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Sul genocidio del popolo hazara

Figure esemplari per capire un secolo di persecuzioni

Nella foto di copertina: Hoda Kamosh 

Alla fine dell’Ottocento gli hazara erano il 65% della popolazione dell’Afghanistan. Occupavano l’area centrale montagnosa del Paese. Discendenti di Gengis Khan e dei popoli di origine turca che abitavano nella zona, gli hazara sono musulmani sciiti e per lo più non integralisti. Alle donne non è fatto obbligo di portare il velo e già nell’Ottocento avevano incarichi di rilievo. Vittime di un genocidio non ancora riconosciuto - la Corte Internazionale Penale dell’Aja ha aperto un’inchiesta per accertare se gli hazara siano vittime di pulizia etnica oltre che di crimini di guerra e contro l’umanità - oggi gli hazara sono circa il 20% della popolazione del Paese. Ma i talebani li sottostimano al 9%, per riconoscergli una loro minore rappresentanza.

Il primo a guidare eliminazioni di massa degli hazara su base etnica fu nel 1891 Abdur Rahman Khan, detto l’Emiro di ferro, di etnia pashtun e dunque musulmano sunnita. Alla base dello sterminio non ci sono solo le divisioni religione fra sciiti e sunniti, che si contendono la discendenza del Profeta Maometto, ma il controllo delle terre in una zona di pascoli rigogliosi. Si calcola che tra il 1891 e il 1893 siano stati sterminati tra i cinque e gli otto milioni di hazara. Le loro terre vennero confiscate e regalate a contadini pashtun. Agli hazara venne progressivamente impedito di frequentare le scuole o di avviare attività imprenditoriali su larga scala. Lo sterminio è proseguito nei decenni e va avanti ancora oggi. Molti hazara hanno ottenuto rifugio nella zona di Quetta in Pakistan e in quella di Mashhad in Iran. Una diaspora destinata ad essere alimentata con il ritorno dei talebani al potere in Afghanistan, dopo l’abbandono del Paese da parte degli Stati Uniti e la fuga del presidente Ashraf Ghani.

Dalla fine dell’Ottocento in Afghanistan il potere è sempre stato in mano ai pashtun. Anche i presidenti indipendenti Hamid Khan Karzai e Ashraf Ghani, che hanno retto il Paese dal 2004 al 2021, nel periodo in cui i talebani non erano al governo, sono di origini pashtun. A loro si devono comunque delle aperture, come quella che ha concesso all’hazara Sima Samar di diventare ministro della Condizione delle donne in Afghanistan dal 2001 al 2003, quando cercò di far abolire il burqa, sostenendo anche da medico che le donne tutte coperte fossero più a rischio di osteoporosi per la mancanza di esposizione al sole. Ma è nel periodo in cui gli studenti delle scuole coraniche erano al potere che si è scatenato lo sterminio di massa. Nel 1997 i talebani diedero l’assalto a Bamyan, nel cuore del Paese, ma furono fermati dalla resistenza hazara. Ci riprovarono poi il 12 marzo 2001 quando i talebani distrussero con l’esplosivo i Buddha di Bamyan, in sfregio anche alla cultura hazara. Ma l’episodio più grave fino ad oggi avvenne l’8 agosto 1998, con lo sterminio tra i cinque e diecimila hazara nella città di Mazar-I-Sharif. Dal massacro non si salvarono né bambini né anziani, le donne vennero stuprate dai talebani prima di essere uccise. Scrive lo storico pakistano Ahmed Rashid, nel libro Talebani (Feltrinelli, 2010): «Gli uomini venivano freddati sul posto con tre colpi, uno in testa, uno sul cuore, uno sui testicoli. Le donne stuprate e uccise, i bambini schiavizzati e venduti. Coloro che provarono a resistere vennero sgozzati di fronte alle loro famiglie e massacrati come le capre nei giorni di festa». Alcune migliaia di hazara vennero rinchiusi in container di ferro poi sigillati e lasciati al sole. I corpi, vennero poi lasciati a imputridire per le strade per giorni su ordine diretto del Mullah Omar al potere in Afghanistan. Scrive lo storico americano William Maley in The Afghanistan Wars (Red Globe Press, Londra 2021): «Con una modalità che ricorda Mengele ad Auschwitz, Niazi (Mullah Manan Niazi, poi governatore pashtun della zona, ndr) curò personalmente la scelta dei detenuti hazara da spostare nei container. Questa frenesia e questa ferocia nell’uccidere qualsiasi hazara fosse sopravvissuto lo ha reso il protagonista, probabilmente, del più grande massacro della storia dell’Afghanistan moderno». Nel libro del ricercatore italiano Claudio Concas, Voci dell’Hazaristan (Mimesis, 2022), viene ricordato un concetto del Mullah Manan Niazi, che è praticamente il manifesto del genocidio hazara: «A lui è attribuita una frase molto in voga fra i terroristi: "I Tajiki al Tajikistan, Gli Uzbeki all’Uzbekistan, gli Hazara al Ghoristan". Il Ghoristan, in questo caso, non è uno stato dell’Asia Centrale. Il Ghoristan è il cimitero». 

(Fabio Poletti)

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Figure esemplari hazara

Abdul Ali Mazari (1947, Distretto di Chahar Kint, Afghanistan-12 marzo 1995, Ghazni, Afghanistan). «Mazari aveva una visione, non era un semplice capo militare. Pensava che se un giorno avessero dovuto governare, allora ci sarebbe stato bisogno di persone formate, competenti. Ci sarebbe stato bisogno di istituire un’università, tante università in Hazaristan. Era convinto che solo le università potessero risolvere tanti problemi del Paese. Nonostante a ovest di Kabul si combattesse duramente, fondò dozzine di scuole per gli hazara di Dashte Barchi e di altri quartieri. Pagava personalmente i salari delle persone e incoraggiava chiunque a mandare i propri figli a scuola, desiderava che nessun hazara, dopo secoli di privazioni, crescesse senza educazione». Il ricordo di uno dei suoi più stretti collaboratori, riportato nel libro del ricercatore italiano Claudio Concas, Voci dell’Hazaristan (Mimesis Edizioni, 2022), dipinge a tutto tondo Abdul Ali Mazari, uomo guida degli hazara, politico e militare, trucidato dai talebani nel 1995.

Abdul Ali Mazari, è venerato dagli hazara rimasti in Afghanistan e da quelli in esilio. Considerato il Nelson Mandela della resistenza contro gli integralisti delle scuole coraniche, tornati al potere il 15 agosto 2021, quando dopo vent’anni gli americani hanno lasciato sconfitti il Paese e il presidente Ashraf Ghani è fuggito all’estero. Nel libro di Claudio Concas è riportato un altro episodio di Abdul Ali Mazari, più attento all’istruzione che alla resistenza ai talebani: «Qualche giorno prima della sua morte, mentre parlava con i soldati a cui cercava di spiegare perché stessero lottando a Kabul, (contro i talebani, sunniti e nemici storici degli hazara che sono invece sciiti, ndr), disse una cosa dall’importanza fondamentale. Affermò che era vero che stavamo combattendo per i nostri diritti, ma che non eravamo lì per chiederli a qualcuno. Non eravamo lì per chiedere un posto nel governo, non eravamo lì per un ministero. Noi eravamo lì per chiedere educazione, per migliorare la nostra condizione. Disse che non avremmo combinato nulla, ma se avessimo educato cento dottori, allora quei dottori avrebbero fondato cento ospedali nell’Hazaristan. E a quel punto magari anche dei pashtun di Jalalabad sarebbero venuti nelle cliniche hazara. Mazari chiedeva il diritto di avere le stesse possibilità. Credeva talmente tanto nell’educazione che negli ultimi periodi della resistenza a Kabul inviò 250 dei suoi migliori soldati a combattere per il governo dell’Azerbajan. Quando gli chiesero il perché, dato che la Resistenza era dura e gli hazara scarseggiavano di uomini, lui disse che sicuramente avrebbe avuto bisogno di loro lì, a combattere al suo fianco. Ma avrebbe potuto rimpiazzarli con altri 250 valorosi hazara. Il governo dell’Azerbajan offriva in cambio a 500 ragazzi Hazara di poter andare a studiare e formarsi all’università. Nessuno avrebbe potuto rimpiazzare 500 nuove teste pensanti».
Abdul Ali Mazari era nato nel 1947 nel villaggio di Charkent, nella parte settentrionale dell’Afghanistan, in pieno Hazaristan. Il villaggio si trova a Sud di Mazar-i-Sharif, da qui la scelta di Mazari come nasab, il patronimico nell’onomastica araba. Mazar-i-Sharif nel 1998 fu teatro di una delle più sanguinise pulizie etniche contro gli hazara compiute dai talebani, con un bilancio approssimativo di 10 mila morti. Dopo aver compiuto studi teologici nel suo villaggio, li approfondisce a Qom in Iran e a Najar in Iraq. La svolta nella sua vita avviene il 24 dicembre 1979 quando i russi invadono l’Afganistan. Tornato a Charkent Abdul Ali Mazari si mette alla testa dei mujaheddin hazara contro l’invasore, in difesa dell’Hazaristan, la regione montuosa centrale del Paese. Durante la resistenza contro i sovietici perde il padre, due fratelli, la sorella, lo zio e un nipote, questi ultimi imprigionati e uccisi in carcere dai militari del governo filo-sovietico della Repubblica Democratica dell’Afghanistan.
Alla fine del conflitto, con il ritiro dei sovietici il 15 febbraio 1989, alla vigilia del crollo dell’URSS, fonda l’Hezb-i Wahdat, il Partito dell’Unità, che avrà un ruolo fondamentale nello scontro con i talebani e tutti gli integralisti. Ai vertici del partito, nel Comitato centrale, siedono infatti diverse donne, con ruoli di prestigio, in una posizione paritaria agli uomini. Gli hazara di fede sciita non sono integralisti, alle donne non è imposto di portare il velo. Abdul Ali Mazari fece organizzare anche un seminario di tre giorni sul ruolo della donna nella società e sull’importanza dell’inclusione femminile in politica: «La metà della popolazione dell’Afghanistan e del mondo è composta da donne. Come possiamo ignorare la metà intera di una nazione?». Anche questo sarebbe poi diventato un elemento di divisione con i talebani, integralisti sunniti che non concedono la parità alle donne.

All’inizio il partito di Abdul Ali Mazari collabora con il neonato governo di Burhanuddin Rabbani, Presidente dello Stato Islamico di Afghanistan, nato dopo la ritirata dei russi. Ma i contrasti si fanno immediatamente evidenti. Gli hazara che alla fine dell’Ottocento erano il 65% della popolazione afghana, scesi al 25% dopo i ripetuti episodi di genocidio operati dai pashtun, chiedono un quarto dei ministri, in base alla rappresentanza etnica. I pashtun si oppongono, sostenendo che gli hazara non sono più del 9%. L’Hezb—i Wahdat presenta allora una proposta di organizzazione dello stato su base federalista, chiedendo l’autonomia di ogni regione. Anche se oggi l’inno nazionale afghano, il Sououd-e-Melli, riconosce formalmente tutte le etnie che popolano l’Afghanistan, pashtun e talebani non possono accettare la proposta politica di suddivisione del Paese. Cosa che invece, se fosse passata, possiamo dirlo col senno di poi, avrebbe limitato il potere dei talebani, con conseguenze facilmente immaginabili per l’Afghanistan e il mondo.
Abdul Ali Mazari e l’Hezb-i Wahdat escono dal governo e finiscono all’opposizione. Contemporaneamente aumentano gli attacchi di pashtun e talebani contro l’Hazaristan, con deportazioni di massa, stragi ed episodi di genocidio. Priva di aiuti internazionali e scarsamente armata, la resistenza hazara non è in grado di fermare in alcun modo la repressione. Il 12 marzo 1995 i talebani arrestano, a Charasyab, Abdul Ali Mazari e nove suoi collaboratori, accusandoli pretestuosamente di aver ferito un elicotterista e altri militari talebani nella zona di Kandahar. L’ultima immagine del leader hazara, scattata da un fotografo occidentale, lo vede legato mani e piedi. La sua prigionia non dura nemmeno 24 ore. Il giorno dopo, il corpo di Abdul Ali Mazari, dopo essere stato sottoposto a torture e smembrato, viene trovato a Ghazni nel cuore dell’Hazaristan. Ai suoi funerali partecipa una moltitudine di hazara. Tre anni dopo i talebani compiranno il massacro di Mazar-i Sharif. Solo molti anni dopo il presidente Ashraf Ghani, in carica in Afghanistan dal 2014 fino al 15 agosto 2021, nominerà Abdul Ali Mazi Martire dell’Unità Nazionale dell’Afghanistan, l’ennesimo riconoscimento per l’illuminato leader politico hazara venerato ancora oggi. (Fabio Poletti)

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Rahela Kaveer (Kabul data di nascita sconosciuta). Anche se dal 2010 è stata costretta a chiedere asilo agli Stati Uniti, perseguitata da talebani e pashtun in quanto hazara, donna ed attivista, non ha mai smesso di guidare l’Afghan Women Empowerment Organization, una delle strutture più importanti a sostegno delle donne afghane, che si occupa di salute, alimentazione, istruzione e progettualità sociale. Laureata nel 1992 in Medicina all’Università di Kabul, su tremila iscritti in quell’anno ci sono solo due hazara, subisce ogni tipo di umiliazione da parte dei docenti di origini pashtun. Fino alle percosse ricevute malgrado avesse i voti più alti, o forse proprio per questo. Una volta laureata inizia la sua attività in ospedale a Kabul dove prende la specializzazione in medicina interna. A metà degli Anni Novanta, quando in Afghanistan scoppia la guerra civile, è costretta a lasciare la capitale e si trasferisce a Mazar-i Sharif nel cuore dell’Hazaristan, dove inizia ad insegnare all’Università e contemporaneamente lavora negli ospedali della zona.
Solo per un caso fortuito scampa al massacro di Mazar-i Sharif del 1998 quando talebani e pashtun fanno irruzione nella cittadina, sterminando tra gli 8 e i 10 mila hazara con una pulizia etnica. Questo episodio, insieme al massacro di fine Ottocento quando vennero trucidati otto milioni di hazara, è alla base dell’inchiesta aperta dalla Corte Internazionale Penale dell’Aja con l’ipotesi di genocidio. Rahela Kaveer intervistata da Claudio Concas nel libro Voci dall’Hazaristan (Mimesis, 2022) ricorda quei giorni: «A pagare il prezzo peggiore furono le donne, uccise, stuprate, scuoiate, appese nude per i pali della città. Molte decisero di suicidarsi piuttosto che consegnarsi alle milizie di Sayyaf. C’era chi si annegava o si buttava dalle finestre. Meglio la morte che finire in mano a quelle persone. Ci ho messo un po’ a riprendermi. Ho passato mesi interi a piangere, a cercare di dimenticare. Poi ho capito che piangere e commiserarmi non sarebbe servito a nulla, men che meno a liberarsi della violenza della guerra. Io volevo essere d’aiuto alla mia comunità, come medico e come donna».
La violenza subita dal suo popolo, da famigliari e conoscenti, Rahela Kaveer diventa uno stimolo ancora più grande per essere di aiuto. Nasce in quel periodo l’Afghan Women Empowerment Organization. Ma soprattutto, dopo aver ripreso a lavorare in ospedale, Rahela Kaveer fonda una clinica privata dove gratuitamente cura e assiste soprattutto donne e bambini hazara. Ricorda ancora lei nel libro Voci dall’Hazaristan: «Misi su una clinica privata in cui lavoravo il pomeriggio. Molte donne e bambini che venivano erano poveri e non vivevano in buone condizioni. Il mio ruolo era anche quello di fare informazione e divulgazione sulla loro salute, far capire loro quanto la prevenzione medica potesse prevenire patologie serie, come problemi nutrizionali, dissenteria cronica. Ho incontrato migliaia di donne durante questo periodo».
Il suo lavoro inizia ad essere riconosciuto anche fuori dall’Afghanistan. La sua clinica privata ottiene importanti aiuti e sostegno da Medecine Sans Frontiere, una delle prime organizzazioni umanitarie ad operare in zona. Alla fine degli Anni Novanta, quando i talebani salgono al potere, Rahela Kaveer è costretta a lasciare il Paese e a rifugiarsi in Pakistan, come migliaia di altri hazara perseguitati.
Farà ritorno in Afghanistan alla fine del 2001, dopo l’intervento degli americani e la cacciata dei talebani. Il suo nuovo luogo di lavoro è Bamyan, uno dei posti simbolo dell’Hazaristan, non a caso colpito dai talebani che a marzo del 2001 distruggono con l’esplosivo le statue dei Budda, anche in sfregio alla cultura hazara. A Bamyan oltre all’impegno universitario e al lavoro in ospedale fonda una scuola per formare medici, infermieri e personale sanitario. Il 2001 secondo lei è uno degli anni più entusiasmanti per il suo lavoro. Anche se non mancano affatto le difficoltà. L’ipotesi di diventare resposabile sanitario della zona di Bamyan non va in porto per l’opposizione del locale ministro della Salute Seddiqi che, in quanto pashtun, non tollera che ai livelli apicali della sanità ci sia una hazara. Un destino comune a molti professionisti hazara che, vittime di discriminazioni per la loro etnia, non ottengono posti di rilievo malgrado le indubbie capacità professionali. Nonostante questo la professionalità di medico e di organizzatore di Rahela Kaveer fanno breccia anche nei pashtun al comando del Paese.

Da agosto 2005 a ottobre 2006, quando al potere c’è il presidente Hamid Karzai, diventa Direttrice del Programma di Riproduzione Femminile del Ministero della Salute. Ma anche qui gli ostacoli non mancano, come ricorda lei nel libro: «Quando ho collaborato col ministero della Salute, tra 2005 e 2006, ero l’unica donna Hazara ed ero molto isolata, perché in politica ognuno ha i propri gruppi di interesse ed io ero isolata. Spesso credo che mi tenessero perché ero brava e avevano bisogno di me, a prescindere dall’etnia. Mi facevano lavorare tanto, mi davano pesi e responsabilità enormi, ma nessuna autorità. Non avevo alcun premio a livello finanziario, non avevo alcun riconoscimento. Questo, ovviamente, perché sono hazara. Il punto è che l’Afghanistan ha diversi problemi, ma il principale, quello che il mondo non vuol vedere, è etnico». Chiusa l’esperienza governativa se ne spalancano altre. Dall’estero arrivano finanziamenti e sostegno per la sua clinica e la scuola. Tra ottobre 2006 e marzo 2009 lei inizia a collaborare con l’Unicef. Ma è l’ultima fiammata. Le minacce anche fisiche di talebani e pashtun aumentano sempre di più e mettono in pericolo anche la sua famiglia, i suoi quattro figli. Nel 2010 Rahela Kaveer decide di lasciare l’Afghanistan con tutta la famiglia e di trasferirsi negli Stati Uniti. La sua non è una resa. Anzi, la collaborazione con le istituzioni sanitarie delle Nazioni Unite si fanno sempre più strette. L’Afghan Women Empowerment Organization diventa uno strumento decisivo per far conoscere le condizioni delle donne afghane e soprattutto delle hazara. Da medico non ha mai smesso di insegnare e oggi ha una cattedra alla Georgetown University a Vienna, in Virginia. Sulla possibilità di tornare in Afghanistan lei è più che scettica, come racconta in Voci dall’Hazaristan: «Quando Ghani stava per essere eletto ero già negli Stati Uniti e mi chiesero cosa pensavo di lui. Io sorrisi, perché capii che sarebbe stato difficile spiegare che per me, a prescindere da lauree o modi di presentarsi, non cambiava il modo di pensare, di gestire la società. È difficile spiegare a chi non conosce questo paese che per me Karzai, Ghani, Hekmatyar, Mullah Omar e Mullah Baradar sono la stessa persona, incarnano lo stesso ideale. Karzai e Ghani, proprio come i Talebani, volevano tenere indietro noi hazara e proprio come i Talebani hanno sempre lavorato nell’interesse di un solo gruppo etnico». (Fabio Poletti)

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Hoda Kamosh (1996-). In piedi, con un velo giallo pieno di luce appoggiato sul capo che non nasconde la sua chioma scura. Nelle mani, le fotografie che ritraggono due donne afghane incarcerate. E una gelida richiesta alla delegazione talebana -guidata dal torvo ministro degli Esteri Amir Khan Mottaqi dell’Emirato mai riconosciuto dalla comunità internazionale- invitata nel gennaio del 2022 dal governo norvegese per tentare, invano, una negoziazione sui diritti umani e cercare di fermare la catastrofe umanitaria . “Il signor Amir Khan Mottaqi deve alzare subito il telefono e chiamare Kabul, ordinare l'immediato rilascio di Tamana Zaryab Paryani, delle sue tre sorelle Zarmina, Shafiqa e Karima; di Parwana Ebrahimkhel e Halia Aziz. Deve aprire incondizionatamente i cancelli di tutte le scuole”. È questa l’immagine che spiega meglio chi sia Hoda Kamosh, scelta dalla BBC come una delle cento donne più influenti del 2022.

Hoda Khamosh, il cui cognome significa "silenziosa" non è mai rimasta zitta. Nata il 29 aprile 1996 da una famiglia di richiedenti asilo in Iran, nel 2003 è tornata in Afghanistan con la sua famiglia nel distretto di Salang della provincia di Parwan. Dopo il collasso del Paese e il ritorno degli studenti coranici al potere, Hoda Khamosh è scesa nelle strade per protestare e chiedere che quei parziali diritti conquistati (soprattutto nelle aree urbane) a studiare, lavorare e partecipare alla vita politica fossero rispettati. Dopo le prime proteste a Kabul è tornata nel suo villaggio per timore di essere arrestata e, una volta rientrata nella capitale, ha trovato il suo appartamento devastato da un’irruzione dei talebani.

Hoda Kamosh appartiene all’eroica generazione di millenians afghane, cresciute nel limbo fra due regimi talebani. Una generazione impegnata nella difesa dei diritti delle donne rimaste escluse dalla vita sociale anche prima del ritorno al potere degli studenti coranici in Agfhanistan.

Giornalista, attivista e poetessa, Hoda Khamosh ha vissuto fino ad oggi con un unico scopo: salvare donne e adolescenti dalla sottomissione al verbo islamista. Nata in esilio, in Iran, ora vive di nuovo in esilio, a Oslo, dove è rimasta dopo i tre giorni di negoziati che non hanno portato a nulla, se non alle minacce che ogni giorno riceve dai talebani che hanno giurato di tagliarle la testa. Hoda Kamosh è stata una delle sei donne scelte per andare al tavolo dei negoziati che si sono tenuti a Oslo nel gennaio del 2022 perché ha creato un’organizzazione che si chiama Movimento per la giustizia delle donne di 250 attiviste scese nelle strade di Kabul a sfidare i talebani con il motto Pane, vita, libertà, simile a quello scelto dalle femministe iraniane Donna, vita, libertà per protestare contro i mullah della Repubblica Islamica e rivendicare il loro diritto a togliersi il velo. “Mentre ero seduta di fronte ai talebani a Oslo, in Afghanistan hanno torturato la mia famiglia” ha raccontato Hoda Kamosh che ha perso anche la madre e la sorella. Ammazzate per la stessa ragione per cui lei vive: la libertà dai dogmi imposti dai fondamentalisti. All’incontro voluto dal governo norvegese per cercare di fermare la catastrofe umanitaria a cui hanno partecipato diplomatici di Stati Uniti, Francia, Germania, Norvegia, Italia e dell’Unione Europea, Hoda Kamosh ha dichiarato: “Ho vissuto sotto il dominio dei talebani a Kabul per cinque mesi e otto giorni. Sono venuta qui su invito del governo norvegese per diffondere il messaggio delle donne afghane che stanno protestando per le strade contro la repressione e il terrore di cui il mondo è responsabile. Milioni di donne sono vittime dell'apartheid di genere imposta dai talebani”. Prima di decidere di rimanere in Norvegia per sottrarsi alla vendetta talebana, ha chiesto la formazione di un Consiglio autonomo istituito dalle Nazioni Unite, composto dalle vittime e dalle famiglie delle vittime; dai rappresentanti del popolo e da organismi internazionali indipendenti per monitorare le politiche dei talebani, la situazione all'interno delle carceri, far rilasciare i prigionieri di coscienza e documentare tutti i crimini di guerra commessi negli ultimi vent'anni. Da Oslo guida il movimento formato da 250 donne che resistono alla furia talebana. Col cuore straziato per suo marito che è rimasto indietro in Afghanistan, che non è riuscita ancora a salvare, dall’esilio norvegese è riuscita a creare diverse scuole segrete in Afghanistan per permettere alle donne di poter continuare a studiare nei villaggi più remoti del Paese.

Laureata in giornalismo, ha lanciato diverse campagne educative e considerate eversive nell’Afghanistan precipitato nell’abisso oscurantista. Come quella promossa nel 2021 nelle scuole “Menstruation is not a taboo” perché nella società afghana il ciclo mestruale viene stigmatizzato e considerato un segreto privato che rappresenta per tante adolescenti, prive di ogni consapevolezza del proprio corpo, un incubo. Per questa ragione è andata nelle scuole e ha cercato di avviare un confronto pubblico su un tema che è considerato scabroso, un aspetto di cui vergognarsi. Il Corano, nel versetto 222 della Sura al-Baqarah definisce le mestruazioni un’infermità “Sono un danno. Non accostatevi alle vostre spose durante i mestrui e non avvicinatele prima che si siano purificate. Quando poi si saranno purificate, avvicinatele nel modo che Allah vi ha comandato. In verità Allah ama coloro che si pentono e coloro che si purificano”.

A Oslo Hoda Kamosh ha cercato di ottenere il rilascio di alcune attiviste arrestate e scomparse. "Sento il loro dolore a migliaia di chilometri di distanza", ha detto, "e ascolto i loro gemiti per le torture inflitte dai talebani". Cresciuta in uno stato di parziale libertà, ha dedicato ogni giorno della sua vita adulta alla formazione delle donne che ha cercato di salvare dalla sottomissione. Hoda Kamosh appartiene all’etnia hazara, vittima di una persecuzione che dura da due secoli. Dal suo esilio cerca di dare voce la campagna #stophazaragenocide. Sui suoi profili social ogni giorno racconta cosa sta accadendo nel suo Paese tornato sotto il giogo dei fondamentalisti talebani, pubblicando immagini cruente delle fustigazioni di donne: arresti, persecuzioni ma anche suicidi di giovani lasciate sole in balia della propria disperata segregazione. E non solo: anche notizie e immagini delle esecuzioni della minoranza etnica degli hazara attraverso la campagna di protesta #stophazaragenocide che l’ha portata in piazza a manifestare a Oslo. Hoda Kamosh ha scritto diverse poesie fra cui Endless Sorrow, sofferenza infinita, perché la sua vita è segnata da una sofferenza infinita alla quale non intende rassegnarsi. In nome dell’eguaglianza e della libertà delle donne. (Cristina Giudici, con la collaborazione di Atefa Ghaffory)

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Abdul Ghani Alipoor o Alipour (data di nascita sconosciuta). Una delle figure più acclamate, e dibattute, dagli hazara contemporanei. Responsabile della difesa militare dell’Hazaristan dagli attacchi pashtun e talebani, fa parte dell’Hizb-e-Wahdat-e-Islami-Afghanistan, il partito egemone nella zona centrale del Paese, non integralista e da sempre in lotta con gli studenti delle scuole coraniche tornate al potere il 15 agosto del 2021, dopo il ritiro delle forze americane.
Nel 2004 l’allora presidente afghano Hamid Karzai chiese la consegna delle armi a tutte le forze del Paese. Abdul Ghani Alipour che si era conquistato il titolo di "Commander Shamshir" (Comandante Spada), per le azioni di difesa dell’Hazaristan, lasciò gli incarichi militari diventando autotrasportatore sulla linea Kabul-Behsud, nella provincia di Maidan Wardak. Alle attività di tipo commerciale, unì ben presto quelle di "autista umanitario", trasportando decine di famiglie all’interno delle province dell’Hazaristan, sottraendole alle incursioni di talebani e pashtun. Un compito diventato fondamentale pochi anni fa, per mettere in salvo gli hazara. Durante gli scontri provocati pochi anni fa dai nomadi pashtun pakistani, che passano l’inverno in Pakistan per scendere in Afghanistan con le loro greggi in estate, Abdul Ghani Alipoor aumentò il suo impegno a difesa degli hazara.
Tra gli abitanti delle zone centrali montuose dell’Afghanistan, il suo nome è da sempre collegato alla resistenza contro le incursioni talebane. A partire dalla difesa successiva al massacro di Mazar-i Sharif, quando nel 1998 i talebani uccisero tra gli 8 e i 10 mila hazara, in un’operazione di pulizia etnica ora al vaglio della Corte Internazionale Penale dell’Aja che sta indagando per genocidio. Si calcola che alla fine dell’Ottocento i pashtun di religione sunnita abbiano ammazzato 8 milioni di hazara di religione sciita solo su base etnica. Privi di appoggi militari, la capacità difensiva degli hazara è relativamente incisiva. Si favoleggia che Abdul Ghani Alipoor sia a capo di una milizia di duemila uomini. Nel 2018 venne arrestato ma poi rilasciato a novembre dello stesso anno, a seguito delle proteste popolari degli hazara. Una delle azioni militari che gli viene attribuita è l’abbattimento di un elicottero con nove militari a bordo il 17 marzo 2021. Ma la sua attività più importante, mai pubblicizzata dai pashtun, è lo scambio di prigionieri che va avanti da oltre un decennio. A differenza di pashtun e talebani, la difesa hazara non ha mai ucciso o infierito sui prigionieri di guerra. 

11 novembre 2022

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