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"La Turchia deve scusarsi con gli armeni"

parola di Hasan Cemal, giornalista turco

La Turchia deve comprendere la sofferenza patita dagli armeni nel 1915 e diffondere questa consapevolezza all’interno della sua società. È quanto sostiene Hasan Cemal, giornalista turco, sul quotidiano online T24.

“Gli armeni sono un popolo che proviene dall’Anatolia - si legge nel suo articolo - Le loro radici e la loro patria sono in Anatolia. Gli armeni, come i curdi, vivevano lì da prima che i turchi arrivassero in quelle terre. La Turchia non ha ancora accettato il fatto che gli armeni siano stati strappati dalle loro radici storiche nel 1915”.

Hasan Cemal è il nipote di Cemal Pasha, uno dei leader dei Giovani Turchi che partecipò al genocidio armeno. Per decenni lo scrittore ha creduto nella narrativa ufficiale del governo turco, negando la portata del massacro del 1915. Poi si è recato in Armenia, ha visitato il Memoriale del genocidio e ha incontrato Armen Gevorkyan, nipote dell’uomo che uccise suo nonno nel 1922. E le sue posizioni sono cambiate.

“I confini tra Armenia e Turchia - si legge oggi nel suo articolo per T24 - dovrebbero essere aperti. Dovrebbero essere stabilite relazioni diplomatiche tra le due nazioni. Questi due passaggi devono avvenire senza precondizioni. La Turchia, come Stato, deve scusarsi con gli armeni”.

Cemal è noto ad Ankara per le sue posizioni “scomode”. Qualche mese fa è stato allontanato dal Milliyet, giornale per cui lavorava, dopo le critiche del premier Recep Erdogan ai suoi articoli sulla questione curda e alle sue interviste ai leader del PKK, come Abdullah Ocalan e Murat Karayilian.

Le riflessioni sul suo viaggio in Armenia sono contenute nel libro 1915: The Armenian Genocide, scritto insieme a Hrant Dink - giornalista turco e direttore della rivista Agos, ucciso nel 2007 per aver parlato del genocidio armeno nei suoi articoli -  a cui è dedicato un albero nel Giardino dei Giusti di tutto il mondo di Milano. “Negare il genocidio - scrive Cemal nel volume - significa essere complici di questo crimine contro l’umanità”.

18 novembre 2013

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