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L'uomo e altri animali, Primo Levi etologo e antropologo

di Pietro Barbetta

Il 3 e il 4 maggio scorsi si svolge - il primo giorno all'università di Bergamo, il secondo all'università Milano-Bicocca - un convegno su Primo Levi, forse il più importante convegno da alcuni anni a oggi. Il Levi indagato, il suo testo, la sua poesia, ha avuto, in quel convegno, una singolare angolatura. Lo testimonia la presenza di numerosi antropologi - Francesco Remotti, Marco Aime, Ugo Fabietti - etologi - Enrico Alleva, Laura Beani - filosofi, storici, una studiosa di ebraismo - Manuela Consonni - persino uno psicoterapeuta, oltre a letterati ed esperti di Levi: Marco Belpoliti, Mario Barenghi (gli organizzatori), Domenico Scarpa, Robert Gordon e molti altri che, benché non menzionati, non sono da meno nel contribuire a questa rigogliosa immersione nella scrittura, nella testimonianza e nelle possibili interpretazioni del pensiero di Levi.

Emergono diverse polarità leviane: chimica/alchimia, regressione/progresso, selvaggio/educatore, antropocentrismo/postumano, naturale/innaturale. E mi fermo qui.

Robert Gordon affronta direttamente la prima polarità con “Magia e fortuna in Levi”. Marco Belpoliti, con “Nasi, boccette, ricordi” presenta, prima di Gordon, un argomento analogo in prospettiva differente. Si tratta, tra Gordon e Belpoliti, di due tra i maggiori esperti del testo di Levi, che pure, o forse grazie a ciò, hanno deciso di prendere vie di accesso singolari, di dettaglio. Belpoliti ricorda l'odore di Polonia, carbone e si inoltra nei Mnemagoghi, dove il dottor Morandi incontra l'anziano dottor Montesano con le sue 50 e più boccette. Contengono il ricordo di odori che non dovrebbero esser cancellati. Esperienza fondamentale per chiunque svolga la formazione di chimico, profumiere, cuoco, giardiniere: recuperare la capacità di riconoscere gli odori, di tornare all'infanzia, periodo in cui l'uomo, animale neotenico, possiede competenze olfattive che, durante la crescita, van pian piano dissipandosi.

Gordon gioca in modo sottile tra alchimia e chimica. Per Gordon, la presenza della magia è parte integrante della poetica di Levi, il rigoroso chimico che osserva le reazioni in base alla tavola periodica degli elementi, nell'ontologia delle scienze naturali, e il poeta, che osserva le trasformazioni metaforiche e immaginarie dell'alchimista, come se Levi si ponesse al bivio di fronte alla svolta del paradigma epistemico, descritto da Foucault, nel passaggio dal Cinque al Seicento. Il paradigma bruniano delle similitudini che sfocia nel paradigma galileiano delle distinzioni.

Prima digressione

Quando si fa un bel convegno, c'è sempre la farsa del giorno dopo. Si cerca di raccontare, condividere, ma è come se l'insieme ti sfuggisse tra le mani. Si crea l'indifferenza e questo avviene anche per le esperienze tragiche - Levi lo ricorda insieme ai due sogni, in Se questo è un uomo e La tregua. Tornato ai banchi universitari, durante la lezione di psicologia dinamica, chiedo agli studenti di raccontarmi la loro esperienza del convegno. Allora mi accorgo che, al mio invito a parteciparvi al posto della lezione avevano aderito solo in quattro su sessanta. Interpellati sulla questione della memoria e dell'odore, dopo un mio sommario riassunto dell'intervento di Belpoliti, qualcuno mi parla delle aree cerebrali preposte all'olfatto, qualcuno si domanda: “Ma, a che serve Primo Levi in psicologia dinamica?”, e solo una studentessa dice: “quando sento un certo odore di minestra mi ricordo di quand'ero bambina”. “Gioia del mio cuore! - penso - che ci fai tu, in mezzo a questi futuri “psy” che, ancor prima di iniziare il terzo anno, sono già addestrati a obbedire alla legge cognitivo-comportamentale?”.

Ripresa del convegno

Un dibattito animato emerge a proposito del dilemma regressione/progresso. Cos'è la Shoah, una regressione verso la brutalità e la bestialità, oppure il risultato estremo di una tecnologia mirata?

Si tratta di regressione, o di progresso? Di distorsione o di finalità cosciente? Di consapevolezza?

Per Levi la questione sembra indecidibile, si potrebbe porre allora in altro modo: il progresso tecnologico ci fa regredire? La Shoah - lo ricorda Hannah Arendt all'epoca del processo ad Eichmann - è un'impresa su larga scala, ci sono coinvolti Ford, l'IBM, lo studio tecnico sull'efficacia dei gas sterminatori, la gestione dell'organizzazione dei campi di sterminio e della “soluzione finale”, insomma una vera e propria industria del massacro.

La tecnologia, così come la burocrazia, si presentano sotto un velo di normalità che lascia emergere la crudeltà e il sadismo degli sterminatori. Max Weber, nelle sue due bervi opere La scienza come professione e La politica come professione, commette un errore clamoroso: si può lavorare per lo sterminio sine ira et studio, la burocrazia non è garanzia di correttezza, né di giustizia.

C'è un impasto di barbarie e tecnologia, di sadismo e burocrazia, di scienza e ideologia. E non è solo storia passata, siamo in presenza – sotto differenti spoglie – di queste stesse condizioni anche oggi: i campi profughi europei non sono campi di sterminio - lo sterminio avviene prima, dentro le guerre locali con le armi acquistate dall'industria occidentale, con i viaggi sui barconi - ma campi di concentramento, e le comunità di accoglienza somigliano spesso ai vecchi manicomi. Che posizione prenderebbe Levi di fronte a quanto sta accadendo in Europa? Lui che tra i primi aveva rilevato che, nelle due Germanie, gran parte dell'apparato burocratico statale era composto dagli stessi individui di prima della guerra?

La zona grigia, questo continuum descritto da Francesco Remotti nel suo intervento al convegno, non riguarda solo ciò che accadde tra il 1939 e il 1945. La Shoah ha una sua preparazione nell'antisemitismo europeo, nel razzismo, nella misura dell'intelligenza delle razze. Permane, nella nostra mente, la discriminazione, ha manifestazioni contemporanee, è condizione dell'esistenza umana dopo Auschwitz, e anche prima di Auschwitz.

Basti pensare ai pazienti psichiatrici legati ai letti; la legge sostiene che il concetto di “pericolosità per sé e gli altri” non può essere addotto a motivazione della contenzione fisica al letto, eppure accade. Per ignoranza? Per sadismo? Chi perpetra ancora questo “crimine di pace” sostiene di farlo per scienza, allora la differenza con lo sterminio dei pazienti psichiatrici è solo di grado, di livello d'intensità? Anche loro lo facevano per scienza. Diffidare della scienza quando diventa brutalità ingiustificata.

Eppure la zona grigia è anche uno dei punti di accesso all'inconscio. Sigmund Freud descrive l'inconscio come un fenomeno del soggetto nelle relazioni interne al triangolo familiare, la psicoanalisi è il racconto familiare del nevrotico, ma non trascura di indagarlo attraverso un metodo che rassomiglia all'ermeneutica ebraica: “Abbiamo interpretato il sogno come un testo sacro”.

Gregory Bateson allarga la visione dell'inconscio al contesto, l'inconscio sta anche fuori dall'individuo, il soggetto è collettivo, i progetti della finalità cosciente sono destinati allo scacco. Con la zona grigia, l'inconscio si fa coscienza collettiva, si coglie in ogni gesto di sottomissione, in ogni esempio di normalità data-per-scontata, come direbbe Alfred Schuzt.

Questo non significa che sia lecito rifiutare l'educazione, vuol dire riflettere sul modo in cui si viene educati; il cane, oggetto di addestramento alla sottomissione, diventa animale domestico, impara a svolgere funzioni umane: cane da compagnia, cane da caccia, cane da salvataggio, cane da guardia. La scimmia, animale antropomorfo, somiglia all'uomo per origini comuni, non per addestramento. La sua formazione avviene dentro la sua propria specie, più difficilmente che entri in relazione con l'uomo nei termini della sottomissione, c'è sempre una viscosità.

Nel caso dello scimmiotto di Faussone, La chiave a stella, l'interazione tra Faussone e lo scimmiotto è problematica, non c'è sottomissione. Quando lo scimmiotto riduce il derrick che Faussone stava montando: “come se avesse preso una sberla”, allora nasce il conflitto tra libertà creativa e necessità tecnologica. Ma qui siamo già dentro il dilemma, antropocentrismo/postumano, trattato, in maniera differente, da Damiano Benvegnù e da Federico Pianzola.

Se ipotizziamo ciò che accade oggi nell'industria dell'allevamento e della macellazione, e ancor di più nell'industria della sperimentazione animale e della vivisezione, non possiamo negare che ciò sia un enorme progetto di crudeltà, questo è ciò che mi rimane più attaccato del discorso di Benvegnù.

C'è anche un altro aspetto, che riguarda la riflessone epistemologica legata alla teoria della complessità. Francisco Varela e Humberto Maturana usano due termini nuovi per descrivere il rapporto corpo/mente: autopoiesi ed enazione. L'intervento di Pianzola si concentra sul post-umano riferendosi al Vizio di forma. Se l'essere vivente è organismo autopoietico, anche l'artefatto non umano ha una propria evoluzione, è organismo e ha coscienza propria. Autori come Bruno Latour, Isabel Stengers, Eduardo Viveiros De Castro parlano, in questo senso, di svolta ontologica. Il soggetto non è solo umano, è una interazione complessa di elementi che stanno tra loro in relazione, si tratta di un reticolo che ha come riferimento il contesto. I nostri pensieri, le nostre azioni non sono finalizzate, come ritiene la concezione umana, e coloniale, dell'uomo bianco, cristiano, razionale.

Il termine “enazione” indica che saperi e sentimenti si presentano sempre collegati a condizioni di materialità corporea. Il finale di 2001 Odissea nello spazio si è già realizzato, benché ciò sia accaduto alle nostre spalle, la nostra dipendenza, la nostra servitù dalle macchine è diventata del tutto evidente, ma non si tratta, come avrebbe voluto Kubrik, solo di maledizione. Questa condizione pone nuovi vincoli, ma genera nuove possibilità, e non è detto che l'uomo libero, rappresentato dall'illuminismo, non sia che un “attante” di un sistema naturale, sociale e artificiale del quale è parte, semplicemente, come aveva osservato Freud a proposito del Clown Augusto, illuso di dirigere un circo del quale è solo una ruota del carro.

Così anche la distinzione natura/cultura verrebbe a cadere in virtù di una seconda natura, l'insieme degli oggetti a cui apparteniamo, di una seconda cultura, la comunicazione tra mondi multipli, che produce una fusione, una sorta di amorevole cannibalismo reciproco, una terza natura: la molteplicità delle biologie. Le due scienze di Primo Levi, chimica e alchimia, diventerebbero nient'altro che due modi di raccontare la verità su quanto ci accade. L'effetto placebo non è solo: “se ci credi funziona”, è la prova che quando funziona ci puoi credere o attribuire il funzionamento al caso, ma anche quando non funziona ci puoi non credere o attribuire il mancato funzionamento al caso.

Seconda digressione

Un giovane proveniente da un Paese del Nord Africa racconta di essere scampato due volte alla morte prima di arrivare in Europa. La prima volta, picchiato a morte dai ribelli, apre gli occhi nella foresta e vede un cacciatore che lo salva, la seconda volta, dopo essersi arruolato con i ribelli che lo avevano ammazzato di botte - non perché condivida la rivoluzione, ma perché là trova lavoro - viene braccato dall'esercito governativo, che crede di averlo ucciso nel suo letto, ma lui non era là. È come se fosse morto due volte, poi risorto, come un morto vivente. Gli chiediamo se questo abbia a che fare con la virtù del cacciatore e della preda: rendersi invisibili reciprocamente. Lui risponde che forse è stato un caso. A volte però, non sappiamo di sapere. Infatti suo padre era cacciatore, come l'uomo che lo ha salvato, e gli aveva insegnato la virtù di rendersi invisibile. Prima di lui è accaduto a tanti ebrei: rendersi invisibili, per salvarsi. Anche se la maggioranza non ce l'ha fatta.

Ripresa del convegno

Come ha osservato Gianfranco Marrone, Levi non è soltanto lo scrittore della zona grigia, non si tratta solo della differenza continuo/discontinuo, si tratta della questione dei gradienti. Le lunghezze d'onda. Insomma non c'è solo il bianco, il nero e il grigio. Ci sono anche i colori che si osservano quando si legge la Teoria dei colori di Goethe con un prisma, come fosse un manuale per l'osservazione dettagliata di ogni colore e di ogni variazione. Molti sono i racconti e i romanzi di Levi che fanno di lui un grande scrittore; nel mio immaginario il massimo autore italiano della seconda metà del secolo passato, insieme a Italo Calvino, Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini. Ma io non sono che un dilettante, un lettore distratto e assai poco sistematico.

Levi mi sembra coprire il mondo di colorazioni differenti, come nel caso di Tino Faussone, di La chiave a stella, romanzo paragonato da molti al Viaggiatore incantato di Nicolaj Leskov, del quale Walter Benjamin elogia la capacità di rendere il racconto orale su carta; come nei racconti di Faussone, il montatore incantato.

Anni fa, mentre leggo Scrivere ed essere di Nadine Gordimer, incontro lo spemet: specchio metafisico. Gordimer fa riferimento a un breve racconto di Primo Levi intitolato Il fabbricante di specchi.

Timoteo, fabbricante di specchi, inventa un piccolo specchio che, messo sulla fronte dell'altro, mostra, a chi guarda, l'immagine di se stesso così come lo vede l'altro. Per Gordimer, questo è il cuore dell'esperienza letteraria. In quel momento mi accorsi che questo è anche il cuore dell'esperienza psicoterapeutica. Al di là delle divisioni ideologiche, chi fa il mestiere della psicoterapia si trova in questa condizione riflessiva e ironica al contempo. Non speculativa, non si tratta di immaginare il pensiero come specchio della natura, si tratta di permanere nei minuti particolari, di prendersi cura della relazione. Però si tratta anche di prendere posizione per l'altro. Agata – che nel racconto di Levi è la fidanzata ufficiale di Timoteo - vede Timoteo stempiato, invecchiato. È dura come la pietra, Agata. Emma invece lo vede giovane, avvolto in una corona di allori. Emma, che insegnerà a Timoteo alcune arti tra le lenzuola, sarà la donna a cui Timoteo si legherà. Chi ha detto che il tema del corpo erotico è assente in Primo Levi?

Nella foga di descrivere il mio sguardo d'insieme, sto perdendo l'attenzione verso altri interventi magistrali, come nel lavoro su Giobbe e Primo Levi studiato a fondo da Manuela Consonni, oppure la questione dei piccoli animali trattata in maniera trasversale da Mario Barenghi, sul piano poetico e Laura Beani sul piano etologico, dove, in entrambi i casi etologia e poesia si incrociano nello stesso modo in cui si incrociano chimica e alchimia.

Questa digressione sul tema degli animali in Primo Levi ci sta accompagnando verso una riflessione sul corpo, decadenza, morte, ma anche eros e vita. Un giorno vedremo meglio le affinità tra il San Sebastiano del Sodoma e Salò, tra Faussone e il Riccetto, il butterato, la scarlattina che gli salva la vita, Parodia e Il cavaliere inesistente, che al posto di un corpo ha solo una corazza. Sto citando Pasolini, Morante, Calvino. Insieme a Levi, insomma, la relazione tra il visibile e l'invisibile.

12 maggio 2016

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