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Su Taiwan la Cina manda un messaggio al mondo: "Non immischiatevi"

di Lorenzo Lamperti (China Files), da Taipei

Un'invasione non sembra ancora imminente, ma una cosa è certa: sullo Stretto di Taiwan sono cambiate le regole del gioco. E lo status quo, col quale Taipei è indipendente de facto come Repubblica di Cina, è stato parzialmente eroso. La visita di Nancy Pelosi ha innescato una serie di esercitazioni militari senza precedenti, durante le quali l'Esercito popolare di liberazione ha messo in mostra un ampio campionario di capacità offensive. Sono stati lanciati 11 missili balistici sullo Stretto, con 5 di essi che hanno sorvolato direttamente e per la prima volta l'isola principale di Taiwan. È stato simulato un blocco navale, con le sette aree dei test che hanno creato un effetto di accerchiamento che in futuro potrebbe, se applicato per un periodo di tempo superiore alle due settimane, mandare allo stremo le riserve energetiche e di materie prime di Taiwan. Sono state condotte simulazioni di attacco aeree e anfibie, con una permanenza più lunga al largo della costa orientale dell'isola. Scelta non casuale e che, insieme alla caduta di 4 missili nelle acque della zona economica speciale giapponese (non riconosciuta da Pechino) intorno alle isole contese Senkaku/Diaoyu, manda un messaggio chiaro agli attori esterni: "Non immischiatevi".

Nel "new normal" sullo Stretto i mezzi militari cinesi oltrepasseranno su base regolare, come sta già accadendo, la cosiddetta "linea mediana". Vale a dire un confine non ufficiale e sullo Stretto, non riconosciuto ma ampiamente rispettato da Pechino. Fino ad ora, che invece i suoi mezzi si avvicinano quotidianamente ancora di più alle coste taiwanesi di quanto non facessero con le incursioni nello spazio di identificazione di difesa aerea di Taipei a partire dal 2019.

Ma non ci sono solo i missili nell'arsenale del Partito comunista cinese, che insiste anche sul fronte normativo. L'imminente sentenza in un maxi processo contro 47 oppositori di Hong Kong viene non a caso utilizzata come monito dai media cinesi. "Un caso così importante legato alla legge sulla sicurezza nazionale", scrive per esempio il Global Times, "trasmetterà un forte messaggio di deterrenza nei confronti di coloro che intendono mettere a repentaglio la sicurezza nazionale, e la fine dei rivoltosi e dei secessionisti anticinesi di Hong Kong oggi potrebbe essere quella dei separatisti di Taiwan domani".

Il parallelo è contenuto anche nel terzo libro bianco sulla questione di Taiwan pubblicato in concomitanza con la fine delle esercitazioni militari da parte del governo cinese. Nel documento manca un passaggio chiave contenuto nei precedenti del 1993 e del 2000: quello in cui Pechino garantiva che non avrebbe inviato truppe o personale amministrativo sull’isola una volta raggiunta la “riunificazione” (o "unificazione" nella prospettiva di Taipei). Nel 2000 si diceva anche che “tutto può essere negoziato”, quando Taipei accetterà il principio dell’unica Cina rinunciando alla sua indipendenza de facto come Repubblica di Cina e a quella ipotetica come Repubblica di Taiwan. Resta solo “un paese, due sistemi”, il modello in vigore a Hong Kong dall’handover del 1997. Con meno dettagli e garanzie sul grado di autonomia che verrebbe concesso a Taiwan. L’erosione delle garanzie da parte di Pechino deriva da una situazione più tesa rispetto a quella del 2000 ma rende ancora più difficile l’accettazione di un modello che i taiwanesi rifiutano in massa dopo quanto accaduto a Hong Kong nel 2019.

E l'idea di Pechino sul post "riunificazione" non sembra presagire un trattamento di riguardo. Lu Shaye, ambasciatore cinese in Francia, ha d’altronde dichiarato in un’intervista di qualche giorno fa: “Le autorità di Taiwan hanno fatto un’educazione di "desinicizzazione" sulla popolazione, che è indottrinata e intossicata. Deve essere rieducata per eliminare il pensiero separatista e la teoria secessionista”. Il termine "rieducazione" ha fatto venire in mente a qualcuno quanto accade nello Xinjiang. Ad “avvelenare” l’opinione pubblica sarebbe stato il DPP di Tsai Ing-wen. Anche nel “libro bianco” si dedicano diversi passaggi alle “colpe” del partito al potere dal 2016 per aver adottato una “posizione separatista” negando il Consenso del 1992 che riconosceva l’esistenza di una unica Cina per proporre la “teoria dei due stati”.

Nel frattempo, l'intenzione di Pechino sembra essere quella di prendere di mira individui taiwanesi definiti "secessionisti die-hard" e le compagnie che hanno dei legami con loro. Pochi giorni fa sono stati inseriti nella "blacklist" dei secessionisti altri sette nomi. Tra questi, l'ambasciatore de facto di Taiwan negli Stati Uniti, Hsiao Bi-khim, il capo del Consiglio di sicurezza nazionale di Taiwan, Wellington Koo, e Lin Fe-fan, il vice segretario generale del partito democratico progressista al governo. E mentre dall'isola di Pingtan partivano i missili Dongfeng in direzione dello Stretto, a Wenzhou veniva arrestato Yang Chih-yuan. Yang, 32 anni, è originario di Taichung ma vive da tempo in Cina continentale. La polizia locale lo ha arrestato per la sua presunta partecipazione ad "attività separatiste". Secondo l’agenzia Xinhua, Yang "difende l’indipendenza di Taiwan da tempo» e «ha collaborato con altri per creare un’organizzazione illegale" con l’obiettivo di "spingere affinché Taiwan diventi uno stato sovrano e si unisca alle Nazioni unite". Secondo alcune ricostruzioni, gli sarebbe stata addebitata la partecipazione all'organizzazione di un referendum quando si trovava a Taiwan. Il che significherebbe che i quasi due milioni di taiwanesi residenti in Cina continentale potrebbero rischiare di vedersi contestate azioni compiute quando si trovavano sul territorio amministrato da Taipei. Gli step normativi potrebbero non essere finiti. “Non si può escludere che in futuro vengano adottate altre norme contro i secessionisti di Taiwan", ha scritto in queste settimane il Global Times. "Considerando che la legge anti-secessione è più che altro una legge quadro e di principio, il governo centrale potrebbe formulare una legge specifica contro i secessionisti di Taiwan, simile alla legge sulla sicurezza nazionale per la Regione amministrativa speciale di Hong Kong”. Al XX Congresso di ottobre potrebbero arrivare nuovi annunci per una "questione" Taiwan che diventa sempre più tesa.

23 agosto 2022

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