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'Una crepa' nella percezione del Male

nuovi spunti sul dibattito attorno al concetto di 'banalità del male' coniato da Hannah Arendt

Il Professor Aner Govrin, che insegna Ermeneutica e Studi culturali presso l’Università Ben-Ilan, offre una illuminante reinterpretazione del concetto di “banalità del male”, coniato dalla filosofa tedesca naturalizzata statunitense Hannah Arendt.

Riprendiamo di seguito alcuni passaggi del suo ultimo articolo “Può il Male essere mai banale? Reinterpretando il grande errore di Hannah Arendt” pubblicato su Haaretz, in cui il pensiero della Arendt è rivisitato e criticato: Govrin ne espone le debolezze ma anche le intuizioni, ancora attuali e fondamentali per carpire l’essenza del Male.

La sua analisi parte dalla necessità di comprendere le motivazioni dietro alle critiche più feroci mosse alla Arendt come, ad esempio, quella di essere antisemita. Govrin presuppone un cambio di prospettiva: suggerisce di spostarsi all’esterno, quindi sostiene che muoversi nei meandri della psicologia di chi osserva il carnefice possa offrire una risposta plausibile al perché il pensiero che la Arendt espone nel suo “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme” avesse suscitato critiche tanto feroci; al contempo spiega anche l'acutezza dietro alla teoria della filosofa.

Per comprendere in modo nuovo il concetto di “Male”, propongo una nuova teoria, che ci permetterà di carpire la natura del dibattito [sulla Arendt] e focalizzerà la discussione non tanto sul libro della Arendt bensì sul suo impatto su di noi, lettori. Secondo questa teoria, la parola “Male” è legata all’insieme di conoscenza e e emozioni circoscritte a corruzioni morali particolarmente spaventose e che si scatenano solo sotto determinate condizioni. Non è l’atto in sé che è spaventoso, ma l’intero tessuto di relazioni che si intrecciano tra il carnefice e la vittima.

Per l’osservatore, il giudizio morale che riecheggia nella parola “Male” riflette una realtà morale unica. L’osservatore subisce uno shock nella sua umanità più profonda; l’atto malvagio è percepito come l’azione che mina l’ordine mondiale, un atto che continua a disturbare e irritare -al seguito del quale non si può semplicemente andare avanti come se niente fosse accaduto. La percezione del male forgia una determinata opinione del carnefice, della vittima e della loro relazione; è inequivocabile e non negoziabile. Nella percezione del male, lo spazio dell’osservatore è ridotto. Lo spazio non è solo ristretto ad una visione polarizzata del carnefice cattivo e della vittima buona, ma ogni tentativo esterno di riemergere da questa struttura rigida e complessa mina la persona che addirittura presenta un approccio diverso e genera ostilità.

Govrin sottolinea che il Male non esiste in un mondo separato dagli esseri umani che lo percepiscono. Quella percezione è relativa e soggettiva, fatta di valori, visioni del mondo, sensibilità che insieme costituiscono un giudizio morale.

Una crepa nella percezione

Dalle mie ricerche sul male e sui giudizi morali, ho mostrato che affinché un osservatore attribuisca il termine “malvagio” al carnefice devono esistere simultaneamente quattro condizioni. Le azioni abominevoli dei nazisti contro gli ebrei sono concepite come il Male estremo, perché soddisfano completamente tutte le condizioni e generano un carico morale intenso. Tuttavia, le condizioni per percepire il male esistono anche in altre azioni, come stupro, pedofilia, violenza brutale.

Il libro della Arendt, con una percezione di Eichmann e le sue vittime diversa rispetto a quella convenzionale, pregiudica il soddisfacimento di queste condizioni e crea una tensione intollerabile nella psiche del lettore.

Quali sono quindi le condizioni richieste affinché l’osservatore definisca “malvagio” un grave fallimento morale e come ha creato la Arendt una crepa in queste condizioni? Io uso la parola “crepa” deliberatamente, perché trovo l’atteggiamento della Arendt nei confronti di Eichmann e nei confronti di alcune delle vittime ambivalente. Nel testo, troviamo numerose indicazioni secondo cui anche nella mente della Arendt sono presenti le due diverse concezioni di malvagio -quella convenzionale e quella che lei decise di presentare alla fine. Pertanto, il suo pensiero crea una crepa nella percezione accettata di Male senza però contraddirla.

Nella prima condizione, l’osservatore ha bisogno di identificare una proporzione estremamente asimmetrica nella bilancia del potere tra il carnefice e la vittima, nei binomi stupratore-stuprato, pedofilo-bambino, persona cieca e chiunque ne ostacoli il cammino. È ovvio che questo parametro esiste anche nella relazione nazista-ebreo.

Il discorso della Arendt crea una crepa nella distinzione chiara tra carnefici e vittime: il carnefice (Eichmann) era confuso, una non-entità che non aveva trovato la propria strada nella vita fino a quando ottenne un lavoro importante nel Terzo Reich. Al massimo, il suo peccato risiede nell’inabilità di interpretare le situazioni dal punto di vista dell’Altro. E le sue vittime hanno contribuito con dedizione ad assistere i carnefici nella realizzazione dei loro nefandi piani. L’asimmetria nella bilancia del potere è rimpiazzata da confini e identità sfuocate: nel carnefice ci sono aspetti della vittima e nella vittima elementi dell’omicida.

Inaccessibile

Arendt crea una crepa anche nella seconda condizione di percezione del Male. Secondo questa condizione, l’osservatore attribuisce al carnefice determinati atteggiamenti che riguardano la dipendenza/vulnerabilità della vittima. L’osservatore è convinto che nonostante il fatto (o a causa del) che il carnefice veda di fronte a sé una persona o un gruppo innocente, decida di ferirlo senza alcun sentimento di pietà o gentilezza verso la vittima. Ed è proprio qui che si manifesta la mostruosità del carnefice. Il carnefice ferisce la vittima perché quest’ultima è vulnerabile e debole. Il piacere che deriva dal dolore della vittima è decisivo per attribuirgli [al carnefice] l’essere malvagio.

L’analisi di Govrin continua con la terza condizione: l’osservatore sente di non riuscire a penetrare il punto di vista del carnefice. Nel suo libro Arendt rompe totalmente con questa condizione, perché racconta la figura di Eichmann dall’interno e la umanizza.

La quarta condizione è legata all’assenza del riconoscimento della colpevolezza e assunzione di responsabilità delle proprie azioni da parte del carnefice: quando questo accade o quando l’assunzione di colpa è poco chiara, come nel caso di Eichmann, l’osservatore subisce un secondo shock.

Un vuoto incolmabile

Comprendiamo cosa ha suscitato l’ira dei critici della Arendt, che ha una affinità diretta con la psicologia dell’osservatore, e che non tollera compromessi: è la sua [della Arendt] dimostrazione di mancanza di empatia e compassione per le vittime, insieme ai tentativi di comprendere la psiche di Eichmann. A ciò va aggiunto una diminuzione del coinvolgimento di Eichmann nel progetto di sterminio di massa e una separazione tra Eichmann e il sentimento di odio per la vittima. Ognuno di questi punti ha aperto una crepa nelle condizioni necessarie per la percezione del male e ha spostato il binomio “nazista-ebreo” in una dimensione differente, meno terrificante e mostruosa.

L’accostamento delle parole “banale” e “malvagio” è assolutamente sbalorditivo -accoppiare queste due parole non solo riduce le basi principali per il sentimento, le reazioni fisiche e la consapevolezza degli atti di orrore incarnati nella parola “Male”, ma restringe anche l’intero spettro emotivo in un colpo solo: se è meramente “banale”, per l’osservatore vuol dire che le dimensioni distruttive e oscure dell’atrocità vengono eluse.

Inoltre, il fatto che dal punto di vista dell’osservatore il Male non può essere banale attesta le disparità tra l’osservatore e il carnefice e l’inabilità dell’osservatore di assumere la prospettiva del carnefice. Nei miei studi, ho dimostrato che attribuire al carnefice la “malvagità” è un errore di percezione da parte dell’osservatore. Osservatore e carnefice vedono due oggetti completamente diversi. Laddove il primo percepisce la vittima vulnerabile e indifesa, l’ultimo spesso percepisce la vittima pericolosa e aggressiva, e le atrocità come autodifesa.

Dietro ad ogni carnefice c’è una storia di debolezza umana, una minaccia alla propria esistenza o un forte senso di persecuzione. I nazisti, per esempio, credevano che gli ebrei controllassero il mondo e che possedessero potere e ricchezza illimitati, e che fossero colpevoli della sconfitta della Germania durante la Prima guerra mondiale. Secondo l’ideologia nazista e il suo incitamento feroce [all’odio], gli ebrei erano percepiti come nemici potenti, pericolosi, nocivi, e non deboli e vulnerabili.

Tuttavia, la disparità tra l’osservatore e il carnefice non può essere colmata, perché senza quella disparità noi non ci sentiremmo scioccati dalle atrocità, non le definiremmo “malvagie” e non sentiremmo il bisogno di assicurare alla giustizia assassini, stupratori, pedofili e nazisti.

Nel film di Mozer (ndr: documentario di Yariv Mozer “The Devil’s Confession: i nastri perduti di Eichmann”) ascoltiamo la voce di Eichmann che dice a Sassen che lui si sarebbe sentito soddisfatto solo quando avrebbe sterminato dieci milioni di ebrei. Lo shock che proviamo nell’ascoltare quella frase è ciò che ci rende umani.

8 settembre 2022

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