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Lee Teng-hui, il Mister Democrazia di Taiwan

di Lorenzo Lamperti (China Files), da Taipei

Se c'è un uomo che ha cambiato la storia politica della Repubblica di Cina, Taiwan, questo è Lee Teng-hui. Primo presidente democraticamente eletto. Di più, primo presidente nato a Taiwan. Leader che ha consentito il superamento delle tensioni sub etniche tra la popolazione di etnia han tradizionalmente spaccata tra quella nativa taiwanese e quella arrivata sull'isola con il Kuomintang dopo la sconfitta dei nazionalisti cinesi di Chiang Kai-shek nella guerra civile contro il Partito comunista di Mao Zedong. Ancora, demiurgo della teoria dei due stati (rigettata da Pechino) e, in definitiva, motore propulsore della democrazia di Taipei. Una vicenda interessante da ripercorrere quando si è alla vigilia della stagione elettorale taiwanese, tra il voto locale di sabato 26 novembre e la lunga marcia verso le cruciali presidenziali del gennaio 2024.

Insomma, non si può comprendere la storia recente di Taiwan senza conoscere anche quella di Lee Teng-hui, morto il 30 luglio del 2020 a 97 anni. Nel 1923, quando nasce, Taiwan era ancora una colonia giapponese. Viene cresciuto da una famiglia di discendenza hakka che possiede una piccola fattoria di riso e di tè nel villaggio di Sanshi. La sua educazione sotto il dominio coloniale giapponese lo avvicina alla cultura nipponica. Anzi, Lee parla correntemente la lingua giapponese e serve persino nell'esercito imperiale col grado di sottotenente. Dopo la resa di Tokyo al termine della Seconda guerra mondiale, resta in Giappone per studiare alla Kyoto University. Un periodo nel quale si appassiona di vari pensatori giapponesi, tra i quali Nitobe Inazō e Kitaro Nishida. Un precedente che a Pechino non gli hanno mai veramente perdonato, anche se lui nel 1946 e nel 1947 si iscrive per due volte al Partito comunista cinese. Una scelta, spiegherà poi molti anni dopo, dettata dall'iniziale odio verso i nazionalisti del Kuomintang che erano peraltro sullo schieramento opposto durante la guerra. Ma anche un passaggio dai più dimenticato, quello della militanza nel Pcc, che rende la figura di Lee ancora più complessa e sfaccettata di quanto non si riconosca già.

Nativo taiwanese con discendenza hakka, membro del Partito comunista ma anche ex militare dell'esercito giapponese. Nonché cristiano presbiteriano dal 1961, quando si fa battezzare qualche anno prima di conseguire un dottorato in economia agraria alla Cornell University negli Stati Uniti.

Tornato a Taiwan, nel 1971 fa il suo ingresso nel KMT. E nel 1978 si fa le ossa guidando Taipei come sindaco. Il suo profilo internazionale e di abile tecnocrate lo fa ascendere nella graduatoria dei collaboratori di Chiang Ching-kuo, il figlio di Chiang Kai-shek. Tanto che nel 1984 Lee diventa il vicepresidente.

È un momento decisivo, non solo per Taipei ma anche per i rapporti tra le due sponde dello Stretto. Con effetti che si fanno sentire ancora oggi. Nel 1987, Chiang abolisce la legge marziale e riconosce come legittima l'esistenza di altri partiti. L'opposizione, che non si era mai placata e aveva vissuto nell'incidente di Kaohsiung del 1979 il suo momento più teso, viene istituzionalizzata con la formazione del Min Jing Dang, il Partito Progressista Democratico (DPP).

Ma quella vissuta da Taiwan non è una semplice democratizzazione del sistema politico, ma anche di ridefinizione della sua identità. La scelta di Lee Teng-hui, nativo taiwanese, come successore di Chiang rappresenta il punto di congiunzione che cancella la divisione tra waishengren e benshengren, vale a dire tra i cinesi continentali arrivati a Taiwan dopo il 1945 e i nativi taiwanesi di etnia han. Durante la lunga era della legge marziale il potere e le posizioni apicali restano solo ai primi, mentre i secondi vengono completamente esclusi. Una divisione e una tensione sub etnica che getta i semi del nazionalismo taiwanese e dello sviluppo di un'identità "altra" rispetto a quella cinese. La stessa figura di Lee dimostra il superamento di questo schema. Al 13° Congresso nazionale del Kuomintang, nel luglio 1988, Lee nomina 31 membri del Comitato centrale, 16 dei quali erano benshengren. Il 20 marzo ordina di rilasciare il generale Sun Li-jen, da 33 anni prigioniero politico. Apre anche all'ascolto delle minoranze etniche.

Soprannominato "Mister Democrazia", cambia la politica interna e quella intrastretto: ridefinisce i rapporti con la RPC riferendosi sempre più spesso a Taiwan come entità "altra" rispetto alla Cina. Nel 1991 vengono abolite le "disposizioni temporanee per il periodo di ribellione comunista": si riconosce implicitamente che il Pcc governa legittimamente la Cina continentale mentre la RdC controlla Taiwan e altre isole minori sotto la sua amministrazione. Tra il 1995 e il 1996 esplode la Terza Crisi sullo Stretto, con lanci di missili a due riprese da parte di Pechino. Il primo round avviene dopo la visita di Lee negli Usa, durante la quale tiene un discorso sulla democratizzazione della Cina alla Cornell University. Il secondo round si svolge invece durante l'avvicinamento alle prime elezioni presidenziali libere del 1996, vinte dallo stesso Lee. La crisi si chiude con il passaggio di un ampio contingente della VII flotta del Pacifico Usa, il più grande dispiegamento americano nell'area dai tempi della guerra in Vietnam. Qualche mese dopo riceve a Taipei New Gingrich, speaker repubblicano della Camera dei Rappresentanti americana nell'unico precedente al più recente viaggio di Nancy Pelosi.

Nel 2000, rispettando il vincolo dei due mandati da lui stesso introdotto, non si ricandida alle elezioni presidenziali. E avvia in tal modo il primo passaggio di potere pacifico della storia recente di Taiwan. Il DPP vince le elezioni e, con Chen Shui-bian, ascende per la prima volta al potere.

Alcuni membri del partito incolpano Lee per la sconfitta, affermando che la sua decisione di non sostenere il candidato favorito, James Soong, portandolo a candidarsi come indipendente e a dividere i voti. Il suo successivo sostegno pubblico ai candidati del partito pro-indipendenza lo porta all'espulsione del partito nel 2001. Nel 2011 è stato incriminato con l'accusa di corruzione ma in seguito è stato dichiarato non colpevole.

Oggi la sua figura è rispettata e amata soprattutto dagli elettori del DPP che non da quelli del KMT. La Repubblica Popolare lo ritiene sostanzialmente un "traditore". Anche perché a Lee si deve la prima formulazione dell'identità di Taiwan come qualcosa di "altro" rispetto alla Cina, quantomeno quella continentale. In un comizio elettorale del 2012, Lee ha auspicato che i cittadini di Taiwan "possano dire ad alta voce 'sono taiwanese'". Le sue posizioni, soprattutto quelle relative ai rapporti con l'altra sponda dello Stretto, sono peraltro molto attuali. Dopo il più radicale e indipendentista Chen Shui-bian e il successivo ritorno del KMT con Ma Ying-jeou, infatti, l'attuale presidente Tsai Ing-wen ha ripreso la teoria di Lee. Tsai non ha mai affermato di voler cercare l'indipendenza formale come Repubblica di Taiwan, ma ritiene che Taipei sia di fatto un'altra entità statuale col nome di Repubblica di Cina. E offre il dialogo a Pechino a patto del riconoscimento dell'esistenza di due entità non subordinate l'una all'altra. Pechino risponde invece chiedendo per il dialogo il riconoscimento del "consenso del 1992" e dunque del riconoscimento del principio della "unica Cina". Posizioni che non hanno permesso la ripartenza del dialogo, mentre Tsai (come prima Lee) ha stimolato una ricerca e una narrativa identitaria che punta sulle differenze con il retaggio cinese.

Al di là delle valutazioni geopolitiche, la figura di Lee resta fondamentale per comprendere l'andamento della democratizzazione della Repubblica di Cina, Taiwan.

30 novembre 2022

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