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Il XX Congresso del Partito comunista cinese, tra controllo assoluto e isolato dissenso

di Lorenzo Lamperti

Il controllo sul Partito è ora assoluto. Quello sulla società civile, apparentemente, anche. All'interno della vita politica della Repubblica Popolare Cinese nessuno appare più in grado non tanto di opporsi, verbo in realtà esagerato nella "nuova era", ma nemmeno di pensare di non seguire in maniera convinta la leadership del segretario generale Xi Jinping, che ha appena intrapreso i primi passi del suo terzo storico mandato. Fuori dalla Grande Sala del Popolo dove si è concluso nei giorni scorsi il XX Congresso del Partito comunista cinese, però, inizia a intravedersi qualche segnale di insofferenza.

Solo pochi giorni prima dell'avvio dei lavori dell'attesissimo conclave quinquennale, si è verificato un anomalo episodio di dissenso. Sul Sitong Bridge, un cavalcavia nel distretto di Haidian, sono apparsi due striscioni di protesta. A circa una decina di chilometri di distanza da piazza Tiananmen. "No ai test Covid, sì al cibo. No all’isolamento, sì alla libertà. No alle bugie, sì alla dignità. No alla rivoluzione culturale, sì alla riforma. No al grande leader, sì al voto. Non essere schiavo, sii cittadino", recitava uno degli striscioni, mentre l'altro era indirizzato direttamente a Xi, definito come un "dittatore". Gli striscioni sono stati rapidamente rimossi, ma sui social cinesi se n'è parlato con la solita fantasia necessaria per aggirare la censura. Anche se tutte le parole chiave associate alla vicenda sono state rapidamente oscurate.

Gli slogan sono apparsi nei giorni successivi anche in altre otto città cinesi, tra cui Shenzhen, Shanghai, Pechino e Guangzhou, oltre che a Hong Kong. Quantomeno secondo le foto di alcune scritte pubblicate da VoiceofCN, un gruppo di cittadini cinesi anonimi che gestisce un account Instagram pro-democrazia. I bagni sono diventati un luogo chiave per esprimere il proprio dissenso, dato che la maggior parte di essi è priva delle telecamere di sicurezza. Altri manifesti e scritte sono apparsi anche in diversi altri paesi, Italia compresa.

Al centro delle rimostranze c'è spesso la strategia zero Covid, che imponendo dure restrizioni e regole spesso opache sta ricevendo critiche più o meno dirette da tanti cittadini cinesi. Diversi di loro sono peraltro generalmente allineati alle posizioni del governo, ma sottolineano comunque gli effetti economici del perdurare delle restrizioni: rallentamento della crescita, aumento della disoccupazione giovanile, chiusura al resto del mondo.

Dal XX Congresso, però, non è arrivato alcun segnale di apertura. Anzi. Nella sua relazione politica che ha aperto la settimana di lavori, Xi ha citato l'efficacia della gestione pandemica e la vittoria (almeno fin qui) contro il "demone" del coronavirus. Il Partito sottolinea come la strategia zero Covid abbia consentito di avere vittime e contagi infinitamente più bassi rispetto ai paesi occidentali: nella prospettiva del Partito non è solo un segnale di superiorità del suo modello di governo ma anche il simbolo della concezione della tutela "dei diritti umani con caratteristiche cinesi". I critici ne vedono invece uno strumento di controllo sfruttato dal Partito.

D'altronde, proprio il controllo è stato implicitamente il leitmotiv del XX Congresso. Xi non ha ottenuto solo il terzo mandato (prevedibile dopo la rimozione del vincolo dei due mandati operata nel 2018), ma ha anche piazzato una squadra composta interamente da suoi "fedelissimi" nelle posizioni apicali. E, a simboleggiare ancora una volta la convinzione con cui la leadership segue la strategia zero Covid, ha promosso Li Qiang. Si tratta del capo del Partito a Shanghai, vale a dire colui che ha presieduto la gestione del disastroso lockdown della scorsa primavera. Li è entrato tra i "magnifici sette" del Comitato permanente e addirittura al numero due della gerarchia. Ciò significa che sarà premier al posto di Li Keqiang a partire dal prossimo marzo. Una nomina che svela non solo il grado di consolidamento del potere di Xi all'interno del Partito, ma anche l'impermeabilità delle sue logiche rispetto al sentire della società civile.

Xi ha di fatto escluso dal Comitato permanente chiunque avesse un passato tra le fila della Lega della gioventù comunista, la fazione a cui appartiene anche l'ex segretario Hu Jintao, l'anziano leader "scortato" fuori dalla Grande Sala del Popolo durante l'ultima sessione del Congresso. Un episodio che lascia molti dubbi, nonostante la versione ufficiale abbia motivato il tutto a motivi di salute. Ma al di là di quelle immagini, il repulisti è nei fatti. E riguardano figure che potevano avere davanti un futuro brillante. Su tutte Hu Chunhua, vicepremier uscente e tempo fa considerato persino come un potenziale successore di Xi. Non solo non è entrato nel Comitato permanente, ma è stato escluso anche dal Politburo, l'organo di 25 membri (ora sceso inusualmente a 24) che nella scala gerarchica del Partito viene subito dopo il Comitato permanente.

Brutte notizie anche per la rappresentanza femminile. Nessuna donna né nel Comitato permanente né nel Politburo. Come annunciato l'unica presente negli scorsi 5 anni, la vicepremier Sun Chunlan, è andata in pensione. Sembrava dovesse raccogliere il testimone Shen Yiqin, a capo del Partito nella provincia del Guizhou, ma alla fine è rimasta fuori. Forse per il tragico incidente del bus con a bordo pazienti Covid, specula qualcuno. Sul gradino inferiore dell'organigramma, il Comitato centrale, figurano 11 donne su 205 membri.

Lo Xinjiang non è entrato nella relazione politica ma il segretario regionale del Partito, Ma Xingrui, è stato promosso nel Politburo. Ha trovato invece spazio Hong Kong, un'altra delle medaglia che Xi si è appuntato sul petto, rivendicando il passaggio da "caos" a "stabilità" nell'ex colonia britannica. Ottenuto con la cancellazione di fatto dell'opposizione sia politica sia civile al governo lealista locale. Il modello "un paese, due sistemi" è anche entrato nello statuto del Partito attraverso un emendamento costituzionale, così come ci è entrata a sorpresa anche "l'opposizione all'indipendenza di Taiwan". Un salto di qualità non tanto nell'utilizzo delle parole, ripetute in tutte le occasioni da Xi e dal Partito, ma nella forma vista la loro collocazione. Secondo diversi analisti, si tratta della base "legale" che verrà utilizzata per un ampliamento dell'attuale legge anti-secessione del 2005 oppure l'introduzione di una nuova "legge per la riunificazione" che metta a disposizione di Pechino un arsenale coercitivo ancora maggiore a livello diplomatico, politico, economico ed eventualmente militare da utilizzare sullo Stretto.

25 ottobre 2022

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