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Ikram Nazih, un "caso Zaki" in Marocco

Italiana, è in carcere per aver condiviso un post su Facebook

AGGIORNAMENTO: Il 23 agosto Ikram Nazih è stata rilasciata, potendo così abbandonare il carcere in cui era reclusa. Il tribunale di appello di Marrakesh ha ridotto dapprima la condanna a due mesi con pena sospesa e poi ha cancellato la multa da pagare.

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Dallo scorso 28 giugno Ikram Nazih, una ragazza italiana ventitreenne nata e cresciuta a Vimercate da genitori marocchini, si trova in carcere nei pressi di Marrakech con l'accusa di oltraggio alla religione musulmana. Otto giorni prima Ikram, che studia giurisprudenza a Marsiglia, era atterrata a Rabat per passare le vacanze e celebrare la festa del Sacrificio con una parte della famiglia.

Appena sbarcata nella capitale marocchina, è stata immediatamente fermata: su di lei pendeva una denuncia per aver offeso pubblicamente l’islam attraverso una vignetta condivisa su Facebook nel 2019. Ironizzava su un passaggio del corano e in particolare sulla Sura 108, quella dedicata all’Al-Kawthar (l’Abbondanza), che prescrive proprio il sacrificio, definendolo il “versetto del whiskey”. 

Una vignetta piuttosto diffusa in quel periodo, che Ikram aveva cancellato poco dopo averla condivisa a causa di molti commenti negativi di utenti offesi dalla battuta. La condivisione aveva tuttavia attirato l’attenzione di un’associazione religiosa marocchina che lo aveva denunciato alle autorità di Rabat.

Ora Ikram si trova nel carcere dell’Oudaya (più volte nell’occhio del ciclone per alcune accuse di torture a carico del personale della prigione) ed è stata condannata a tre anni e mezzo di reclusione e al pagamento di 50 mila dirham (poco meno di 5000 euro) per “vilipendio alla religione”, aggravata dalla “diffusione via social media”.

La notizia ha fatto scalpore tra gli attivisti per i diritti umani ma ha goduto di una scarsa copertura mediatica (tranne sporadici casi: ad esempio il Domani ha dedicato a Ikram tutta la copertina del numero del 18 luglio). A livello parlamentare è stata depositata una interrogazione da parte del deputato Massimiliano Capitanio con la richiesta che il governo italiano intervenga subito per la scarcerazione.

La situazione è molto complessa dal punto di vista legale, in quanto la studentessa ha doppia cittadinanza e quindi risponde delle accuse in quanto cittadina marocchina. La Convenzione dell’Aia, del resto, non prevede la protezione diplomatica di un cittadino di doppia cittadinanza in uno dei due Paesi coinvolti. Per quanto riguarda la repressione interna marocchina, da anni Amnesty International punta il dito contro la criminalizzazione dell’oltraggio alla religione da parte delle autorità locali, che negli ultimi anni hanno arrestato diversi utenti dei social rei di aver offeso l'islam.

Ora la speranza è che la sentenza di primo grado possa essere ribaltata in appello, mentre la diplomazia italiana si sta muovendo con un profilo basso. C'è anche la possibilità che re Muhammad possa includere Ikram nella lista dei detenuti a cui generalmente concede la grazia durante la festa del Sacrificio.

Proprio su questo punto, ha fatto molto discutere una lettera aperta al monarca marocchino firmata da Davide Piccardo, direttore della rivista online di ispirazione islamica La Luce, in cui nel chiedere la grazia per Ikram dice di considerare “la blasfemia una colpa grave, nei confronti di Dio e verso i credenti e che non metto in discussione il diritto-dovere dello Stato marocchino di procedere in giudizio per reprimerla”. Le cause della mancanza della “scriteriata sorella” sarebbero da leggere nel fatto che molti dei giovani musulmani che vivono in occidente “sono abbandonati a loro stessi e crescono senza la consapevolezza della loro stessa identità e religione, in famiglie che affrontano difficoltà economiche tali da non permettergli un’adeguata attenzione ai figli”.

Scrive sul Foglio il magistrato Guido Salvini, che questa dichiarazione urta persino di più “della repressione religiosa messa in atto dalla monarchia marocchina”. L’articolo di Salvini si intitola significativamente “Ikram Nazih è un altro caso Zaki”.

In attesa di avere notizie dal Marocco, la speranza è che non si smetta di parlare del caso di Ikram. Anzi, che si inizi a farlo in maniera diffusa, trasversalmente, e che gli esponenti della comunità marocchina in Italia abbiano coraggio e si espongano in prima linea per il suo rilascio.

Il miglior nemico di Ikram è proprio il silenzio, come lo è per Zaki o per tutte le altre vittime della privazione della libertà di pensiero, anche in quegli stati autoritari eppure preziosi alleati dell’Occidente, come Marocco ed Egitto.

23 luglio 2021

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