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​Storie Disobbedienti

I figli della dittatura chiedono perdono

“Storie disobbedienti. 30 mila motivi. Figli e figlie di genocidi per la memoria, la verità e giustizia”, così recitava un manifesto portato orgogliosamente a mano da un gruppo di donne tra i 40 e 60 anni durante la marcia “Ni una menos”, svoltasi a Buenos Aires nei primi di giugno. Queste donne volenterose e piene di spirito civico, sono le figlie dei repressori, poliziotti, militari e medici che, durante la dittatura militare di Jorge Videla, si macchiarono di crimini contro l’umanità. “Sono stati quaranta anni di silenzio, vergogna e colpa”, confessa Laura Delgadillo, figlia di Jorge Luis Delgadillo, figura prominente dell’intelligence bonarense. Ci sono voluti anni di lavoro psicologico, spesso in solitudine, per spingere le figlie e i figli dei carnefici a sedersi a un tavolo e condividere le loro storie.

Erika Lederer è la figlia di Ricardo Lederer, medico militare e esecutore dei “cosiddetti voli della morte” e intermediario prominente nel mercato delle maternità clandestine. Nonostante gli atti commessi, il capitano Lederer ha vissuto in totale libertà fino al 2015, quando ha deciso di suicidarsi dopo la scoperta di una nuova identità rubata a uno dei bambini che aveva fatto nascere nel carcere di Campo de Mayo.

Cosa ha fatto scattare in Erika, in Laura e negli altri figli e figlie, la voglia di esporre i panni sporchi della famiglia davanti al mondo intero?

Il cinque maggio, in una sentenza storica e divisa, la Corte Costituzionale argentina ha deciso che i militari condannati per i crimini di lesa umanità, possono computare come doppi i giorni scontati in prigione.

La decisione, supportata da una legge derogata nel 2001 conosciuta come “2x1”, si basa sul principio dell’applicazione della norma più favorevole senza considerare la fattispecie degli atti commessi. Mentre le organizzazioni per i Diritti Umani considerano la decisione come un duro colpo in un paese che fu di esempio nella condanna dei membri della Junta Militare, il governo del presidente Maurizio Macri prende la distanza dalle critiche.

Nell’agosto del 2016, il presidente Macri si era già espresso sulla rilettura storica dei crimini della dittatura, mettendo in dubbio la cifra di trentamila vittime e supportando la versione di alcuni revisionisti che ne calcolano circa novemila. Di fatto, molti simpatizzanti dell’ex regime sollevano da tempo dubbi sul numero dei desaparecidos, ma con le parole di Macri per la prima volta la retorica negazionista è stata ammessa nel discorso politico ufficiale.

La cifra di novemila alla quale si è riferito il presidente Macri corrisponde a una lista generica di nomi compilata nei primi anni della democrazia dal Conadep, la Commissione Nazionale sui desaparecidos. Spacciata a lungo dai negazionisti come unica fonte attendibile, la lista non era stata stilata in forma definitiva; gli stessi servizi segreti argenini a metà del 1978 riferirono ai servizi cileni di aver ucciso 22mila persone.

Anche l’uso del termine “guerra sucia”, guerra spora, da parte di Macri, si identifica nel pensiero negazionista, secondo il quale non ci fu un genocidio, ma solo una battaglia interna tra dittatura e terroristi.

Dopo la “sentenza 2x1”, Erika Lederer, tramite un post su Facebook, ha chiamato a raccolta tutti i figli dei persecutori con l’obbiettivo di creare un gruppo di condivisione di storie e testimonianze utili per le indagini e lo studio dei fatti. Il gruppo nato dall’iniziativa della Lederer si chiama “Historias Desobedientes y con Faltas de Ortografía” (Storie disobbedienti e con errori ortografici) e ha fatto il suo debutto in società nella marcia de “Ni una menos” organizzata a Buenos Aires. Quale è il legame tra questa marcia per i diritti delle donne, per la loro dignità e l’attività di Erika?

La Lederer e le altre attiviste confermano che la data non è stata scelta casualmente; i maltrattamenti che tanti figli del regime hanno subito nell’intimo delle mura domestiche, erano frutto del patriarcato e dello Stato Patriarcale. Le marce come “Ni una menos” alimentano forze collettive che intessono nuove reti sociali tra donne. Per queste attiviste, fare i conti con la storia significa anche fare i conti con le proprie famiglie; la maggior parte di loro è stata infatti esclusa dal nucleo familiare riuscendo così tessere nuove reti e creare nuovi rapporti.

Insieme a questo coraggioso gruppo di donne, ha deciso di marciare anche Patricia Isasa, una studentessa e militante arrestata a 16 anni a Santa Fe. Una vittima. Il gruppo delle coraggiose disobbedienti riceve supporto continuo da vari strati della società, evidenziando come in Argentina, la ferita della dittatura, delle sparizioni forzate e dei nipoti veduti in un mercato della maternità clandestino, sia ancora profonda e aperta.

14 giugno 2017

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