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La fuga dei Rohingya

un nuovo genocidio?

Nel maggio 1939 la nave SS St. Louis, con a bordo circa 1000 ebrei in fuga dalla Germania nazista, veniva respinta prima da Cuba e poi dagli Stati Uniti, e costretta a tornare in Europa. Oltre un quarto dei passeggeri sarebbero poi morti durante l’Olocausto.
A questa immagine il quotidiano israeliano Haaretz paragona la fuga via mare dei Rohingya da quello che il Museo dell’Olocausto di Washington non ha esitato a definire genocidio.

I Rohingya sono una delle minoranze più perseguitate del mondo, un vero e proprio “popolo senza Stato”. Originari del Rakine, territorio della Birmania occidentale al confine con il Bangladesh, sono di religione musulmana, e non sono riconosciuti da alcun Paese. La Birmania, Paese tra l’80 e il 90% buddista, li esclude dai 130 gruppi etnici riconosciuti dalla Costituzione, considerandoli immigrati illegali provenienti dal Bangladesh, mentre lo stesso Bangladesh, dove alcuni Rohingya si sono rifugiati, non riconosce loro la cittadinanza, e anzi non è più in grado di accoglierli. Lo stesso primo ministro bengalese Hasina li ha definiti “malati di mente”, accusandoli di rovinare l’immagine del Paese nel mondo. In Birmania i Rohingya affrontano quotidianamente soprusi e discriminazioni: non possono spostarsi liberamente, non hanno accesso al sistema scolastico e a quello sanitario, sono soggetti ad arresti arbitrari, confische di beni, violenza fisica e psicologica. Da quando ai Rohingya è stata negata la cittadinanza nel 1982, la loro persecuzione è diventata quasi una pratica ufficiale.

Gli stessi monaci buddisti sono portatori di un messaggio di intolleranza nei confronti di questo popolo. In Birmania esiste infatti il Movimento 969, un gruppo che predica la purezza religiosa, il blocco dei matrimoni misti e il boicottaggio dei negozi Rohingya. Il leader del movimento è Ashih Wirathu, un monaco accusato di incitare all’odio contro la minoranza musulmana - considerata da Wirathu artefice di un complotto per il dominio islamico nel 21esimo secolo. Gli attivisti lo considerano un neonazista, e nel 2013 il Time lo ha definito “il volto del terrore buddista”, accostandolo ad Osama bin Laden. Riferendosi ai musulmani, Wirathu ha più volte dichiarato che “Si può essere pieni di gentilezza e amore, ma non si può dormire accanto a un cane rabbioso”.

Le violenze contro i Rohingya, condannate anche dal Dalai Lama, “hanno un intento genocidario - ha dichiarato Muang Zarni, attivista birmano che vive a Londra - nel senso che i musulmani sono considerati sanguisughe nella nostra società, esattamente come gli ebrei erano considerati sanguisughe durante il Terzo Reich”.

I riflettori internazionali sono stati puntati su questo popolo nel 2012, in seguito a un’ondata di violenze che ha causato circa 180mila profughi - di cui oltre 100mila bambini. Oltre al Bangladesh, la meta di questi migranti era la Thailandia, grande centro del traffico di esseri umani, dove spesso erano costretti a lavorare sui pescherecci in condizioni di schiavitù. Nell’ultimo periodo, tuttavia, la condizione dei Rohingya in fuga dalla Birmania si è ulteriormente aggravata.
Spaventati dalla stretta del governo thailandese - in imbarazzo di fronte alla recente scoperta di fosse comuni -, infatti, i trafficanti di esseri umani hanno iniziato ad abbandonare i migranti sui barconi alla deriva. Vere e proprie bare galleggianti.

Secondo l’ONU, tra gennaio e marzo del 2015 sono stati circa 25mila i profughi partiti dal golfo del Bengala. Pochi giorni fa sono iniziati i primi sbarchi e avvistamenti al largo delle coste di Indonesia e Malesia, dando il via a un vero e proprio ping pong per l’accoglienza dei migranti: nessuno voleva occuparsene, e la Birmania si rifiutava di far tornare indietro i Rohingya. Atteggiamento che ha attirato le critiche del viceministro degli interni malese, che ha accusato il Myanmar di “trattare i propri cittadini come spazzatura, per poi scaricare il problema sui Paesi vicini”.

Dopo un’iniziale resistenza, Malesia e Indonesia hanno accettato di soccorrere i migranti, ma solo temporaneamente e solo quelli che sono già sbarcati o si trovano in navigazione - rifiutando quindi quanti si imbarcheranno in futuro. La Malesia non ha firmato le convenzioni internazionali sui migranti (come la Convenzione di Ginevra del 1951, che definisce la condizione di rifugiato) ma ospita già più di 150mila profughi; le opportunità di lavoro, tuttavia, sono limitate, perché i rifugiati non hanno alcuno status legale né hanno accesso alle scuole. Malesia e Indonesia infatti hanno acconsentito al soccorso a condizione che i migranti vengano rimpatriati o portati in Paesi terzi entro un anno. Per circa 3000 migranti quindi, all’inferno del viaggio in mare seguirà un limbo amministrativo. Anche chi riuscirà - con tempi molto lunghi, dovuti alle numerose richieste pervenute all’UNHCR - ad ottenere lo status di rifugiato, dovrà attendere un periodo ulteriore prima di essere trasferito in uno Stato terzo e poter ricominciare una nuova vita.

Procedure che ricordano quelle di un’altra emergenza migratoria, quella del Mediterraneo. Tuttavia, mentre - pur con limiti e difficoltà - l’Unione europea si sta organizzando per dare una risposta efficace e ripartire tra i suoi Stati i migranti che fuggono dal Nord Africa e dal Medio Oriente, i Paesi ASEAN (Associazione delle Nazioni del SudEst Asiatico) sono molto riluttanti ad affrontare il dibattito sul rispetto dei diritti umani. Va comunque ricordato che, anche se ammettessimo - come sostiene la Birmania - che i Rohingya sono una minoranza del Paese, ciò non giustificherebbe l’intollerabile persecuzione a cui sono sottoposti.

Persecuzione che avviene nel silenzio - o con il tacito supporto - delle autorità birmane. In più occasioni, l’ex generale Thein Sein ha proposto una deportazione di massa dei Rohingya, e anche Aung San Suu Kyi si è espressa in modo ambiguo sulla questione. Dopo le violenze del 2012, infatti, il Premio Nobel per la pace ha più volte evitato di parlare dei Rohingya nei discorsi ufficiali, riferendosi a loro genericamente come “musulmani” e invitando semplicemente a “rispettare la legge e l’ordine”. Molti ritengono che questa sua posizione sia dovuta alle ambizioni presidenziali di Aung San Suu Kyi per le elezioni che si terranno nel novembre 2015; sicuramente questo atteggiamento ha deluso quanti vedevano nella donna un punto di riferimento importante per la difesa dei diritti umani. “Se ti mantieni neutrale in una situazione di ingiustizia - ha dichiarato il Premio Nobel per la pace Desmond Tutu - prendi automaticamente le parti dell’oppressore”.
Lo stesso Dalai Lama inoltre ha invitato The Lady a un impegno maggiore in favore dei perseguitati. “Non è sufficiente chiedersi ‘Come aiutare queste persone?’ - pare abbia detto - Ultimamente l’umanità manca di preoccupazione per le vite degli altri”.

29 maggio 2015

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