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Esce in Armenia l'opera omnia di Gourguen Mahari

lo scrittore armeno che denunciò il genocidio e il GULAG

Pubblichiamo di seguito l'intervista che il filosofo francese Gérard Malkassian ha realizzato con Grigor Adchémian, figlio del grande autore armeno di opere, per ora note solo al pubblico francese, come Il filo spinato in fiore e Gli orti in fiamme. I romanzi, le poesie e gli scritti autobiografici del padre, Gourguen Mahari, stanno per essere pubblicati in Armenia in quindici volumi. Emerge la vicenda di un uomo e di un artista che ha saputo testimoniare la verità, sempre con un'ironia che è stata per lui un'ancora di salvezza, su un mondo scomparso, la città armeno-ottomana di Van distrutta nel genocidio, e sui campi siberiani a cui fu condannato dal conformismo di politici e scrittori di regime durante l'era sovietica. 

L'articolo è stato pubblicato sul numero di settembre 2015 di "Nouvelles d'Arménie Magazine".

Le opere complete di Gourgouen Mahari, testimone eminente delle tragedie della storia degli armeni nel XX secolo, saranno pubblicate a Yerevan dalla casa editrice Antares. Incontro con il figlio del grande scrittore, Grigor Adchémian, che è stato il motore di questa pubblicazione eccezionale…

La casa editrice Antares ha intrapreso la pubblicazione del corpus degli scritti di Gourgouen Mahari. Sono previsti 15 volumi, comprendenti opere pubblicate e la massa immensa di inediti di tutti i generi: poesia, fiction, autobiografia, teatro, letteratura satirica, articoli e saggi. Quattro volumi sono già usciti (tra cui l’opera poetica e un volume di brani autobiografici), il quinto è in corso di pubblicazione.

Gourgouen Mahari è conosciuto in Francia per la sua opera Les barbélés en fleurs (Il filo spinato in fiore), il suo resoconto del lager dove ha trascorso quasi 17 anni, apparso nella traduzione francese per i tipi di Messidor nel 1990 e ripreso dal Cercle d’Ecris Caucasiens nel 2002. In esso presenta una narrazione completamente differente dalla letteratura concentrazionaria di lingua russa più nota, perché vi univa ironia e satira a uno sguardo risolutamente ottimista che si concentrava verso le briciole di bontà e di umanità che costituivano l’ultima resistenza dei prigionieri al sistema di terrore staliniano.

Gourgouen Mahari, all’anagrafe Adchémian, è un personaggio notevole per più di un aspetto. Nasce nell’Armenia ottomana, a Van, nel 1903. A partire dal 1908, suo padre, membro del partito Armenangan, scompare, ucciso dal cognato, membro del FRA, in circostanze sospette. Nel 1915 scappa con la madre dallo sterminio, aggiungendosi al seguito delle truppe russe. Rifugiatosi a Yerevan, inizia la carriera di scrittore e di poeta nell’Armenia sovietica nascente, a fianco di Yegichè Tcharents, Aksel Bakounts e Mgrditch Armen

Nel 1936 viene arrestato, condannato per “terrorismo, nazionalismo, complotto in favore delle potenze capitaliste” e inviato in Siberia. Non ne farà ritorno che nel 1954, tranne per un breve periodo di libertà di 444 giorni tra 1947 e 1949. Al suo ritorno definitivo, egli riprende l’attività di scrittore fino alla morte avvenuta nel 1969. Dalla sua opera prolifica emergono i suoi resoconti autobiografici della formazione: la trilogia Enfance, Adolescence – apparse alla fine degli anni Venti – e Au seuil de la jeunesse; Les barbélés en Fleurs, resoconto del lager, pubblicato a Beirut nel 1971, poi in Armenia solamente nel 1988 e, soprattutto, Les Vergers en Feu (gli orti in fiamme), il grande romanzo che racconta di Van dalla fine del XIX secolo al 1915. Uscito nel 1966, questo testo, che egli considerava la propria opera più importante, susciterà uno scandalo molto ampio. Isolato, Mahari si decide a proporne una versione edulcorata. L’originale non sarà pubblicato che nel 2004, grazie agli sforzi di Grigor Adchémian, con la prefazione di Marc Nichanian. Il figlio di Gourgouen Mahari si dedica da decenni a collezionarne e studiarne l’opera. Noi l’abbiamo incontrato per un caffè in terrazza, sotto un tetto di paglia che ci proteggeva da un sole di fine aprile già molto caldo. Grigor è un “ragazzo” di un po’ più di 80 anni sorridente e pieno d’ironia, di verve e di tenerezza.

Nouvelles d’Arménie Magazine: in quali condizioni ha potuto realizzare quest’impresa editoriale?

Grigor Adchémian: È in effetti dopo la morte di mio padre, negli anni ’70, che mi sono interessato maggiormente alla sua opera. Sapevo che era un grande scrittore ma non l’avevo mai considerato dal punto di vista del suo lavoro letterario. Ero ingegnere chimico nell’industria. Ho potuto lasciare il mio lavoro nel 1972 trovando un impiego al Soviet Supremo d’Armenia grazie al Presidente di quell’epoca, Nagoush Haroutounian, e così ho potuto consacrarmi pienamente al mio compito. Prima di tutto sono partito alla ricerca di tutti gli scritti di mio padre scontrandomi subito con una difficoltà iniziale: noi non abbiamo conservato alcun archivio personale precedente l’arresto del 1936. Quindi sono stato costretto a raccogliere una per una le sue opere pubblicate dalla fine degli anni Dieci al 1936, perlustrando le biblioteche, gli archivi e le collezioni private. In seguito mi sono occupato di riunire e cominciare a pubblicare i testi inediti, che sono numerosi: Infine, il mio incontro con la redazione di Antares ha conferito il movimento attuale di svolta verso un’edizione delle opere complete in quattro volumi.

NAM: Come vede oggi l’opera di Gourgouen Mahari?

G.A.: Mio padre ha avuto il triste privilegio di attraversare le più grandi catastrofi della storia armena del XX secolo e di consegnarci nello stesso tempo una testimonianza letteraria eccezionale, Le barbélés en fleurs, sul comunismo staliniano, e Le vergers en feu per il genocidio. Mahari ha praticato una letteratura che affrontava il proprio tempo, non si è mai rifugiato nel passato, a differenza di quanto caratterizzava molti prosatori armeni che scelsero il romanzo storico. Ha altresì praticato la scrittura nelle sue due opere in armeno occidentale, lingua della sua educazione primaria a Van, comprendenti alcune delle sue prime poesie. La sua forza consiste nell’aver attraversato tutte queste prove, conosciuto più regimi, senza nulla perdere della propria originalità, né della propria unità di pensiero.

NAM: Che ricordi conserva dell’uomo Mahari?

G.A.: Mi ricordo la prima volta che l’ho rivisto nel 1954, al suo ritorno dai campi. Sono andato a cercarlo all’hotel Intourist di via Abovian, l’attuale Golden Tulip di fronte al cinema Moskva. L’ho atteso sulla panchina addossata alla facciata vicino all’ingresso. È sceso, ci siamo incamminati e quindi abbiamo fatto il giro dei bistrot. Gourgouen “khan” – così si faceva chiamare – amava la vita, gli amici, beveva e fumava moltissimo, come molti di coloro che sono stati nei Gulag. Mentre in teoria dovevo sorvegliarlo, in pratica fu lui a riportarmi a casa! Era dolce, fragile, ma ha potuto resistere a prove terribili dove altri, più solidi di lui, sono periti, grazie alla sua ironia che l’ha sempre protetto consentendogli di mantenersi a distanza dalla violenza bruta che lo circondava. Posso perfino aggiungere che l’esperienza dei campi, che l’ha logorato fisicamente e ha compromesso gran parte della sua vita e della sua carriera, ha contribuito al perfezionamento della sua scrittura perché un altro fattore di salvezza per lui è stata la sua dedizione esclusiva alla letteratura, nella quale egli trasponeva tutte le sue esperienze forti, dalle più felici alle più terribili.

NAM: Come scrisse Les barbélés en fleurs?

G.A.: È strano. Mio padre non parlava mai di se stesso o dei suoi anni nei campi in Siberia, ma appena qualcuno vi alludeva, non lo si poteva più fermare dal raccontare tutto. È quanto è accaduto con Les barbélés en fleurs. Un’estate stavo al suo fianco mentre scriveva, a una velocità eccezionale per lui. Ma in seguito si è scontrato con la pusillanimità delle autorità armene che, più che altrove in URSS, esitavano a fare pubblicare una testimonianza senza concessioni su un periodo che tuttavia era stato ormai condannato. Il testo è apparso in Libano dopo la sua morte. Ha un elevato valore letterario, tanto più che è privo di odio o di amarezza e raccoglie tutti i momenti d’umanità che si presentavano in quella fabbrica di sofferenze. Gourgouen Mahari è rimasto fedele tutta la sua vita al credo dei quattro - Tcharents, Bakounts, Armen e lui stesso -, del gruppo Ottobre, poi chiamato Novembre, che si era creato contro l’Unione degli Scrittori Proletari per mantenere la qualità letteraria al di là di ogni consegna ideologica. Sapeva che, scrivendo di quello, si diventava di fatto dissidenti, ma non vi rinunciò mai. Offrì la più intensa prova della gioia di scrivere e fu cosciente della qualità del proprio lavoro anche se era stato deluso dai suoi contemporanei in Armenia.

NAM: Due volumi di Opere complete saranno consacrate a Les Vergers en feu. Che significato hanno per lei quest’opera e la polemica che nacque intorno a essa?

G.A.: Gourguen Mahari perseguiva due fini componendo questo romanzo: prima di tutto dare il proprio contributo letterario ai Paese natale, quello della sua infanzia, e alle vittime di quel mondo scomparso, inoltre contribuire al fatto che non fossero commessi gli stessi errori che, un secolo fa, ci hanno posti nell’incapacità di resistere all’ondata sterminatrice. Non avere preso coscienza che la cultura europea non si poteva innestare nell’Impero ottomano e essere stati incapaci di unirsi politicamente, in particolare, erano stati due errori fatali. Ora, negli anni ’60 c’era un grande pericolo che l’irredentismo nazionalista prendesse il sopravvento sul compito prioritario di rafforzare lo Stato armeno. Ciò suggerisce quanto sia essenziale, perfino cruciale possiamo dire, questo suo libro nel descrivere criticamente la natura e la società di Van, un mondo distrutto nel 1915. Ora, la condanna che si è abbattuta su mio padre non era sul piano letterario, ma era puramente politica, benché fosse stata pronunciata da scrittori di primo piano come Parouïr Sevak. Al giorno d’oggi è ora di leggere con uno spirito più sereno questa opera maggiore, ed esaminarla nelle diverse fasi della sua produzione. Essa offre uno sguardo eccezionale sulla nostra storia recente e una riflessione lucida e sensata sul confronto e la condizione umana nel regno della violenza. 

30 settembre 2015

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