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Storie di donne nell'Afghanistan dei talebani

di Rahel Saya

Oggi in Afghanistan le donne vivono in una prigione invisibile, nella quale sono stati sottratti loro i diritti fondamentali e tutte le libertà umane. Possiamo dire che non hanno più lo status di "metà della società".

Le donne sono state private di tutti gli aspetti della propria vita sociale: politica, cultura, arte, sport, economia e musica. Gli estremisti talebani vogliono che le donne rimangano a casa. Quelle stesse donne che, durante il precedente governo afghano, erano considerate attiviste civili e avevano un lavoro dignitoso sono state costrette a rimanere a casa per “dignità”. La visione talebana della religione e della vita ha fatto sì che saggezza e maturità cedessero il passo alla segretezza.

Per spiegare l'attuale situazione in Afghanistan posso iniziare con il concetto di Muharram. Significa "avere un fratello, un padre, un marito e un figlio". Nessuna donna nel mio Paese può uscire di casa senza un Muharram, anche se ha intenzione di andare dal medico o in ospedale.

La graduale eliminazione delle donne dalla società è iniziata con la chiusura delle scuole femminili, l'uso dello hijab obbligatorio e la copertura dei volti delle donne nei telegiornali, nonché con la censura delle voci delle donne nei media afghani. La loro presenza, a mio avviso, aveva segnato l'inizio della possibile fine dell'oppressione e della discriminazione storica.

Ventuno anni fa le donne afghane erano uscite da questa prigione e avevano iniziato a lottare per i loro diritti. Sono anche state celebrate nel resto del mondo libero ma, purtroppo, dopo ventuno anni di grandi sforzi sono diventate marionette nelle mani della politica statunitense e dei paesi confinanti e, alla fine, sono tornate nella stessa prigione le cui sbarre erano state spezzate ventuno anni prima.

"Futuro", come "pace", è una parola sconosciuta in Afghanistan.
Ma, come donna afghana, sono al fianco di tutte le donne del mio Paese e, se possibile, continuerò questa lotta con la mia penna e con l'inchiostro.

La preoccupazione delle donne del mio Paese non è legata solo alla richiesta fisica di “dignità”: sotto il governo talebano anche tutti i lavori online sono stati interrotti. Metà delle donne afghane possedeva piccole imprese e si guadagnava da vivere attraverso il mondo virtuale, come mi ha detto Sahar* in un'intervista che le ho fatto. Vendeva cosmetici online, dando lavoro a diverse donne e bambini. Mi ha spiegato che a causa della caduta del governo precedente non ha potuto continuare facilmente il suo lavoro.

Da un lato deve coprire le spese economiche della famiglia; dall'altro, le merci vengono ritirate, trasportate e consegnate da uomini in moto e questo può essere considerato uno dei maggiori problemi, dato che alle donne è proibito avere qualsiasi tipo di relazione con gli uomini. "La nostra situazione in Afghanistan sta diventando ogni giorno più difficile e i nostri sogni ci salutano uno dopo l'altro", ha detto Sahar. "Non posso più guadagnarmi da vivere in questo modo perché non mi è permesso avere una relazione 'illegittima' con alcun uomo".

Susan* è laureata in amministrazione pubblica e scienze politiche. "Prima che i talebani salissero al potere in Afghanistan", dice, "lavoravo come assistente sociale in un ufficio privato e per più di sei anni ho collaborato per varie organizzazioni con uomini e donne della comunità. Ma dopo l'arrivo dei fondamentalisti islamici al governo, tutto è andato in pezzi".

"Ho perso il lavoro perché l'azienda per cui lavoravo ha lasciato l'Afghanistan. La paura e la disperazione hanno preso il sopravvento sull'intera città e continuano ancora oggi ad affliggere le persone. Io non sono uscita di casa per più di due mesi. Non c'è modo per me di lasciare il Paese. Passo le mie giornate con la paura e i brividi". Questa situazione ha portato Susan all'esaurimento nervoso, costringendola a doversi far vedere da un medico.

"Il dottore mi ha detto che per stare meglio dovevo liberarmi della paura, del panico e dello stress. Ho cercato di sbarazzarmene, ma senza successo: per me è stato impossibile anche camminare per pochi secondi fuori casa, poiché dalla finestra scorgo un mondo di paura. Vedo la città e il bazar, ma niente è più come prima. Ora le donne indossano chador, hijab neri e guanti. La città è tutta ricoperta di nero e se i vestiti sono colorati le donne vengono picchiate. Tutti speravamo di avere un buon avvenire, ma il futuro ora è oscuro. Voglio tornare al passato e respirare facilmente. Non possiamo indossare i vestiti che vogliamo; non possiamo andare liberamente dove vogliamo. Dobbiamo avere un Muharram con noi, ovunque. Questa vita è, per le ragazze afgane, come quella dei prigionieri che non sanno quando verranno rilasciati. Stiamo aspettando i giorni liberi, calmi e buoni che abbiamo avuto in passato", dice, aggiungendo che l'unico modo per non sopperire a questa disperazione è addormentarsi con i sonniferi. "Dormo per poter sognare la libertà".

Homaira*, attivista  in Afghanistan, afferma che le condizioni per le donne sono più difficili che mai. In passato le donne svolgevano attività sociali e avevano un piccolo ruolo anche nella vita politica. Sebbene la situazione non sia mai stata mentalmente e intellettualmente tranquilla, a causa del condizionamento proveniente dalla società tradizionale dell'Afghanistan, ora, purtroppo, queste preoccupazioni e ansie si sono moltiplicate.

"Al di là dell'hijab che i talebani hanno ordinato (e che siamo costretti a indossare), c'è una preoccupazione nel mio cuore e nel cuore di tutte le donne afghane che ora si trovano in Afghanistan. È come una cosa invisibile eppure presente tutto il giorno, anche nei momenti più privati", spiega.

"Tutte le donne e le ragazze adulte sono costrette a indossare l'hijab islamico in modo che solo i loro occhi siano visibili. Le donne non hanno il diritto di lavorare negli uffici governativi, tranne che nel settore sanitario e in altri dove hanno un contatto diretto con altre donne, ad esempio per il controllo delle donne ai posti di blocco. In provincia le mense maschili e quelle femminili sono separate e i familiari sono costretti a mangiare in sale separate. Donne e ragazze non hanno il diritto di utilizzare autobus e taxi senza un Muharram".

Sidiqa Mushtaq, imprenditrice e attivista politica, è una delle donne fortunate che hanno potuto lasciare l'Afghanistan nell'agosto 2021. Allora era una studentessa all'ultimo anno di scuola. Oggi si sente come una donna che ha perso 21 anni di duro lavoro e deve ricominciare daccapo. Madre di tre figli, ha ripreso a studiare da zero fuori dall'Afghanistan. "Se necessario, studierò per altri 21 anni in modo da poter lottare per la libertà del mio Paese e, un giorno, tornare a casa", mi dice.

Ci sono migliaia di domande senza risposta sulle donne afghane
. La comunità internazionale costringerà i talebani a rispettare i diritti umani, in particolare quelli delle donne? Per quanto dureranno le proteste delle donne e gli slogan sul pane, sul lavoro, sulla libertà? Quale sarà il destino delle donne? Cosa accadrà alla questione della parità di genere in Afghanistan? E perché oggi le donne sono il gruppo più represso nella società afghana?

Il punto è che, sebbene il mondo abbia iniziato a comprendere la difficile situazione delle donne afghane, non c'è modo di salvarle dal pantano di questa prigione.

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Rahel Saya
è una giornalista e attivista per i diritti umani, che si occupa principalmente di diritti delle donne. Successivamente alla presa di potere da parte dei talebani nell'agosto del 2021, Rahel ha lasciato l'Afghanistan. Attualmente vive a Genova.


* per motivi di sicurezza i nomi delle donne intervistate sono stati cambiati.

9 giugno 2022

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