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La repressione digitale in Asia non è solo un fenomeno cinese

di Lucrezia Goldin, China Files

L’internet è libero. Tentare di contenerlo è come “provare ad attaccare la gelatina al muro”, secondo una celebre frase di Bill Clinton. Quello che l’esperienza dei governi asiatici racconta, invece, è un’altra storia, fatta di crescita e progressi tecnologici raggiunti in tempi record ma anche di violazioni della privacy e di nuove forme di repressione online. Le speranze legate all’attivismo digitale, stimolate dal successo della Primavera Araba e riprese in Asia dai movimenti pro-democratici della Milk Tea Alliance (il sodalizio online che accomuna le gioventù di Hong Kong, Taiwan, Tailandia e Myanmar), hanno lasciato spazio alla disillusione. Perché l’innovazione digitale è un’arma a doppio taglio, e i governi asiatici hanno imparato a usarla per appianare il dissenso.

Ad aprire la strada verso un modello alternativo di gestione dello spazio digitale è stata la Repubblica Popolare Cinese, che con il suo sempre più raffinato apparato censorio e una serie di nuove leggi mirate a proteggere la “sicurezza nazionale” rivendica la sovrintendenza dei contenuti online e la supervisione dei dati raccolti all’interno della sfera digitale cinese. È il sovranismo digitale, il concetto che sovrappone la governabilità del territorio fisico a quello della rete. A capo di questo sistema, la Cybersecurity Administration of China, che mentre erge alto il muro informatico che separa l’ecosistema tecnologico della Rpc dal resto del mondo, il cosiddetto Great Firewall, ha il compito di tenere sotto controllo quella che il Partito Comunista Cinese ha di recente chiamato “civiltà digitale”.

Le redini dell’informazione digitale e la capacità di oscurare contenuti sensibili sono in gran parte in mano al governo, e per questo la Cina si colloca ultima nell’indice per la libertà di espressione online della no profit americana Freedom House. Segue tra i paesi asiatici il Myanmar, terzultimo per libertà della rete con uno scivolone di ben 14 posizioni causato dal golpe dello scorso febbraio, che ha visto il Tatmadaw interrompere a più riprese la connessione internet per prevenire l’aggregazione dei manifestanti anti giunta. Presente anche il Vietnam nella categoria dei paesi “non liberi”, a causa degli arresti di giornalisti e attivisti per i loro commenti online. Nella regione dell’Asia-Pacifico, solo Taiwan si presenta come esempio virtuoso nella protezione dei diritti digitali, collocandosi al quinto posto tra i paesi dove l’espressione online è libera e protetta.

Sulla scia del modello cinese, i governi asiatici hanno colto il potenziale (sociale ed economico) della centralizzazione delle tecnologie di informazione digitale, e stanno provando ad assoggettarne i benefici al controllo statale. Così a inizio anno la Cambogia ha stilato un protocollo internet che obbliga i provider di servizi digitali a collegarsi a un gateway nazionale, dando alle autorità la possibilità di controllare le informazioni online e fornendo all’esecutivo dati sensibili sugli utenti. Allo stesso modo la localizzazione dei server dati imposta di recente dal Vietnam ha consentito al governo di fare leva su Facebook per aumentare la censura di post ritenuti sovversivi. Lo stesso è accaduto in India, dove l’amministrazione Modi ha fatto pressione su Twitter, Facebook e Instagram per limitare i commenti relativi alla proposta di riforma agricola (e alle conseguenti proteste) di febbraio.

Dove la Cina può contare su un ecosistema digitale locale abituato all’autocensura, molti dei vicini asiatici hanno invece irrobustito la legislazione relativa alla sicurezza digitale per poter gestire i provider stranieri, criminalizzando di fatto il dissenso online. In Tailandia, per esempio, in base al Computer Crime Act, lo scorso gennaio una donna è stata condannata a 43 anni di carcere per avere pubblicato dei video su Facebook e Youtube con commenti ritenuti critici della monarchia. In Cambogia, due mesi fa, il figlio sedicenne di un membro del partito di opposizione è stato arrestato per un presunto messaggio anti-governo su Telegram. La settimana scorsa le autorità del Vietnam hanno invece condannato un contadino a sette anni di carcere per un post sovversivo pubblicato su Facebook. Le piattaforme social, da spazio per la libera espressione rischiano di diventare un palcoscenico per individuare i dissidenti.

La pandemia da Covid-19 ha peggiorato questo trend. Tracciamento, sorveglianza, condivisione di dati privati, i margini dell’ingerenza statale nella vita dei cittadini si sono estesi. Al contrario, i contorni dell’espressione online si sono drasticamente ristretti. Nascosti dietro allo scudo dell’emergenza sanitaria e nel nome della lotta alla disinformazione, diversi governi in Asia hanno reso illegale la disobbedienza civile a colpi di nuove legislazioni, controllando i contenuti online e talvolta prevenendo che i social vengano usati per organizzare proteste e raduni. La Malesia ha ripescato il vecchio Anti-Fake News Act del 2018, con il quale il governo può intervenire e rimuovere qualsiasi contenuto online che violi i principi di sicurezza nazionale. A Singapore è stato istituito il Protection From Online Falsehoods and Manipulation Act, in nome del quale sono stati arrestati diversi oppositori politici. In India, l’esecutivo ha accelerato la procedura per l’approvazione di nuove leggi contro la falsa informazione online, estendendo la definizione di “disinformazione” a qualsiasi contenuto critico del governo.

Un elemento che accomuna queste norme rendendole potenzialmente pericolose per la libertà di espressione, è la loro ambiguità nella definizione di ciò che conta come “falso”. Nei testi di leggi come l’Anti-Fake News Act malesiana o il Cybersecurity Act vietnamita, si identificano come illegittimi i commenti di individui con “intenti maliziosi”, che “si oppongono allo stato” o che “mettono a rischio la sicurezza nazionale”. Diciture ancora troppo vaghe per garantire la sicurezza degli utenti. Nell’internet soggetto alla sovranità digitale, la linea tra critica e dissenso si fa sottile.

Ostacolare l’accesso alle informazioni e rimuovere contenuti sono solo alcuni dei modi con cui i governi asiatici provano a controllare la conversazione online. Nell’era dell’anonimato e dei litigi a colpi di tweet, la repressione più insidiosa proviene dall’interno. Dagli utenti stessi. È il caso dei cosiddetti cyber troll: utenti dei social, profili creati ad hoc e influencer di partito, devoti a intasare il web con commenti nazionalisti e intenti a stanare i dissidenti online. La Rpc ha il “Partito dei 50cent”, un gruppo di utenti così chiamato per i presunti 50 centesimi a commento pro-partito che ricevono. Uno studio del 2017 pubblicato su American Political Science Review ha stimato che il governo cinese produca all’incirca 448 milioni di commenti di questo tipo ogni anno, con l’obiettivo di “distrarre l’opinione pubblica e cambiare discorso”. In Vietnam esiste la “Force47”, un’armata di soldati che tra i propri doveri militari conta la difesa online del Partito comunista vietnamita. Si tratta di una forma di repressione digitale che appiattisce la conversazione online, sminuendo i commenti di dissenso e diluendoli all’interno del dibattito generale.

Con lo slogan “digital rights are human rights, attivisti e Ong internazionali chiedono che al progresso tecnologico si accompagni una maggiore tutela dei diritti dell’utente. Ma il fascino per la strumentalizzazione dell’innovazione digitale per il controllo del dissenso rimane forte in Asia, nei paesi autocratici tanto quanto in quelli democratici, e tra fake news e leoni da tastiera nazionalisti, gli utenti sono sempre più in balia di governi e piattaforme.

29 novembre 2021

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