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"Xi Jinping, dimettiti"

Alessandra Colarizi, China Files, racconta le proteste in Cina

Non ci sarà un'altra Tian'anmen. Il movimento di protesta contro le restrizioni anti-Covid che da giorni scuote la Cina avrà vita breve. Forse è già morto. Sono diversi gli esperti a pronosticare un rapido ritorno alla quotidianità. Le dimostrazioni degli ultimi giorni si dissolveranno come le primavere arabe. Come si sono estinti gli esperimenti democratici, degli anni Dieci e le proteste pro-democrazia di Hong Kong. È un trend globale, a cui la Cina difficilmente farà eccezione.

Ma, per quanto fragile, la mobilitazione dei fogli bianchi segna ugualmente una svolta storica per il paese. Perché mette in evidenza l'esistenza di un malcontento diffuso, sfuggito per anni ai sondaggi più autorevoli. Abbiamo sempre creduto che ai cinesi della censura non importi più di tanto, che possono benissimo fare a meno dei social network occidentali. Che i giovani passino le giornate incollati ai videogame e non si interessino di politica. Solo due anni fa uno studio di Harvard, stimava che tra il 2003 e il 2016 il grado di approvazione popolare nei confronti del governo era passato dall’86 al 93%. Cosa è successo nel frattempo?

Le proteste dei fogli bianchi

Al centro delle proteste c’è la strategia Zero Covid che, facendo ampio utilizzo di rigorosissimi lockdown e test di massa, in Cina è riuscita per tre anni a mantenere relativamente basso il numero di decessi e casi positivi (circa 40.000 sabato) rispetto agli standard occidentali. Ma le restrizioni delle libertà stanno causando non pochi disagi per la popolazione. Se per la malattia - ufficialmente - hanno perso la vita appena 5000 persone, solo negli ultimi tre mesi sono state decine le vittime di incidenti legati alle politiche sanitarie. Da ultima la morte di dieci persone rimaste intrappolate in un incendio nella regione occidentale del Xinjiang. La tragedia ha ispirato proteste a Pechino, Shanghai e altre città del paese. Oltre alla fine delle politiche Zero Covid, sono emerse richieste dal contenuto più marcatamente politico. "Xi Jinping, dimettiti", "Partito comunista, dimettiti"; hanno urlato alcuni manifestanti di Shanghai mostrando fogli bianchi, simbolo della censura. Mentre i cosiddetti “incidenti di massa” sono relativamente frequenti in Cina, di solito restano una faccenda locale. Difficilmente arrivano a coinvolgere il governo centrale. Tantomeno il presidente. L’ultima volta risaliva ai tempi del massacro di piazza Tian’anmen. Dopodiché trent'anni di benessere economico hanno assicurato al Partito/Stato legittimità quasi incontestata. Ma la pandemia e i ripetuti lockdown hanno rotto quell’equilibrio. Tra luglio e settembre la crescita economica è scesa al 3,9%.

Chi sono i manifestanti?

Ad avvertire le ristrettezze economiche è soprattutto la popolazione tra i 20 e 30 anni: non è un caso siano proprio gli studenti - già protagonisti delle storiche proteste del 4 maggio 1919, del ‘76 e dell’89 - ad aver sfidato gli agenti nelle piazze cinesi. Con la disoccupazione giovanile al 18%, per le nuove generazioni la pressione sociale è diventata intollerabile. Le avvisaglie dell'eruzione c'erano già tutte: negli anni passati la diffusione virale dei concetti di tang ping (sdraiarsi) e bai lan (lasciare marcire) gettava i prodromi per una crescente resistenza alle aspettative del governo: sono sempre meno i Millennial disposti - come i propri genitori - a dedicare la vita interamente al lavoro.

Se a guidare la cosiddetta “A4 Revolution” sono perlopiù i ventenni, va notato tuttavia come il malcontento sia ormai trasversale: dagli operai delle fabbriche Apple, ai lavoratori migranti di Guangzhou fino agli studenti delle più prestigiose università di Pechino. L’insofferenza della popolazione verso le restrizioni e il controllo di massa ha prevalso su stigmi sociali e diffidenze interetniche. Dopo aver sperimentato in prima persona le misure anti-Covid, molti cinesi han ritengono più credibili le storie di repressione che provengono dallo Xinjiang. E il disagio vissuto dai lavoratori migranti durante i vari lockdown è stato accolto con compartecipazione diffusa dai connazionali, nonostante il tradizionale elitismo della classe media urbana.

Emergono più nettamente le criticità di un sistema politico monopartitico, che sconta sopra ogni cosa la mancanza di check and balance. Sotto Xi Jinping, il controllo stringente su media e internet pare aver azzerato lo spazio per il dissenso; anche quello “buono” che in passato veniva ascoltato con attenzione nella stanza dei bottoni per correggere preventivamente le politiche più invise. Ne consegue un grave danno reputazionale per il "modello cinese", paradigma di sviluppo basato sulla capacità di centralizzare i processi decisionali grazie all’assenza di un'opposizione politica. Caratteristica che è parsa essere la vera ricetta del miracolo cinese: la crescita economica esplosiva degli ultimi 40 anni difficilmente sarebbe stata possibile in un contesto democratico. Ma oggi più chiaramente ha lasciato irrisolte storture sociali esplosive. Traballa anche il mito del leninismo digitale: nonostante i tentacolari apparati di sorveglianza e censura, le proteste contro la Zero Covid dimostrano come anche il potente Great Firewall sia aggirabile con gli strumenti giusti e tanta inventiva. I dispositivi elettronici restano uno strumento di controllo "retroattivo": all'indomani delle dimostrazioni sono decine gli arresti avvenuti - si sospetta - attraverso il tracciamento degli smartphone. Un mezzo ben più rudimentale del panopticon paventato dai media internazionali.

Il futuro delle proteste

Il successo delle proteste è però ostacolato da fattori interni ed esterni: la pluralità del movimento, se a prima vista può sembrare un elemento di forza, in realtà ne compromette la coesione. Mentre esternazioni di malcontento sono evidenti un po' ovunque, le proteste in strada - almeno quelle più accese - continuano ad essere concentrate nelle città di prima e seconda fascia: Pechino, Shanghai, Guangzhou, Nanchino. Resta inoltre difficile misurare l'entità dell'opposizione. Quanti sono i cinesi ad auspicare davvero un cambio di regime? A Shanghai e Pechino tra la folla sono spuntate immagini di Mao. Alcuni manifestanti hanno intonato l'Internazionale comunista. Un messaggio apparentemente inconciliabile con gli appelli alla democrazia e alla libertà di parola urlati dalla folla. Segno che qualcuno preferisce ancora risolvere la crisi dentro un perimetro istituzionale, ricordando piuttosto alla leadership i propri obblighi morali. Qual è la ragione di tanta sofferenza? La protezione della popolazione? O l’autoreferenzialità del Partito comunista cinese? Secondo Marco Fumian, docente di lingua e letteratura cinese presso l'Università di Napoli L’Orientale, “probabilmente a dominare ormai è la percezione che le azioni del governo manchino di una legittimità politica e una base morale.”

Differenze posturali sono riscontrabili anche a seconda del contesto geografico. Non è un caso che a Pechino, centro politico del paese, i dimostranti abbiano utilizzato slogan meno provocatori evitando di pronunciare il nome di Xi Jinping. Parte della popolazione crede persino che le proteste siano un complotto dell'Occidente. Ma, mentre la mancanza di coesione rischia di sfaldare il movimento dal suo interno, la risposta del governo lascia intravedere qualche spiraglio per l’attivismo.

Dati di Freedom House confermano come buona parte delle dimostrazioni - almeno quelle contro le autorità locali - si concludano con un patteggiamento. Certo, alle proteste sono seguite diverse detenzioni. E i comunicati recenti lasciano presagire in futuro un maggiore controllo sociale, contemporaneamente a una chiusura verso l'esterno. Lo spettro di “una rivoluzione colorata” non abbandona mai il Partito. Ma l'immediato alleggerimento delle misure sanitarie per placare i manifestanti dimostra come nei palazzi del potere ci sia ancora ascolto e spazio per il compromesso. Almeno per ora.

2 dicembre 2022

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