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Da Vichy al Ruanda, la Francia avvia una presa di coscienza

primo passo verso una purificazione morale sulla Storia

Nei giorni scorsi, in occasione del 27 anniversario del genocidio ruandese, si è tornati a parlare molto di quei terribili cento giorni e di come si verificò una delle più atroci e violente pulizie etniche della Storia. In particolare, si è parlato del rapporto di 1225 pagine La France, le Rwanda et le génocide des Tutsi (1990-1994), rilasciato in Francia il 26 marzo 2021, e voluto dallo stesso Emmanuel Macron, che analizza le responsabilità del Paese nel non aver compreso il pericolo della politica che permise il genocidio.

La Francia è complice del genocidio dei tutsi? Se con questo si intende il desiderio di aderire all'impresa genocida, nulla negli archivi consultati lo dimostra. Non c'è complicità consapevole nel genocidio. Ma l'allineamento francese con il regime di Habyarimana, l'armamento eccessivo di un esercito a vantaggio della militarizzazione delle milizie, il sacrificio dell'opposizione interna che è stata abbandonata dalla Francia, la demonizzazione del Fronte patriottico ruandese che non era né “ugandese” né “tutsi” come gran parte delle autorità francesi volevano inquadrarlo, favorirono l'estremismo hutu e la violenza contro i tutsi. La Francia non ha compreso l'estremo pericolo di questa politica. Per questo abbiamo parlato di responsabilità pesanti e schiaccianti. Questa osservazione nasce da un'indagine molto lunga. La Francia è stata per molto tempo coinvolta in un regime che incoraggiava i massacri razzisti. È rimasta cieca ai preparativi per il genocidio da parte degli elementi più radicali di questo regime. Adottava uno schema binario dove da un lato c’era l’amico hutu, incarnato dal presidente Habyarimana, e dall'altro il nemico rappresentato dal Fronte patriottico ruandese: un rifiuto collettivo di conoscere e comprendere la realtà che ha fatto precipitare la catastrofe.” Così ha dichiarato in un’intervista a Mediapart Vincent Duclert, lo storico che ha presieduto la “Commissione di ricerca sugli archivi francesi relativi al Ruanda e al genocidio dei Tutsi”, che ha lavorato per due anni al Rapporto scandagliando gli archivi francesi.

In definitiva, si legge a pagina 972 del Rapporto, osserviamo una sorta di stupore nello Stato francese, come se agire di fronte al genocidio non rientrasse nell'orizzonte delle sue possibilità, nonostante la seconda parte del Ventesimo secolo sia stata segnata dall'obbligo morale di fare il possibile per impedire che ciò si verificasse di nuovo”.

Dopo il mea culpa di Jacques Chirac che il 16 luglio 1995 riconobbe la continuità tra lo Stato francese e il regime di Vichy sempre negata dal predecessore François Mitterrand ("Lo Stato francese conserva nei confronti degli ebrei un debito imprescrittibile, per avere assecondato, insieme con un certo numero di francesi, la follia criminale dell'occupante tedesco, e averli consegnati ai loro boia. Quelle ore buie hanno insozzato per sempre la nostra storia e sono un'ingiuria per il nostro passato e le nostre tradizioni."), la Francia di Macron decide quindi di far luce sulla propria condotta e sulle proprie responsabilità in un’altra pagina oscura della Storia, il genocidio in Ruanda.

Un gesto importante e non scontato quello del presidente della Repubblica francese che, per il 25esimo anniversario del genocidio, nel 2019, scrisse una lettera a Duclert incaricandolo di realizzare, insieme a una commissione di esperti, un rapporto pubblico passando in rassegna gli archivi francesi (un’apertura senza precedenti anche se non totale, mancano per esempio gli archivi relativi alla Missione di Quilès del '98 o quelli di Jean-Christophe Mitterrand, figlio dell'ex presidente, che si occupava degli affari africani all'Eliseo) riguardanti il Ruanda tra il 1990 e il 1994, analizzando cause e responsabilità di quella tragedia umana. “Il rapporto dovrà analizzare il ruolo e l'impegno della Francia in Ruanda durante quel periodo, tenendo conto del ruolo degli altri attori coinvolti; contribuire al rinnovamento delle analisi storiche sulle cause del genocidio dei Tutsi per una migliore comprensione di questa tragedia storica e la sua più corretta inclusione nella memoria collettiva, in particolare dalle giovani generazioni. Tengo a che il genocidio dei Tutsi prenda il proprio posto nella nostra memoria collettiva. E ciò deve passare attraverso un approfondimento delle nostre conoscenze e la comprensione di questa terrificante impresa di distruzione umana, in vista dell'educazione alla vigilanza di giovani generazioni.”, si leggeva nella lettera di Macron, resa pubblica insieme al testo dello studio. Vincent Duclert aveva già precedentemente presieduto uno studio importante sui genocidi e i crimini di massa che, insieme alla decisione di includere il genocidio dei Tutsi nel Programma delle classi scolastiche conclusive, ha messo le basi per una crescente consapevolezza dei fatti. "Quello che osservo è che, in Ruanda come in Francia, da quando è uscito il rapporto è emerso il desiderio di capire prima che di giudicare. Questa pacificazione, che sembrava inimmaginabile viste le ferite ancora aperte, è una realtà che indubbiamente promuove non solo l'espressione della verità ma anche una riconciliazione con il Ruanda. Implica la costruzione di una fiducia che si traduce in atteggiamenti e azioni.", ha dichiarato Duclert. 

Il 7 aprile, Giornata della Memoria del Genocidio dei Tutsi in Ruanda, Parigi ha anche annunciato, come si legge su Le Figaro, l'apertura al grande pubblico di importanti archivi, in particolare quelli dell'ex presidente François Mitterrand al potere all’epoca del genocidio e del suo primo ministro Édouard Balladur (ci sarebbero ancora circa 8000 documenti oltre a questi da rendere pubblici). Mitterrand disse riguardo al genocidio ruandese, al vertice franco-africano di Biarritz tenutosi nel novembre 1994, che si trattava di “leader locali che decidono deliberatamente di condurre un'avventura alla baionetta o di regolare i conti con i machete", sollevando la Francia e la comunità internazionale dalle loro responsabilità nei confronti di coloro che sembrava considerare non altro che dei selvaggi. “Il Presidente François Mitterrand e la sua cerchia ristretta hanno una grande responsabilità in questo genocidio ma ci è voluto più di un quarto di secolo perché i suoi successori lo riconoscessero”, scrive in proposito Françoise Kankindi, presidente dell’associazione Bene Rwanda che nel 1994 si trovava a Milano per studiare e, da lì, dovette assistere al genocidio nel quale parte della sua famiglia venne sterminata.

Sempre in occasione della commemorazione del genocidio, il presidente ruandese Paul Kagame ha accolto il rapporto Duclert ritenendo che segni “un importante passo avanti verso una comprensione comune di quanto accaduto”. 

Questo enorme lavoro consegnato a Macron e reso pubblicamente consultabile, seppure con le sue criticità (c'è chi lo considera un documento "solo francese", tra le autorità ruandesi alcuni pensano sia ancora troppo carente dal punto di vista dei fatti inseriti), è un passo di grande significato simbolico, non solo per la Francia, perché può rappresentare un esempio rispetto a quei Paesi in cui ancora non si è fatto nulla per fare chiarezza su altre pagine buie, le cui responsabilità sono ancora taciute, ed è anche un atto concreto, fatto di analisi storiche, che si spera contribuirà a costruire un atteggiamento più consapevole e vigile sugli orrori del passato, e su quelli che purtroppo, nonostante la promessa del mai più, sono ancora in atto.

14 aprile 2021

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