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La disobbedienza al regime talebano esisteva, ed esiste anche oggi

le donne non solo vittime ma attrici della protesta

Quando il 15 agosto di quest’anno i talebani hanno preso il controllo di Kabul, a molti è sembrato di tornare indietro nel tempo, al settembre di vent’anni fa, quando i catastrofici e devastanti attacchi alle Torri gemelle a New York e all’edificio del Pentagono a Washington cambiarono, per molti versi, il corso della storia. L’Afghanistan era allora governato dai talebani, che avevano preso il controllo del paese nel 1996.

Anche allora i talebani conquistarono il paese dopo un’occupazione, in quel caso sovietica. L’Unione Sovietica aveva infatti occupato il paese dal 1979 al 1989, arrivando in un paese che, seppur povero, era rimasto relativamente stabile a livello politico. I talebani nacquero tra i mujaheddin, guerriglieri di ispirazione islamica che avevano combattuto prima contro i sovietici e poi contro il governo afghano seguito alla loro occupazione. Li fondò il mullah Omar nel 1994, e due anni dopo instaurarono il loro primo regime. Un regime incredibilmente repressivo, con enormi limitazioni di qualsiasi libertà individuale, per gli uomini e, soprattutto, per le donne.

I talebani imposero la sharia – cioè l’insieme di concetti e principi che guidano i fedeli musulmani – nella sua forma più radicale, violenta ed estremizzata, spesso imponendo cose che non sono neanche scritte nel Corano, il testo sacro di riferimento nella religione musulmana. Attraverso un sistema di potere articolato e che lavorava a diversi livelli, i talebani imposero regole molto restrittive che coinvolgevano quasi tutti gli ambiti della vita quotidiana. Era vietato ascoltare musica, giocare (a qualsiasi cosa), gli uomini dovevano obbligatoriamente farsi crescere la barba e le donne indossare il burqa. Bisognava pregare cinque volte al giorno in moschea, e le donne non potevano uscire di casa se non in compagnia di un parente maschio, né frequentare uomini che non fossero parenti. Alle donne era anche vietata l’istruzione dopo i 12 anni, e nei villaggi e nelle città tutti gli aspetti della vita sociale erano sostanzialmente regolati dai mullah, cioè dagli esperti di Islam. Soprattutto, chi trasgrediva veniva punito pubblicamente, con metodi molto violenti e brutali, in uno stadio con gli spalti pieni di persone, che dovevano assistere alle punizioni.

Per tutti questi motivi, la riconquista dell’Afghanistan da parte dei talebani ha suscitato moltissima preoccupazione. I disperati e caotici tentativi di fuga dall’aeroporto, le immagini delle madri che tentavano di consegnare i propri figli ai soldati americani che si trovavano al di là del filo spinato all’aeroporto di Kabul: tutto questo ha fatto capire come, prima che all’Occidente, i talebani non piacciano prima di tutto a molti afghani e a molte afghane.

I talebani lo sanno. Durante la loro prima conferenza stampa, hanno tentato di presentare un volto moderato, con toni equilibrati e diplomatici, dicendo, per esempio, che alle donne sarebbe stato permesso di studiare. Nei giorni successivi hanno poi utilizzato i loro canali per comunicare in modo istituzionale e credibile. Per farlo hanno utilizzato soprattutto Twitter, proponendo quotidianamente immagini di pace e armonia nel paese, e presentando l’instaurazione del loro regime come una scelta di pace, approvata dalla popolazione (la comunicazione sui social network è forse l’unico aspetto per cui i talebani sono cambiati: vent’anni fa, al di là del fatto che non esistevano i social network che conosciamo oggi, si dicevano addirittura contrari a internet).

In realtà, si sa benissimo che è solo una strategia comunicativa, e che i talebani non hanno mai cambiato idea sui metodi con cui intendono governare il popolo afghano. Anche se in modo imperfetto e profondamente relativo (e limitato alle città: nelle campagne le occupazioni straniere sono state vissute molto male, come momenti di violenza spesso diretta contro i civili), i vent’anni di occupazione americana avevano portato dei benefici al paese. In questi vent’anni le donne hanno studiato, sono diventate politiche, giornaliste, scienziate, diplomatiche, poliziotte. Gli uomini hanno imparato a considerarla una cosa normale. Molte e molti di loro hanno lasciato il paese, ma molti non hanno potuto, o voluto farlo.

Vale la pena di immaginare il loro futuro senza rinchiuderlo nel perimetro asfissiante e spesso inconsistente di ciò che definiamo “vittima”, pensando anche ai loro spazi d’azione. Vale la pena di ripercorrere i modi con cui, sia in passato che oggi, gli afghani e le afghane hanno tentato di disobbedire alle regole del regime, di esercitare la propria libertà, anche a costo della propria incolumità.

Gli esempi sono molti, e spesso sconosciuti.

La studiosa Ashley Jackson, per esempio, ha parlato delle continue negoziazioni tra i talebani e la popolazione civile: i talebani sapevano che avrebbero ottenuto l’obbedienza degli afghani e delle afghane solo a prezzo di piccole concessioni. Il temutissimo regime talebano, insomma, si reggeva su una popolazione che non è mai stata del tutto passiva e priva di autonomia, e ha cercato, come meglio poteva, di influenzare a sua volta le azioni del regime, obbedendo solo in cambio di tutele o azioni.

Ma oltre a questo ci sono sempre state anche forme di resistenza e prese di posizione più nette, per le quali gli afghani e le afghane hanno spesso subìto violenze.

Durante il primo regime dei talebani, per esempio, le donne afghane organizzavano regolarmente delle scuole clandestine, in cui educare non solo le proprie figlie, ma anche se stesse. Ad organizzarle erano ex maestre, a cui con l’instaurazione del regime talebano era stato vietato di continuare a lavorare. Erano scuole di fortuna, organizzate nei sotterranei dei palazzi o nelle case, a cui capitava che partecipassero le figlie degli stessi talebani. Le lezioni venivano organizzate a orari sempre diversi, nascondendo i libri nei sacchi della spesa, e se i talebani facevano irruzione si cominciava a recitare il Corano. Capitava che le donne venissero picchiate, ovviamente di fronte alle bambine.

Durante il primo regime talebano, poi, le donne protestavano. Erano eventi sporadici, sempre pagati a caro prezzo, ma esistenti, e a cui vale la pena di pensare. Una delle proteste più note accadde a Herat, quando nel 1996 più di 100 donne protestarono contro la chiusura dei bagni pubblici. La polizia talebana le picchiò e le arrestò.

Vent’anni dopo, in questi giorni, le donne hanno ripreso a protestare. Alcune delle immagini più frequenti e diffuse di queste prime settimane di regime talebano hanno infatti riguardato le proteste delle donne afghane. Sono state proteste numerose, partecipate, urlate e rivendicate con coraggio, anche quando venivano disperse con la violenza. Le proteste hanno riguardato solo le città – in campagna, come si è detto, le occupazioni straniere e i talebani sono vissuti molto diversamente – ma sono state il segno più evidente della non rassegnazione delle afghane e degli afghani che sono rimasti nel paese. Anche gli uomini, infatti, si sono uniti ad alcune delle proteste.

È importante ricordare, inoltre, che in Afghanistan esiste da più di quarant’anni un movimento autorganizzato che lotta per i diritti delle donne nel paese. Si chiama RAWA (Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afghane). Nacque durante l’occupazione sovietica, fondato nel 1977 da Meena Keshwar Kamal, un’attivista poi uccisa dai servizi segreti sovietici. RAWA lottò contro l’occupazione sovietica, organizzò incontri, proteste, aprì scuole e sostenne altre attività di vario tipo. Le donne di RAWA furono attaccate anche dai movimenti islamisti del paese, e molte morirono a causa del loro attivismo, che però non si è mai concluso, ed è ancora oggi attivo. Le donne di RAWA si sono pubblicamente espresse, infatti, sul nuovo regime talebano: hanno detto che non smetteranno di lottare, e hanno chiesto ai governi fuori dall’Afghanistan di non riconoscere il regime talebano.

La popolazione afghana, insomma, ha sempre e faticosamente cercato di lottare per la propria libertà. Ma soprattutto, in questo esercizio di libertà hanno sempre avuto un ruolo molto importante le donne afghane, quelle che molti sono abituati a immaginare come una fila di sagome blu, sgualcite e silenziose, passive e obbedienti. Per immaginare il futuro afghano senza consegnarlo a un’idea di oppressione inevitabile è importante partire da immagini diverse, legate alla disobbedienza e al dissenso.

13 settembre 2021

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