli abusi e agli appelli di Stati Uniti, Germania, Francia e altri paesi del G7, alla fine di marzo il primo ministro Abyi ha infine detto che l'Eritrea aveva accettato di ritirare le sue truppe dal Tigrè. A maggio 2021, tuttavia, le truppe eritree erano ancora sul posto, e l'ONU ha avvertito che alcune parti del Tigrè erano a un passo dalla carestia, in parte perché il governo etiope ostacolava le spedizioni di aiuti alla regione. Nel giugno 2021, l'ONU ha detto che il conflitto ha trascinato il Tigrè in una carestia, colpendo almeno 350.000 persone

Al vertice del G7 di questo mese, il gruppo G7 ha chiesto un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe eritree dal Tigrè. Il gruppo G7 ha anche chiesto al governo etiope di smettere di bloccare gli aiuti alimentari che arrivano Tigrè. Nella regione, i soldati etiopi impediscono anche agli agricoltori di raccogliere o arare, uccidendo il loro bestiame, rubando i loro semi e saccheggiando le attrezzature agricole. Anche gli operatori umanitari vengono uccisi. Nel frattempo, l'Etiopia nega che ci sia una carestia e dice che le truppe eritree hanno iniziato a lasciare la regione.

Oggi, più di due milioni di persone sono sfollate, circa quattro milioni hanno bisogno di aiuto, e le truppe etiopi ed eritree sono accusate di pulizia etnica, massacri e altre atrocità nel Tigrè, considerate crimini di guerra. Alcuni, come Linda Thomas-Greenfield, ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, hanno lamentato la mancanza di azione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: Thomas-Greenfield ha infatti espresso frustrazione per il fatto che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non ha ancora tenuto una riunione pubblica sulla crisi in Etiopia, e ha detto che questo silenzio è dovuto a "impedimenti posti di fronte a noi da alcuni membri del Consiglio", riferendosi probabilmente alla Cina e alla Russia. Allo stesso modo, Jan Egeland, segretario generale del Consiglio norvegese per i rifugiati ed ex alto funzionario umanitario delle Nazioni Unite, ha detto: "Vorrei vedere il Consiglio di Sicurezza agire come un Consiglio di Sicurezza".

Accertamento o prevenzione del genocidio?

In una recente analisi pubblicata sulla BBC, Alex de Waal - direttore esecutivo della World Peace Foundation alla Fletcher School of Law and Diplomacy della Tufts University negli Stati Uniti - ha discusso se la crisi del Tigray possa essere affrontata in termini di genocidio. La riflessione di Waal ha seguito una dichiarazione del patriarca della Chiesa ortodossa etiope, che è anche un tigrino. Sua Santità Abune Matthias ha detto che nel Tigrè è in corso un genocidio. Anche i tigrini che sono fuggiti dal Tigrè hanno definito le violenze in corso un genocidio, nel corso di alcune proteste. Nella sua analisi, de Waal ricorda la figura di Rafael Lemkin, l'ebreo polacco che ha coniato il termine "genocidio", così come la Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio, che l'ONU ha adottato nel 1948 descrivendo il genocidio come un insieme di azioni che mirano "a distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale".

De Waal dice che le uccisioni e gli abusi sistematici del Tigrè sarebbero importanti per costruire un caso di genocidio. Nel famoso saggio di Lemkin Axis Rule, scrive de Waal, la privazione di cibo e la fame sono stati due elementi essenziali per l'elaborazione della nozione di genocidio. Inoltre, scrive de Waals, le condanne per genocidio non sono una novità per l'Etiopia. Nel 2007, Mengistu Haile Mariam è stato condannato per genocidio a causa dei massacri che ha compiuto durante la cosiddetta campagna del "Terrore Rosso" nel 1977-78, durante il suo regime militare. Tuttavia, spetta alla Corte penale internazionale decidere se nel Tigrè è in corso un genocidio o meno. Per farlo, alla Corte serve una decisione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, ed è improbabile che questo avvenga a causa delle possibili obiezioni di Cina e Russia.

In ogni caso, de Waal sottolinea l'importanza della prevenzione e i rischi di "accesi dibattiti sul genocidio" nella storia. "Gli attivisti - scrive - non vogliono aspettare che i giudici emettano un verdetto. Quando la prova del genocidio è finalmente in arrivo, è per definizione troppo tardi per prevenirlo". Citando David Scheffer, diplomatico americano ed ex ambasciatore speciale degli Stati Uniti per le questioni relative ai crimini di guerra, de Waal attinge alla nozione di "crimini di atrocità", che Scheffer ha introdotto a proposito della guerra jugoslava per fermare gli infruttuosi dibattiti sul genocidio e agire. Scheffer ha sostenuto che "i governi e le organizzazioni internazionali... non dovrebbero essere costretti ad agire dalla necessità di una precedente constatazione legale che dica che un genocidio si è verificato o si sta verificando".

Aspettare che il crimine di "genocidio" sia valutato i nsede giuridica prima di agire, scrive de Waal, era stato controproducente anche in Darfur, nel 2004. In quel contesto gli attivisti e gli attivisti internazionali contavano sul fatto che, una volta valutato il crimine di genocidio, i loro governi sarebbero stati obbligati a inviare truppe per fermare le atrocità. In realtà, non è stato così e, in molti casi, non esiste un obbligo di questo tipo. Giovedì scorso il Tigray è stato paragonato al Darfur: de Waal suggerisce che è improbabile che un crimine di genocidio venga accertato nel Tigrè. Ma la necessità di prevenire un genocidio rimane una priorità.

16 giugno 2021

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