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L’antisemitismo nel mondo ispanico

Enrique Krauze su El Pais

Secondo Enrique Krauze, direttore del giornale Letras Libre, il recente conflitto tra Israele e Hamas ha accompagnato la comparsa di un nuovo e potente antisemitismo: un antisemitismo di sinistra. Riportiamo di seguito l’articolo di Krauze, comparso su El Pais il 5 ottobre 2014, nel quale lo scrittore messicano analizza la storia dell’antisemitismo nei Paesi ispanici.

La guerra di Gaza è tornata a svegliare il mostro assopito dell’antisemitismo europeo. Non accade lo stesso in America Latina. Certo, i governi di Cile e Brasile hanno richiamato i loro ambasciatori in Israele, Fidel Castro ha accusato il Paese di genocidio e i governanti fedeli alla rivoluzione bolivariana hanno reso pubblico il loro ripudio. Tuttavia questo rigetto non implica antisemitismo. Altra cosa accade sui social network, utilizzati soprattutto dai giovani e dove il verdetto di condanna viene accompagnato dai risaputi temi antisemiti. La regione si è comportata come sembra suggerire l’Indice Globale sull’Antisemitismo della Lega Anti Diffamazione (ADL): non è (ancora) particolarmente antisemita, ma comincia ad esserlo.

L’indice si basa su ampie indagini compiute negli ultimi anni. Nelle “Americhe”, il 19% delle persone si accorda al pregiudizio. Togliendo il Canada (14%) e gli Stati Uniti (9%), l’America Latina raggiunge il 31%. Cifra alta, senza dubbi, però inferiore al Medio Oriente e al Nord Africa (74%), alla Grecia (69%), alla Francia (37%) e all’Europa dell’Est (34%), sebbene superiore a Portogallo (21%), Oceania (14%), Gran Bretagna (9%) e Svezia (4%). Vale la pena riflettere sul perché. E prendere provvedimenti affinché questo non si aggravi.

Jorge Luis Borges definì, in una frase scritta nel 1938, la differenza tra l’antisemitismo tedesco e quello argentino. “Hitler non fa altro che esacerbare un odio preesistente; l’antisemitismo argentino finisce per essere un facsimile frastornato che non fa caso a fattori etnici e storici”. La sua riflessione era valida allora e lo è ancora oggi, non solo per Germania e Argentina, ma anche per Europa e America Latina. Fino a qualche decennio fa, l’antisemitismo era un derivato di due odi esterni: l’antico anti-giudaismo della tradizione cattolica in Spagna e il razzismo europeo del XX secolo. Tuttavia in tempi recenti, esacerbato dal conflitto israelo-palestinese, è comparso un nuovo, potente e inaspettato antisemitismo: un antisemitismo di sinistra.

Quella “frastornata ignoranza” non solo era evidente a causa della presenza generalizzata di innumerevoli cognomi di “ceppo ebraico portoghese” (l’elemento etnico al quale Borges si riferiva), ma anche per la storia, a malapena narrata, che conservano gli archivi dell’Inquisizione. L’America Latina è la zona archeologica di un ebraismo segreto, separato dalle sue radici. Dai tempi della Conquista fino alla metà del XVII secolo, successive ondate di immigrati ebrei provenienti da Spagna e Portogallo si avvicendarono nella futura America Latina. Secondo quanto ha dimostrato Jonatan Israel, dalle città e dai porti di questi Paesi tessero una impressionante rete commerciale e finanziaria che copriva quasi tutti i continenti e che fu il presagio dell’attuale globalizzazione. Troncati dall’autodafé del XVII secolo e svaniti nello spazio e nel tempo, la loro presenza lasciò solamente qualche traccia culturale oltre ai cognomi. Per questa ragione, non si generò un antisemitismo autoctono.

L’attuale differenza con la Spagna - la casa madre politica e religiosa - può essere esplicativa. Ci sono stati ebrei in Spagna da prima di Cristo e ufficialmente cessarono di esservi presenti nel 1492, tuttavia la loro presenza era talmente radicata che lo spettro dell’ebreo ha attraversato i secoli spagnoli, fino ad arrivare al presente. Il vecchio antisemitismo religioso resta vivo nel linguaggio quotidiano, nelle leggende popolari e nei settori dell’opinione pubblica, ma la sua controparte non è meno decisa: il culto delle orme di Sefarad in molte città spagnole e la tradizione liberale di tolleranza e pluralità che ha trovato la sua maggiore espressione universale nell’opera di un lontano nipote della Spagna (Spinoza) e nelle novelle di un altro grande “Benito”: Perez Galdòs [Krauze si riferisce al nome di Spinoza, Baruch, che in spagnolo è traducibile come Benito, Benedetto, n.d.r.]. Se è vero che mancavano episodi incoraggianti, il modo in cui viene trattata la tragica tematica ebraica nella magnifica serie storica Isabel (prodotta da RTVE) è stato obiettivo, delicato e commovente. Per questo, sebbene sia alto, l’indice della ADL per la Spagna è inferiore di quello medio dell’America Latina: 29%.

Alla fine del XIX secolo, i Paesi indipendenti dell’America Latina accolsero nuove ondate di ebrei immigrati. Il principale ricettore fu l’Argentina. Come i loro antenati, costoro fuggivano dalla persecuzione - nel loro caso da quella zarista. Nei primi decenni del XX secolo, con l’ascesa dell’antisemitismo nell’Europa dell’Est, il flusso si arricchì di migliaia di ebrei polacchi. Nella maggior parte dei Paesi dell’America Latina trovarono un’atmosfera generale di tolleranza, che si alterò per un decennio a causa di un altro odio esogeno: la propaganda nazista.

Allo scoppiare della Seconda guerra mondiale, una parte della stampa e dell’opinione pubblica latinoamericana - e non pochi intellettuali, politici e industriali di destra - simpatizzarono con le potenze dell’Asse. Le pubblicazioni antisemite (I protocolli dei Savi di Sion, L’ebreo internazionale, Mein Kampf) circolarono diffusamente, insieme ad opere (articoli, caricature, manifesti, opuscoli) di autori locali. Di particolare importanza simbolica in Messico fu la comparsa nel 1940 della rivista Timòn, finanziata dai nazisti e diretta da José Vasconcelos, lo scrittore e filosofo più apprezzato della prima metà del XX secolo.

Il dopoguerra fu generoso con gli ebrei latinoamericani. L’antisemitismo “facsimile” di stampo hitleriano passò ai margini oscuri e inconfessabili dell’opinione pubblica. Parallelamente si sviluppò la consapevolezza dell’Olocausto e si alzò il prestigio di Israele. Tuttavia in Argentina, il Paese con la maggiore popolazione ebraica, il nazismo mantenne una certa influenza a causa dell’asilo concesso da Peron a diversi alti ranghi hitleriani che fecero scuola e il cui momento per sperimentare le loro pratiche genocide arrivò negli anni settanta.

Nel 1976 ebbe inizio il caotico periodo nel quale i militari argentini presero il potere e sottoposero i liberali e gli oppositori di sinistra a un regime di sterminio. La tortura era la stessa nel caso di ebrei e non ebrei, però se si trattava, come nel caso di Jacobo Timmerman, di un ebreo liberale, veniva accompagnata dal grido “ebreo”, “ebreo” e avveniva in una stanza con un ritratto di Hitler. Forse Timmerman si salvò la vita grazie al fatto che i suoi carnefici lo credevano un membro eminente della cospirazione depositata nei Protocolli di Sion e speravano di estorcergli qualche informazione significativa.

Sebbene il terrore cessò con l’arrivo della democrazia in Argentina, gli ebrei dovettero affrontare una nuova violenza nel 1994, quando una bomba piazzata dalle autorità iraniane - con la loro complicità ufficiale - distrusse l’edificio della comunità ebraica, uccidendo 85 persone. Ciò nonostante, in Argentina l’antisemitismo facsimile di destra non si radicò. Oggi l’indice è uguale a quello di Messico e Trinidad e Tobago (24%), inferiore a tutti i Paesi dell’area esclusi Jamaica (18%) e Brasile (16%).

In questi ultimi 20 anni, la giustificata irritazione degli ambiti liberali e di sinistra con l’occupazione israeliana dei territori in Cisgiordania e nella striscia di Gaza è andata trasformandosi in qualcosa di molto diverso: un antisemitismo di sinistra, particolarmente forte nei circoli accademici.

Due fattori aggiuntivi hanno dato impulso a questo fenomeno: l’antisemitismo ufficiale del regime chavista e la crescita dei social network. Adesso si possono leggere tutti i luoghi comuni del vecchio antisemitismo di destra condannati da alcuni professori di sinistra.

Il nodo centrale rimane: l’America Latina non è (ancora) particolarmente antisemita. Però ci sono Paesi come Panama (52%), Colombia (41%), Repubblica Dominicana (41%), Perù (38%) e Cile (37%) con livelli allarmanti. La soluzione giusta e la pace in Medio Oriente possono abbassarli, ma questo elemento non solo è esogeno, è addirittura improbabile. Nel frattempo, ogni Paese deve approfondire la conoscenza di questo pregiudizio millenario e combatterlo, così come si combattono tutte le forme moderne di razzismo.

Enrique Krauze è uno scrittore messicano, direttore del giornale Letras Libre

27 ottobre 2014

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