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Haiti, la catastrofe umanitaria peggiore degli ultimi decenni

Violenze delle bande armate tra la popolazione affamata. L’azione politica è assente

La campagna di vaccinazione contro il colera è partita a metà dicembre. A Port-au- Prince, capitale di Haiti, sono arrivate 1,2 milioni di dosi di vaccini orali per i quartieri più vulnerabili della città. Secondo le NU, nello stato caraibico ci sarebbero stati (sino a fine dicembre) oltre 280 decessi a causa dell’epidemia, più di 14mila casi e quasi 12mila ricoveri. Il colera ha fatto la sua comparsa ad Haiti dal mese di ottobre, dopo tre anni dall’ultimo caso registrato. È l’ultima piaga della catastrofe umanitaria che sta travolgendo da molti mesi un paese dove le emergenze – economica, politica, sociale - si moltiplicano e si intrecciano. Secondo le agenzie dell’ONU, la fame ha ormai raggiunto il livello 5 (“catastrofico”), il più alto previsto dall’IPC (Integrated Food Security Phase Classifications) per 30 mila persone che consumano solo un pasto al giorno. In un paese di circa 12 milioni di abitanti, 4,7 milioni vivono ogni giorno una situazione di “fame acuta” (livello 3 e 4 dell’indice IPC). Sono chiuse le fabbriche, le scuole, i negozi. Gli ospedali sono in tilt. Non ci sono più trasporti pubblici. Cresce il potere delle bande armate e le violenze sono sempre più diffuse. L’azione politica è quasi assente.

Lo scenario ad Haiti ha iniziato a diventare critico dopo l’assassinio del presidente della Repubblica Jovenel Moïse nel luglio 2021, presumibilmente commesso da un gruppo di mercenari stranieri. Disordini civili, proteste e atti di violenza si sono diffusi un po’ ovunque, soprattutto nella capitale Port-au-Prince, in parallelo con rincari energetici, disoccupazione, carenza di carburante e acqua potabile pulita. Dopo l’uccisione del presidente Moïse, il primo ministro (e ora presidente ad interim), Ariel Henry, è stato continuamente bersaglio delle contestazioni di migliaia di haitiani che più volte ne hanno chiesto le dimissioni. E non si sa quando ci saranno le elezioni generali per scegliere il nuovo presidente della Repubblica. Ma la situazione è precipitata dallo scorso mese di settembre, quando il governo ha tagliato i sussidi stanziati per calmierare il prezzo del carburante, che ha comportato un aumento di circa il 130% del prezzo dei prodotti petroliferi. Una decisione che ha aggravato le condizioni economiche in tutto il paese. La popolazione è scesa per le strade della capitale e le proteste sono diventate molto violente, con rapimenti, saccheggi, blocchi stradali.

Le violenze delle bande armate

L’instabilità è cresciuta in modo esponenziale e ha rafforzato il potere delle bande armate, presenti nel paese da anni. Nella Repubblica caraibica ci sarebbero oltre 100 gruppi armati che controllano gli scarsi collegamenti stradali fra l’area metropolitana e il resto del paese. I gruppi criminali si muovono soprattutto nella capitale, che ha 1 milione di abitanti (ma l’agglomerato urbano ne conta 3,1 milioni, circa un quarto dell’intera popolazione haitiana). Senza risparmiare le altre città più importanti: Carrefour (511.000), Delmas (395.000), Pétion-Ville (377.000) e Cité Soleil (265.000), che sorgono nella fascia costiera. Lo scenario è tragico: impunità, soprusi, rapimenti, violenza sessuale, assalti a carceri e stazioni di polizia. Vere e proprie battaglie in aree urbane. Le gang continuano a “reclutare” personale, inclusi giovani e adolescenti. Il portavoce dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Jeremy J. Laurence, ha dichiarato che solo da gennaio a giugno 2022 nella

capitale haitiana erano stati documentati 934 omicidi, 684 feriti e 680 rapimenti. Per circa due mesi, fino allo scorso dicembre, una decina tra le più forti bande criminali ha occupato il terminal petrolifero di Varreux, il più importante dell’isola caraibica, nel porto della capitale, rivendendo il carburante a prezzi stratosferici al mercato nero (fino a 9 dollari al litro). Il blocco di questo centro di stoccaggio, in cui si trova immagazzinato oltre il 70% del carburante del paese, ha reso lo scenario ancora più drammatico: oltre a scuole e fabbriche, hanno iniziato a chiudere negozi di alimentari, ospedali, distributori di benzina, banche, ambasciate, società di distribuzione dell’acqua. Haiti è stata paralizzata dai blackout. “Il paese sprofonda nella disperazione e nella più totale paralisi”, spiegano i volontari delle ONG e i religiosi presenti nel paese. “La mancanza di combustibile blocca le attività produttive e commerciali, e senza lavoro non ci sono neanche i soldi per acquistare i beni primari. Sono fermi i camion che consegnano cibo ai supermercati, e spenti i generatori che conservano le derrate alimentari”. Osserva il responsabile di una ONG: “Non è realistico pensare che il governo attuale possa ridurre l’insicurezza provocata dalla violenza dei clan criminali. Ricordiamo che negli ultimi 30 anni le gang sono state utilizzate dai politici haitiani per salire al potere, eliminare gli avversari e poi rimanere in sella. Ora le bande hanno il controllo della situazione e fanno i propri interessi, a scapito della popolazione”.

Il paese più povero delle Americhe

Caos e violenza impediscono il lavoro degli operatori umanitari. Nelle settimane scorse due magazzini del WFP (World Food Programme), l’Agenzia delle NU, sono stati assaltati e poi incendiati, a Gonaïves e a Les Cayes. Le bande armate hanno colpito anche gli edifici del culto cattolico: dopo l’uccisione (il 25 giugno scorso) di suor Luisa Dell’Orto, religiosa italiana che si trovava ad Haiti da 20 anni, è stata attaccata la cattedrale di Port-au-Prince. “Hanno dato fuoco alla chiesa e cercato di uccidere i pompieri arrivati per spegnere le fiamme”, raccontano le suore rimaste nel paese. Gli assalti agli edifici e alle organizzazioni che portano aiuti non si sono verificati solo nella capitale: a Port-de-Paix e in altre città, sono state attaccati gli edifici della Caritas.

Haiti ha un’estensione di 27.700 Km quadrati (un territorio pari alla somma di Lombardia e Liguria), poco più di 1/3 dell’isola di Hispaniola, che il paese divide con la Repubblica Dominicana, a Est. Il territorio di Haiti è in gran parte montuoso e nelle zone rurali la situazione, per quanto possibile, è ancor più grave: la corrente elettrica, quando c’è, arriva a poco più del 10% delle abitazioni, mentre l’acqua potabile è ormai quasi inesistente. È difficile raccogliere dati attendibili sulla situazione sanitaria un po’ in tutto il paese, ma è quasi impossibile sapere quanto accade nei piccoli centri, sparsi tra le montagne. Il direttore dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha rilevato come siano difficoltose le operazioni di raccolta campioni e di analisi dei pazienti che si sospetta siano colpiti dal Vibrio cholerae, un batterio che si sviluppa in acqua e alimenti contaminati con feci umane. Nel corso degli anni, le montagne russe dei conflitti politici hanno trasformato Haiti nel paese più povero delle Americhe e uno dei più poveri al mondo. I dati della Banca Mondiale indicano che il PIL pro capite è di circa 1.200 dollari; vale a dire inferiore al PIL pro capite di paesi come Zambia, Senegal, Camerun, Zimbabwe. Secondo una stima citata da The Economist, il 60% degli haitiani vive con meno di due dollari al giorno, e il tasso di mortalità infantile è paragonabile a quello dei paesi dell’Africa centrale. Circa un haitiano su tre non sa leggere né scrivere. Per quanto sia possibile fare calcoli attendibili nel caos degli ultimi mesi, il tasso di inflazione dovrebbe aggirarsi attorno al 35% su base annua. La fame si spiega anche con questo dato.

Interventi dallestero e memoria ferita della popolazione haitiana

Di fronte a uno scenario catastrofico di tal genere, il potere politico ha debolissime carte da giocare. La polizia è inefficace, perché impreparata, senza mezzi e armi per far fronte a quella che qualcuno ha definito una situazione di “guerra civile a bassa intensità”. Anche se pare che Canada e Stati Uniti abbiano consegnato alla polizia haitiana automezzi e altri strumenti per contrastare le bande armate. Nelle settimane scorse il contestato primo ministro Ariel Henry, ha chiesto aiuto ai “partner stranieri”, in una dichiarazione che ha il sapore della resa: “Chiedo all’intera comunità internazionale, a tutti i paesi amici di Haiti, di aiutarci a combattere questa crisi umanitaria”. L’appello di Henry è stato raccolto dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il quale ha inviato una lettera al Consiglio di sicurezza ONU per sollecitare l’immediato schieramento di una forza armata speciale ad Haiti. Obiettivo: arginare violenza e degrado dilaganti. Pochi giorni prima di Natale, il pensiero di Guterres è stato ribadito dalla segretaria generale aggiunta ONU, Amina Mohammed. Mentre Helen La Lime, rappresentante speciale del Palazzo di Vetro per Haiti, ha ricordato che l’attività delle bande armate “ha raggiunto a novembre 2022 livelli record, con 280 omicidi, la cifra più alta mai registrata in un solo mese”.

Ma la soluzione dell’intervento estero non è gradita a gran parte degli haitiani. Dall’indipendenza ottenuta nel 1804 (Haiti era una colonia francese) ci sono stati diversi interventi di forze straniere nel territorio haitiano, nonché “interferenze” pesanti da parte di alcune potenze mondiali sui governi della Repubblica. Nel secolo scorso Haiti ha subito un’invasione degli Stati Uniti, due dittature sanguinose (quelle di Francois “Papa Doc” Duvalier e di suo figlio Jean-Claude, detto “Baby Doc”), vari colpi di stato appoggiati dall’esercito e una lunga e controversa presenza dei caschi blu dell’ONU. Le forze di pace delle NU arrivarono ad Haiti nel 2004 dopo la rivolta popolare e la cacciata del presidente Jean-Bertrand Aristide (una missione di “stabilizzazione” denominata Minustah) e ci rimasero fino al 2017; seguì una nuova missione di supporto alla giustizia (Minujusth), fino al 2019. La presenza dei caschi blu ONU - durata 15 anni - è stata segnata però da scandali, tra cui episodi di violenza sessuale. Nel novembre 2007, 114 membri della missione di peacekeeping ONU furono accusati di cattiva condotta e abusi sessuali. Le accuse furono in seguito confermate da un’indagine interna delle NU. Inoltre, nel 2010 il paese fu colpito da un devastante terremoto che distrusse buona parte di Port-au- Prince, e uccise un numero mai quantificato di persone, comunque superiore alle 100 mila. Nei mesi successivi, l’intervento dell’ONU portò ad Haiti un’epidemia di colera (secondo alcune fonti, riconducibile al contingente nepalese) che causò circa 10 mila morti e colpito più di 800 mila persone.

Catastrofi naturali e silenzio della comunità internazionale

Nella recente storia di Haiti, le svolte a livello politico si sono spesso intrecciate con le catastrofi naturali e i negativi effetti prodotti. Il terremoto del 2010 non è stato l’unico caso negli anni Duemila: il paese da lungo tempo fa i conti con le conseguenze dei cambiamenti climatici. Nel 2004 Haiti è stata colpita dagli uragani Ivan e Jeanne, che provocarono la morte di oltre 3 mila persone, feriti e sfollati. Anni dopo arrivarono tempeste tropicali e uragani di proporzioni viste raramente nel secolo precedente (le ricerche recenti hanno dimostrato che l’aumento delle temperature nel pianeta influisce sull’intensità delle tempeste, non tanto sulla loro frequenza). L’uragano Matthew (2016) causò enormi distruzioni in vari paesi nell’area dei Caraibi, ad Haiti uccise 2 mila persone; in quegli anni ci furono frequenti proteste di piazza contro la corruzione. Nell’agosto 2021 il paese venne nuovamente colpito da un forte terremoto (magnitudo 7,2). Intanto la comunità internazionale - concentrata su altre crisi di vaste proporzioni nel globo - mostra uno scarso interesse per la catastrofe umanitaria di Haiti. La Francia ha già fatto sapere che non invierà proprie truppe nella Repubblica caraibica; Cina e Russia e Canada hanno manifestato preoccupazione per un intervento nel complicato territorio occidentale di Hispaniola. Nella grande isola delle Antille (prima colonia europea del Nuovo Mondo, fondata da Cristoforo Colombo), un confine di 376 chilometri separa Haiti dalla Repubblica Dominicana, nella parte orientale. Un paese molto diverso dal vicino a Ovest, con un’economia in crescita, grazie al turismo, e un basso livello di povertà. Lo scorso anno il suo presidente, Luis Abinader, ha annunciato la costruzione di un muro che dividerà il paese da Haiti. Lo scopo? “Controllare l'immigrazione illegale e la criminalità”, secondo il governo di Santo Domingo. Si inizierà con una barriera di 160 chilometri, con torri di sorveglianza, sensori e droni.

La difficile fuga via mare

Molte persone cercano di scappare da Haiti. Andare nella vicina Repubblica Dominicana non è più possibile da anni: anche senza il muro, i migranti vengono respinti dalla polizia di frontiera di Santo Domingo. Dal terremoto del 2010, il flusso in uscita dall’isola è cresciuto lentamente: nei primi 11 anni dopo il sisma, secondo l’ONU, sono emigrate 1,5 milioni di persone. Un gran numero di haitiani è approdato in Brasile, che cercava manodopera prima per la Coppa del mondo del 2014, poi per i Giochi Olimpici del 2016. Le altre direzioni dell’emigrazione? Cuba. Oppure Colombia, con l’obiettivo di raggiungere il Nord America via terra attraverso il Messico. C’è chi prova ad entrare nel territorio USA navigando verso l’isola di Porto Rico, a Est di Hispaniola, in un tratto di mare molto pericoloso per i forti venti. Anche i viaggi via terra sono pieni di insidie. E nei paesi di approdo (Stati Uniti, Repubblica Dominicana) molti haitiani devono affrontare il nodo dei rimpatri forzati. Voli charter che li riportano nell’attuale bailamme di Port-au-Prince. Nelle settimane scorse, Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), tramite un comunicato ha dichiarato: “Ad Haiti c’è una situazione di grave insicurezza alimentare, carenza di carburante e assistenza sanitaria e servizi igienico- sanitari limitati”. Per l’agenzia ONU il paese si trova nella “peggiore situazione umanitaria e dei diritti umani degli ultimi decenni. Data questa situazione molto preoccupante, faccio appello a tutti gli stati affinché siano solidali con Haiti e li esorto a non riportare gli haitiani in un paese estremamente fragile.

Quale sarà il futuro di Haiti? Al momento pare poco probabile l’intervento di una forza speciale proveniente dall’estero, come chiesto da Guterres e dal primo ministro Henry. Alcuni analisti spiegano: “In questo specifico contesto non potrà essere un intervento esterno a portare un miglioramento nel paese caraibico”. Qualcuno osserva con interesse un’ampia convergenza di associazioni, società civile e partiti politici progressisti, che nell’agosto 2021 hanno firmato un documento noto come Accordo del Montana(dal nome dell’hotel di Port-au-Prince nel quale è stato siglato). Un progetto politico che prevede la creazione di un governo di transizione che sostituisca quello di Henry, con l’obiettivo di ripristinare l’ordine democratico e recuperare il controllo del territorio, compromesso dalla criminalità. Inoltre, il Montana Group si prefigge di iniziare la preparazione di nuove elezioni, fissate per il 2024. Ed è contrario all’intervento militare invocato dall’attuale premier.

5 gennaio 2023

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