Gariwo
https://it.gariwo.net/testi-e-contesti/diritti-umani-e-crimini-contro-l-umanita/padre-dalloglio-9-anni-dopo-il-suo-rapimento-25255.html
Gariwo

Padre Dall’Oglio: 9 anni dopo il suo rapimento

un ambasciatore di pace il cui destino è ancora sconosciuto

Sono trascorsi nove anni da quando, il 29 luglio 2013, il padre gesuita romano Paolo Dall’Oglio venne rapito a Raqqa, dopo trent’anni di lavoro per il dialogo e la convivenza tra le diverse confessioni religiose in Siria. Era appena rientrato nel Paese, che aveva dovuto lasciare nel 2012 su richiesta della Chiesa e delle autorità civili, dopo che il suo monastero, Deir Mar Musa, era stato inoltre oggetto di un'irruzione da parte di uomini armati. Il governo siriano non vedeva di buon occhio l’attività di padre Dall’Oglio, pubblicamente critico verso le repressioni del regime, e a novembre 2011 aveva minacciato la sua espulsione, concretizzata poi il 16 giugno 2012. Paolo aveva deciso di rimanere in Siria fino a quando fosse stato possibile, ma a quel punto fu costretto a partire, anche se la sua lontananza dal Paese sarebbe stata breve. 

Oggi la sua comunità continua a vivere a testimonianza della forza del suo messaggio, se possibile ancora più importante nella sua tragica assenza.

Padre Dall’Oglio fondò la sua comunità monastica nel 1991 in un’area desertica della Siria centrale, ispirato dai ruderi dell’antico monastero cattolico siriano di Mar Musa dove volle dar vita al suo progetto spirituale. In una Siria "divisa, sofferente e ferita a morte”, come lui stesso la definì, lo scopo di padre Dall’Oglio era quello di creare una comunità nella quale cattolici, ortodossi e musulmani potessero convivere. È diventata negli anni un luogo in cui la parola chiave è accoglienza, per chiunque, a prescindere dalla propria fede e da come ognuno la viva.

Paolo scriveva: “Gesù non ha fondato immediatamente una religione. Ha iniziato una comunità in movimento all’interno del mondo religioso giudaico. Quello che ci interessa è questo movimento religioso: […] divenire cristiani, così, non è tanto non appartenere a una comunità che instaura delle proibizioni quanto unirsi a una comunità in movimento spinti dalla carità di Cristo ad andare verso tutti”.

Quello portato avanti dalla comunità “non è un dialogo fatto di chiacchiere, ma che si fa vivendo assieme, accogliendo l'altro, cercando di mettere alle spalle i propri pregiudizi”, racconta su Vatican News Francesca Peliti, amica di Paolo dall’adolescenza e autrice del volume Paolo Dall'Oglio e la Comunità di Deir Mar Musa. Un deserto, una storia. Si tratta di un progetto fatto di gesti concreti ed è probabilmente questo che lo ha tenuto in vita fino ad oggi, dopo che non solo è avvenuto il rapimento del suo fondatore, ma anche del suo co-fondatore padre Jacques Mourad, da parte di due jihadisti il 21 maggio 2015 dal monastero Mar Elian vicino a Palmira, sempre gestito dalla comunità, che venne poi distrutto dagli uomini dello Stato islamico insieme a molti altri siti della città. Mourad riuscì a fuggire dopo cinque mesi grazie a un amico musulmano che rischiò molto per salvarlo. Della sua prigionia Mourad racconta: “Quando hai davanti qualcuno che vuole ucciderti l’unica cosa da fare è guardarlo negli occhi e cercare Dio in lui. Non era facile trovare il bene in loro ma il mio non reagire alle loro minacce, il silenzio, i sorrisi, hanno fatto riflettere uno dei miei carcerieri e in pochi giorni la sua aggressività si è attenuata tanto da indurlo a chiedermi se avessi bisogno di qualcosa”.

Oggi la Comunità di Deir Mar Musa divide il suo lavoro nei tre monasteri attivi (il quarto era Eilan). Il rapimento di padre Dall’Oglio è ancora avvolto nel mistero e il suo destino sconosciuto, forse a causa anche di un’impegno insufficiente da parte del governo italiano nel cercare la verità. Sopravvive però il suo intento di “andare verso l’Islam”, che non ha mai abbandonato, decidendo di tornare in una Siria controllata dai ribelli cosciente dei rischi che questo comportava. Il suo rapimento avvenne, infatti, proprio quando tornò in Siria, passando dal Kurdistan iracheno per un viaggio che definì “un pellegrinaggio del dolore e della testimonianza”, per una missione finalizzata al rilascio di alcuni attivisti siriani fatti prigionieri, per la quale padre Dall’Oglio cercò la mediazione diretta con i membri dell'Isis. Secondo alcune testimonianze, Paolo si stava recando nella sede centrale dell’Isis presso il palazzo del governatorato quando si persero le sue tracce.

Il 24 luglio, qualche giorno prima della sparizione, rivolse un appello personale al Pontefice: "Stimato e caro Papa Francesco, sapendola amante della pace nella giustizia, le chiediamo di promuovere personalmente un'iniziativa diplomatica urgente e inclusiva per la Siria, che assicuri la fine del regime torturatore e massacratore, salvaguardi l'unità nella molteplicità del paese e consenta, per mezzo dell'autodeterminazione democratica assistita internazionalmente, l'uscita dalla guerra tra estremismi armati. Chiediamo con fiducia al Papa Francesco d'informarsi personalmente sulla manipolazione sistematica dell'opinione cattolica nel mondo da parte dei complici del regime siriano, specie ecclesiastici, con l'intento di negare in essenza la rivoluzione democratica e giustificare, con la scusa del terrorismo, la repressione che sempre più acquista il carattere di genocidio".

29 luglio 2022

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Grazie per aver dato la tua adesione!