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La lunga strada verso la giustizia per i giornalisti uccisi in Kosovo

di Tatjana Dordevic Simic

Momir Stokuće lavorava come fotoreporter per il quotidiano serbo Politika e il settimanale Vreme. Durante il conflitto tra serbi ed albanesi scoppiato in Kosovo nel 1996, Momir non pensò mai di lasciare la sua città, la capitale Priština. Anzi, tramite la fotografia fu testimone del conflitto, di cui alcune ferite non guariranno mai.

Momir Stokuće è stato assassinato nella sua casa il 21 settembre 1999, proprio nel momento in cui sembrava che la guerra stesse finendo perché le istituzioni internazionali si stavano insediando per garantire la pace e la sicurezza. La sua famiglia denunciò l’omicidio alla polizia dell'UNMIK (la missione delle Nazioni Unite in Kosovo). Eppure, negli anni a venire, nessuno dei familiari di Stokuće è stato mai chiamato per testimoniare cosa accadde il giorno dell’assassinio del giornalista serbo. Del resto, il processo di indagine non è stato mai avviato. Dopo più di vent’anni, non solo non si sa chi ha ucciso Stokuće, ma si è scoperto che la denuncia è scomparsa dall'archivio dell’UNMIK.

Dal 1998 al 2005, in Kosovo sono stati sequestrati e uccisi 20 giornalisti, tra serbi ed albanesi; così come i due inviati di guerra per il quotidiano tedesco Stern, l’italiano Gabriel Gruner e il tedesco Volker Kramer, uccisi insieme al loro traduttore Senol Alit nel 1999 a Prizren.

Questi crimini sono avvenuti nonostante l’arrivo delle forze NATO nel 1999 e il lancio di missioni internazionali (quali UNMIK, EULEX e KFOR) che avrebbero dovuto garantire la pace e ristabilire la legge nello stato, in seguito alla proclamazione dell’indipendenza del Kosovo avvenuta poco dopo la guerra. Oggi, dopo più di due decenni, per tutti questi casi di giornalisti scomparsi o uccisi non ci sono condannati, molti processi non sono mai stati avviati, altri sono stati ostacolati o chiusi.

L’unico caso risolto è quello dell’assassinio di Saba Hoti, professore albanese e interprete di lingua russa ucciso nel 1998 mentre accompagnava alcuni giornalisti russi intenti a intervistare membri dell’UCK (Esercito di liberazione del Kosovo). Per questo omicidio è stato condannato a 13 anni di carcere Hajrednin Baljaj, in seguito scarcerato dopo solo alcuni anni di detenzione.

La giornalista serba Jelena Petkovic, in collaborazione con l’Associazione dei giornalisti della Serbia (UNS) lavora da anni per scoprire la verità su questi crimini. L’anno prossimi uscirà, in serbo e in albanese, il suo libro “La lunga strada verso la giustizia”, che raccoglierà le testimonianze di familiari, colleghi e amici dei giornalisti uccisi. Proprio grazie alle indagini da lei portate avanti, alcuni processi sono stati riaperti dopo che erano stati abbandonati per anni.

Come il caso di Krist Gegaj, commentatore ed editore di un programma in lingua albanese per RTV Pristina, ucciso nel settembre 1999.

“Ancora non si sa chi abbia ucciso il collega Gegaj. Il suo corpo è stato trovato il giorno dopo la scomparsa; benché la sua famiglia abbia dichiarato di aver denunciato l’omicidio alla KFOR, la Kosovo Force guidata dalla NATO, i responsabili di quest’ultima hanno affermato di non sapere niente del caso perché di competenza dell’altra istituzione internazionale operante in Kosovo, la EULEX (European Union Rule of Law Mission in Kosovo)”, spiega Petkovic.

“Ma nello stesso tempo gli investigatori e i pubblici ministeri dell’EULEX dicono che dell'omicidio di Gegaj non c’è alcuna traccia”.

La missione EULEX ha chiuso in breve tempo il caso dei giornalisti serbi Ranko Perenic e Đuro Slavuj di Radio Priština, sequestrati da membri dell’UCK il 21 agosto del 1998. Snezana Perenic, la moglie di Ranko, è venuta sapere che suo marito era stato intercettato per strada da un gruppo armato di persone che portavano il marchio dell’UCK, per poi essere stato condotto verso una direzione sconosciuta. I corpi dei due giornalisti non sono mai stati trovati.

Grazie al dossier sul quale ha lavorato la giornalista Petkovic, questa inchiesta è stata riaperta nel novembre 2017 ed è stata rilevata dalla procura speciale del Kosovo.

Ad aggiungere caos nell’inchiesta, durante i diversi mandati dei responsabili delle missioni internazionali in Kosovo sono stati perduti molti dei documenti che riguardano i venti giornalisti.

“La riduzione dei dipendenti nelle missioni ha portato inoltre a non sapere dove cercare i documenti delle indagini. I responsabili di queste tre missioni si sono sempre incolpati tra di loro e non hanno mai dimostrato interesse nel collaborare”, dichiara Petkovic.

“Nel 2018, quando EULEX ha consegnato il suo mandato in Kosovo, per la prima volta i casi di tutti omicidi sono stati rilevati dalla procura speciale del Kosovo. Ma molti processi sono ripartiti da zero, altri ricominciati per la seconda o terza volta”.

Sempre sulla iniziativa della giornalista Petkovic, all'assemblea annuale della Federazione europea dei giornalisti (EFJ), che si è tenuta lo scorso 8 ottobre a Zagabria, è stata approvata la risoluzione per l’istituzione della Commissione internazionale d'indagine per gli omicidi e sequestri di giornalisti in Kosovo.

La sua approvazione dimostra, soprattutto, la determinazione dei membri della Federazione europea dei giornalisti di incoraggiare le indagini e la risoluzione di questi crimini.

“È un passo in avanti molto significativo. Per arrivare alla giustizia e alla verità ci vuole grande solidarietà e sostegno della comunità europea dei giornalisti”, conclude Petkovic.

2 novembre 2021

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