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In Afghanistan è in corso un genocidio?

Perché esperti e attivisti chiedono che il massacro degli hazara venga considerato un genocidio

Successivamente alla seconda guerra anglo-afgana, nel 1880 Abdur Rahman Khan fu nominato nuovo emiro dell'Afghanistan. Gli inglesi volevano per l’Afghanistan un forte governo centrale che potesse fungere da stato cuscinetto tra l'India e l'impero russo. Così l’emiro si impegnò a reprimere le rivolte locali nel paese e in particolare quella nell’Hazarajat dal 1888 al 1893. Gli hazara - un gruppo etnico prevalentemente sciita che parlava il persiano - vennero sottoposti a una pulizia etnica sostenuta dallo stato. Pare che oltre il 60% della popolazione venne decimata; milioni di hazara furono uccisi e tanti altri costretti a fuggire o vennero catturati e poi venduti come schiavi. Le loro terre, i possedimenti e le donne furono distribuiti tra i nomadi pashtun e tra gli altri gruppi tribali che aiutarono Abdur Rahman Khan a schiacciare la resistenza hazara.

Da allora e fino a oggi, gli hazara sono stati sempre perseguitati in Afghanistan. Tanto che per molti si può parlare di genocidio. Del resto ci sono stati, nella storia dell’Afghanistan, dei massacri che conducono verso quella direzione. Ad esempio lo sterminio di Mazar-i-Sharif dell’agosto del 1998, quando migliaia di hazara (per qualcuno ventimila) furono uccisi brutalmente dai talebani.

“I talebani uccidevano anche gli animali degli hazara”, spiega  il giornalista Basir Ahang. “Dicevano che erano sporchi come loro”.

La richiesta di fare giustizia per quanto successo nel passato e la precaria situazione degli hazara nel nuovo regime talebano hanno spinto l’Università Bicocca di Milano a organizzare, lo scorso 26 maggio, un convegno dal titolo “Il popolo hazara in Afghanistan: discriminazione, marginalizzazione, genocidio”.

Dalla raccolta delle testimonianze al riconoscimento del genocidio

L’obiettivo dell’incontro, che ha coinvolto attivisti e scrittori hazara così come accademici esperti di genocidi, andava al di là della mera riflessione storiografica. L’urgenza del presente, con diversi casi di massacri ai danni di hazara perpetuati negli ultimi mesi nel silenzio assordante dei media occidentali, fa sì che il coinvolgimento della comunità internazionale non possa più essere posticipato. Gli organizzatori della conferenza hanno spiegato che l’intenzione è quella di avviare una riflessione ampia che porti l’eventuale genocidio degli hazara ad essere giudicato dalla Corte penale internazionale.

Il 5 marzo 2020 la Camera d'appello della Corte penale internazionale aveva deciso all'unanimità di autorizzare il Procuratore ad avviare un'indagine su presunti reati di competenza della Corte in relazione alla situazione nella Repubblica islamica dell'Afghanistan, dopo un lungo e tortuoso percorso giuridico. I parametri di indagine tuttavia, solo legati a quanto successo nel territorio afghano e in altri territori connessi al conflitto armato in Afghanistan dal 1° luglio 2002. Tuttavia si è deciso di indagare per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Non per genocidio.

Perché allora parlare di genocidio? Claudio Concas, esperto di questione hazara, ha ripercorso i momenti più salienti della storia hazara dai massacri del 1890-1893 ai giorni nostri, per poi lasciare la parola agli esponenti della diaspora hazara che stanno portando avanti le istanze del proprio popolo.

Come il regista Amin Wahidi, già intervistato da Gariwo, che ha iniziato il suo intervento citando una vecchia poesia hazara, che recita: “Quando mangio un melograno di Kandahar sento il sapore di sangue degli antenati”. 

Wahidi critica l’approccio dei media internazionali al racconto della realtà talebana, che tende a considerare l’Afghanistan come un tessuto multiculturale in balia di una minoranza fondamentalista. “Non ci troviamo nell’immagine multietnica raccontata dai media internazionali”, spiega, aggiungendo che delle 14 etnie definite dalla vecchia costituzione quella degli hazara è la più perseguitata, costretta a cercare rifugio nelle zone più impervie del paese. “La geografia degli hazara è connessa al proteggersi dal male, per questo scelgono le montagne. E anche lì, non sono esenti da discriminazione". Come quando nel 2016 l’allora presidente Ashraf Ghani decise di cambiare il progetto che avrebbe portato l’elettricità negli altipiani centrali del paese, lasciando di fatto isolati centinaia di villaggi hazara. Migliaia di Hazara scesero in piazza, il governo in risposta bloccò le strade con container e infine lo Stato islamico attaccò i manifestanti causando la morte di circa cento persone.

Ma la questione è ben più profonda. Non riconoscere i diritti degli hazara vuol dire, ad esempio, ignorare che tutte le manifestazioni di donne portate avanti in questi mesi sono portate avanti da donne hazara. I talebani, spiega Wahidi, hanno paura di donne istruite perché in questo modo “non possono sottostare alla legge delle tribù”. “Non dimenticare l’Afghanistan”, quindi “vuol dire non dimenticare le donne afghane e le altre etnie oltre a quella dominante pashto”.

Ma ci sono i margini per definire quanto accade agli hazara un genocidio? Per il giornalista Basir Ahang sì. Partendo dai documenti, Ahang ha spiegato che gli schiavi hazara sono stati venduti fino a Calcutta e che, analizzando i termini usati dalla Convenzione del 1949, è evidente che di genocidio si può parlare. Del resto, spiega Ahang, il progetto genocidario continuerebbe tutt’oggi: “Gli hazara sono marginalizzati dalla società e ricevono una discriminazione sistematica. Un report del Ministero degli Esteri statunitense affermava nel 2017 che la discriminazione degli hazara era sistematica, che la loro presenza nel governo era simbolica e che i soldati hazara venivano mandati nelle zone dove c’era più possibilità di essere uccisi”.

Cosa è cambiato con l’avvento dei talebani? “Riceviamo ogni giorno notizie di massacri e confische”, spiega Ahang. “In questi nove mesi più di mille civili hazara sono stati uccisi, migliaia i feriti, 800 famiglie sono state forzate ad abbandonare le loro case” e negli ultimi mesi i quartieri ghetto di Kabul ovest, dove sono relegati gli hazara, “hanno registrato almeno 27 attacchi contro gli hazara”.

La raccolta delle testimonianze

In Occidente c’è chi si sta muovendo per capire quali sono le coordinate dei massacri e se sono riconducibili a un genocidio. Nel Regno Unito si è formata una commissione indipendente che sta lavorando per fornire al Parlamento un report sulla condizione dei diritti umani degli hazara. Ne è parte la dottoressa May Homira Rezai, che oltre a spiegare il ruolo della commissione e lo sviluppo del rapporto, che verrà rilasciato a luglio, ha ribadito che prima dei massacri nella comunità hazara c’era una sostanziale eguaglianza tra uomini e donne. “Prima della colonizzazione interna e del genocidio, nella società hazara le donne erano considerate uguali agli uomini, non velate e considerate eretiche dalla maggioranza sunnita, come emerge dai resoconti del cartografo scozzese John Wood”, spiega Rezai.

“La persecuzione degli hazara è direttamente legata ai valori della popolazione: il costume dei pashtun prevedeva che se avessero invaso i villaggi hazara sarebbero stati autorizzati a possedere terreni, donne e bambini. Ad oggi questo concetto permane”.

Del resto, “negli ultimi vent’anni il cambiamento in Afghanistan ha avuto come fulcro le donne. L’Afghanistan ha avuto un primo ministro donna hazara, un primo governatore donna a Bamiyan, un primo sindaco donna, una prima donna a partecipare alle Olimpiadi. Un modello per tutte le donne afghane”.

La commissione sta lavorando attraverso la raccolta di testimonianze scritte, un approfondito lavoro d’archivio per mappare gli attacchi e le violenze, un lavoro di raccolta orale attraverso il dialogo.

Oltre alle struggenti testimonianze del presidente della Najiba Foundation e di Salima Mazari, fino al 15 agosto governatrice del distretto di Cahar Kint, due interventi – uno accademico e l’altro giuridico – hanno spiegato il campo scientifico-normativo nel quale viene inserito il dibattito sul genocidio degli hazara.

Una ricerca sul campo e la tesi del genocidio

L’antropologa Melissa Kerr Chiovenda, professoressa alla Zayed University, ha spiegato in che modo il suo lavoro sul campo in Afghanistan dal 2009 al 2019, che ha avuto come focus di ricerca il trauma collettivo della società civile, abbia contribuito a perorare la teoria del genocidio.

“Nel periodo intorno al 2012 e al 2013, quando ero a Bamiyan, gli attentati significativi contro gli hazara erano più rari, eppure attacchi minori ai viaggiatori erano comuni, così quelli verso le comunità hazara in Pakistan”. Melissa Kerr Chiovenda ha cercato di raggruppare gli elementi simbolici comuni nei vari attacchi, arrivando alla conclusione che dopo il 2013 gli attacchi con intenti ascrivibili come “genocidari” sono aumentati. “Soprattutto a partire dal 2016. La lista è lunghissima ma vale sicuramente la pena menzionare gli attacchi contro scuole, ospedali ginecologici e reparti maternità”. L’intenzione degli attentatori sarebbe quella di uccidere gli “hazara del futuro”.

Eppure gli studiosi che negli scorsi decenni hanno definito “genocidio” quello degli hazara sono pochi. “Poche persone hanno ritenuto giusto parlare di genocidio, ma piuttosto di persecuzione e di uccisioni mirate”.

Kerr Chiovenda ha citato l’attacco sciita di Quetta, in Pakistan, che provocò più di 100 morti nel 2013 e lo sciopero della fame portato avanti da attivisti hazara a Bamiyan per chiedere che l’Unama (la missione dell’Onu in Afghanistan) indagasse sulle cause genocidarie degli attentati.

Lo scetticismo degli studiosi verteva su due questioni principali:

1) I numeri degli uccisi hazara per mano pashto sembravano lontani da quelli di altri genocidi novecenteschi.

2) L’intento degli attacchi non sembrava lo sterminio della popolazione hazara.

Lo studio dei traumi collettivi, intergenerazionali, spesso affidati alla memoria orale, ha convinto Kerr Chiovenda che quello degli hazara sia un massacro che rientra tra le casistiche considerate da Lemkin. “È importante ricordarci che sebbene salvare le persone nel presente sia la priorità, non dobbiamo dimenticare quello che è successo nel passato, che del resto è la radice dell’esclusione e della violenza del presente”.

Sono tre i punti su cui, secondo Melissa Kerr Chiovenda, è importante non cedere:

  1. Non smettere di chiedere che le investigazioni sui crimini in Afghanistan riguardino non solo il presente ma anche il passato
  2. Gli hazara devono essere considerati vulnerabili in quanto hazara
  3. Il genocidio di fine ‘800 deve deve essere riconosciuto ufficialmente dai governi, come nel caso del genocidio armeno. Riconoscere il genocidio attraverso il trauma collettivo di cui gli hazara sono portatori spiegherebbe i rischi del presente. E le vittime potranno finalmente chiedere una riparazione.

Il ruolo della Corte penale internazionale

Come si sta comportando la Corte penale internazionale sulla questione degli hazara? Secondo molti analisti, l’azione della Corte è stata finora impalpabile. A spiegare il possibile iter processuale e le sue tempistiche è intervenuta Silvana Arbia, che dal 2008 ricopre la carica di cancelliere della Corte penale internazionale. In precedenza era stata Acting Chief of Prosecutions presso l'ufficio del procuratore del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda, guidando l’accusa in numerosi casi di genocidio trattati dal tribunale.

Se di genocidio si tratta, è un dovere internazionale intervenire, come dice la Convenzione del 1949”, spiega Silvana Arbia. “Dagli elementi ascoltati, sembra che quello in Afghanistan potrebbe essere non solo un ‘silenced genocide’ ma anche un ‘permanent and embarassing genocide’”. L’Afghanistan è parte della Corte penale internazionale dal 2003 e questo fa sì che ci sono le condizioni affinché la corte intervenga.

Al momento l’Afghanistan è “under investigation” ma il percorso dell’inchiesta è definito da Arbia “imbarazzante”: un ritardo “difficile da accettare, dal 2003 abbiamo dovuto aspettare il 2017 per aprire indagini su Afghanistan”. La camera preliminare aveva inizialmente reputato le indagini non necessarie. Poi, il 5 marzo 2020 la camera dell’appello aveva cambiato decisione e autorizzato l’apertura delle indagini. “Ma solo crimini umanità e crimini di guerra ed è imbarazzante che la richiesta del procuratore si limiti a quei crimini”.

Perché si dovrebbe aprire una inchiesta per genocidio? Per Arbia il passaggio importante è legato all’intenzionalità di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.

Un problema di fondo, che ha fatto sì che non sia mai stata presa in considerazione la possibilità del genocidio, è che in Afghanistan manca la conoscenza del concetto stesso genocidio. La sezione della Corte per il Victim application process ha raccolto informazioni da 699 vittime. Nessuna di esse ha parlato di genocidio. Inoltre sono pochissime le donne che hanno risposto ai questionari, sebbene per la valutazione di genocidi come quello ruandese la testimonianza femminile è stata fondamentale per le condanne per genocidio tramite stupro.

Le lacune sono evidenti. La Corte viene vista in Afghanistan come qualcosa di lontano e intangibile e servono maggiori intermediari.

Il lavoro degli attivisti, spiega Arbia, è fondamentale. Ma i racconti devono trasformarsi in prove. Bisogna lavorare sul formulario, capire come renderlo compatibile con la società afghana.

Perché il punto fondamentale, conclude Arbia, è che il concetto di genocidio e di prevenzione dello stesso ha senso anche oggi, in un mondo globalizzato. Del resto nella Carta fondante di Roma si continua a parlare di popoli: distruggerli vuol dire distruggere una parte del mosaico dell’umanità. “La più grande minaccia è l’impunità”.

1 giugno 2022

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