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Da Buenos Aires a Roma, le storie dei desaparecidos

le sentenze contro i responsabili del Piano Condor

Condannato a 20 anni di carcere l’ultimo dittatore argentino, Reynaldo Bignone, per la partecipazione al Piano Condor, l’operazione coordinata negli anni ’70 dalle dittature latinoamericane con lo scopo di rintracciare ed eliminare gli oppositori politici.

Insieme a Bignone, condannati anche altri 14 ex militari, in un processo che ha visto uniti sei Paesi - Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Brasile - nel perseguire legalmente i responsabili di uno dei periodi più bui della storia del continente sudamericano.

L’indagine è iniziata quando, nel 1992, in Paraguay furono scoperti gli archivi riguardanti le operazioni congiunte tra le cancellerie dei Paesi latinoamericani. Tali documenti parlavano di circa 50mila persone assassinate, 30mila scomparse e 400mila incarcerate.
Dopo tre anni di udienze, solo 17 dei 25 imputati sono rimasti in vita, e oggi hanno più di 80 anni. Tra i leader deceduti anche Jorge Videla, dittatore al potere in Argentina dal 1976 al 1981.

La prima fase del Piano Condor si aprì nel 1975, quando i regimi decisero di scambiarsi informazioni su dissidenti, sindacalisti, studenti e presunti oppositori che avevano cercato rifugio nei Paesi limitrofi. Da quel momento vennero formate squadre speciali transnazionali per il sequestro e la detenzione degli “obiettivi”, che venivano sottoposti a feroci interrogatori e torture nelle prigioni clandestine delle dittature, prima di essere uccisi.

La maggior parte dei sequestri è avvenuta in Argentina, dove gli oppositori cileni, uruguaiani e paraguaiani vivevano come rifugiati politici. Sebbene tra gli ideatori del Piano non figurasse alcun rappresentante del Brasile, è stata provata la cooperazione anche in territorio brasiliano per il sequestro e l’assassinio degli oppositori di altri Paesi.

Tra le vittime del Piano Condor figurano anche gli italiani desaparecidos per i quali il nostro Paese ha chiesto giustizia con il processo che si sta svolgendo a Roma, reso possibile dalle indagini del Procuratore Giancarlo Capaldo.

Tra gli imputati spicca la figura del torturador Nestor Troccoli, responsabile dell’intelligence della Marina militare uruguaiana, che da anni vive in Italia. L’uomo ha da sempre ammesso i soprusi contro gli oppositori politici, in una lettera inviata al quotidiano spagnolo El Pais nel 1996 e in un’autobiografia pubblicata in Uruguay. “Mi assumo la responsabilità di aver fatto cose di cui non mi sento orgoglioso - si legge nella lettera - e di aver trattato in modo inumano i miei nemici, ma senza odio, come deve fare un professionista della violenza. Ma non mi si chiedano particolari dolorosi”.

Dal 12 febbraio 2015, giorno dell’apertura del processo - la cui sentenza è attesa per il prossimo luglio - , nell’aula bunker di Rebibbia sono risuonati ricordi, testimonianze e storie. Come quelle di Cristina Fernandez, uruguaiana, arrestata sul posto di lavoro, torturata da Troccoli e fortunatamente sopravvissuta, o Alvaro Daniel Banfi, sequestrato in Argentina e morto un mese e mezzo dopo, o ancora Juan Bosco Maino Canales, fotografo, scomparso in Cile nel centro di tortura di Colonia Dignidad, villaggio fondato prima della guerra da emigrati tedeschi e divenuto poi noto per aver nascosto i nazisti in fuga - tra cui anche Joseph Mengele.

Proprio il centro di Colonia Dignidad è oggi protagonista dell’omonimo film di Florian Gallenberger, con Emma Watson e Daniel Bhrul. Qui gli squadroni della morte conducevano gli oppositori; da qui si spariva con i voli della morte o all’interno di fosse comuni, spesso dopo essere stati vittime di sperimentazioni con il gas sarin.

1 giugno 2016

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