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Dialogo con György Litvan su István Bibó

Gabriele Nissim, Budapest, ottobre 1999

Riproponiamo di seguito alcuni passaggi della conversazione che il presidente di Gariwo Gabriele Nissim ha tenuto nel 1999 a Budapest con György Litvan, storico ungherese, amico di István Bibó e suo compagno di prigionia.
Ecco come Litvan parlava di Bibo:

Bibo era una persona molto intelligente, ma ancora di più era la forza della sua coscienza, Bibo si potrebbe definire una coscienza ambulante, l’incarnazione stessa della coscienza.

In prigione eravamo vicini, lui mi ha aiutato nel mio lavoro di traduzione, ero stato messo a tradurre testi storici, saggi di giurisprudenza, giuridici, di spionaggio, le memorie di Churchill, di De Gaulle, e di tanti altri. Bibo mi aiutava a tradurre dall’inglese, aveva molta più esperienza. Poi lui è stato trasferito in un altro carcere, più duro, e io stesso sono stato trasferito in un’altra sezione del carcere. Eravamo a Vatz, sul Danubio. D’estate ha lavorato anche lui a scaricare dai grandi battelli con una carriola il carbone per la prigione e i mattoni, migliaia di mattoni per una fabbrica che stavano costruendo lì vicino.
Ma poi Bibo non poté più lavorare, perché si ammalò per la pressione alta. Divenne sempre più malato quando uscì di prigione, e fu costretto a passare dei periodi sempre più lunghi all’ospedale, fino alla sua morte prematura.

Bibo era una persona molto dolce, affascinante e fine, con una grande autoironia e un’ironia mai al vetriolo. Non ha mai trattato violentemente gli avversari, non ha mai avuto atteggiamenti da ‘nemico’, ma ha sempre affrontato le polemiche in modo morbido. Anche in prigione, dove gli altri prigionieri che si ponevano duramente contro le guardie, non ha mai avuto atteggiamenti forti, si è sempre rapportato agli altri in modo pacato; nonostante questo, era comunque considerato il nemico numero uno. I poliziotti sapevano infatti che Bibo era il più pericoloso per il regime. Quando noi imputati del processo Nagy, dopo la condanna all’isolamento, nel 1959 siamo stati trasportati a Vatz e mescolati insieme agli altri detenuti politici, il nostro compagno di prigionia Ganz era stato convocato da un sergente, che gli fece delle domande su Bibo. Gli chiese se questo Bibo era una persona onesta, se era molto intelligente, e Ganz rispose risposto di sì. Allora il sergente si era rammaricato perché non si poteva fare niente contro di lui, non si poteva trovare nessun rimprovero da potergli muovere. Per questo era considerato molto pericoloso.

Bibo era dolce come Gesù Cristo. Lui stesso, in uno dei suoi saggi poco prima della sua morte, sull’evoluzione della società europea (La ragione dell’evoluzione della società europea, uno dei suoi ultimi saggi, è stato dettato da Bibo col registratore al figlio, che lo ha poi trascritto, n.d.r.), ha parlato del ruolo della cristianità che, nonostante tutti i suoi difetti, ha saputo umanizzare il potere, di per sé violento, sottolineando che occorre sempre trovare un gesto di umanità, anche in politica. Ha portato come esempio lo stesso Gesù che scaccia i mercanti dal tempio, rammaricandosi che Cristo non abbia trovato un modo più umano di condurre quella battaglia.
In carcere non si è mai lamentato, ha sempre trovato ovvio quello che gli stava succedendo.

Questa idea di umanizzazione era il suo modo di affrontare il rapporto con l’altro, era nel suo carattere, ed egli l’ha concepita anche come modo di fare politica. Non ha mai fatto compromessi con il regime, e per questo il potere è sempre stato intransigente con lui, per questo l’ha sempre isolato.

Dopo la prigione ha dovuto lavorare molto duramente, era in questa biblioteca, nella sezione statistica, e lavorava soprattutto nelle cantine. Doveva selezionare i libri, catalogarli, trasportarli, ed essendo malato e debole questo lavoro diventava sempre più penoso, ma non si piegò mai. Dopo la pensione e ha lavorato sempre per seguire il suocero prima e la moglie poi, quando si sono ammalati, nonostante lui stesso fosse ancora più malato di loro.

Una volta un amico gli ha chiesto cosa pensava del regime di Kadar e lui ha risposto che era come il miele, si poteva viverci dentro, ma non si poteva muoversi, non si poteva migliorare. Anche verso chi aveva accettato il compromesso con il kadarismo, non ha mai avuto rancori. 
Bibo poi si ritirò dalla vita pubblica. Solo una volta partecipò a una seduta dell’Accademia, facendo un intervento, ma i giovani non lo conoscevano e si chiesero chi fosse quest’uomo che diceva delle cose così interessanti e intelligenti: non sapevano neanche della sua esistenza. Non conoscevano neppure il suo gesto del 1956, quando rimase da solo in Parlamento durante l’aggressione sovietica come ministro del governo in carica. Bibo è stato ministro per un solo giorno: il giorno dopo Imre Nagy era già rifugiato all’ambasciata iugoslava e gli altri ministri si erano volatilizzati. Lui solo è andato in Parlamento.

Per capire questo gesto è necessario comprendere la sua convinzione morale profonda. Era infatti un uomo straordinario per la sua intelligenza, coscienza e ironia. Durante la sua vita era diventato invisibile, si era ritirato, ma dopo la sua morte, al suo funerale parteciparono mille persone: improvvisamente gli intellettuali ungheresi si accorsero di lui, e i giovani cominciarono a leggere i suoi articoli e a cercare nelle biblioteche le vecchie riviste dove trovare i suoi saggi, dato che non esistevano volumi contenenti i suoi scritti.

11 febbraio 2019

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