Diamandis Diamandopoulos

Il salvataggio della famiglia Benveniste tra Salonicco e Atene
Testimonianza inviata da Mary Alvo a Gariwo per la pubblicazione sul sito Wefor.
Salonicco, 24 maggio 2010


Mi chiamo Mary Alvo Benveniste e sono nata a Salonicco (Grecia) nel 1932. La mia famiglia apparteneva alla media borghesia ebraica e mio padre Moise era un commerciante di tessuti molto noto. Mia madre Berthe Salmona era una casalinga graziosa ed elegante che parlava francese e spagnolo ladino. Io ero la loro unica figlia. A quel tempo quasi tutta la popolazione ebraica parlava ladino, pochi parlavano bene il greco e la maggior parte degli anziani parlava anche turco, dato che la Grecia era stata occupata dall’Impero Ottomano per più di tre secoli.
Ho vissuto un’infanzia piacevole e agiata e sono andata alla scuola elementare del mio quartiere, che era una scuola greca... Nell’ottobre 1940, l’Italia dichiarò guerra alla Grecia e penetrò lentamente in territorio albanese. Gli italiani stavano perdendo la guerra e durante la primavera del 1941 l’esercito tedesco occupò la metà settentrionale del paese, che comprendeva anche Salonicco, che era la seconda città della Grecia e la capitale della Macedonia.
Fu a questo punto che cominciarono le atrocità dei tedeschi contro gli ebrei... Essi continuarono lentamente, ma inesorabilmente a rinchiudere la popolazione ebraica nei ghetti, a costringerla a portare la Stella Gialla, a confiscare le sue case, negozi, fortune e conti correnti. Gli ebrei di tutte le età furono costretti al lavoro forzato, sottoposti a punizioni e alla discriminazione legalizzata.
A quell’epoca io e i miei genitori riuscimmo a trasferirci nella Atene ancora occupata dalle forze italiane. Alla fine del 1942 fummo informati del fatto che gli ebrei di Salonicco, dove era rimasta la maggior parte della nostra famiglia, venivano perseguitati, incarcerati, torturati e sistematicamente deportati in qualche ignoto paese straniero. Gli ebrei, giovani, vecchi e bambini, vennero caricati a migliaia su treni bestiame, senza cibo e con pochissimi averi, mentre le loro case, ricchezze, terra e oro venivano confiscati. Le loro vite improvvisamente si fermarono. Si ammalarono, soffrirono la fame, furono portati alla disperazione totale e trascinati verso un paese sconosciuto, sapendo nell’intimo delle loro anime che quello era un viaggio senza ritorno. Gli ebrei di Salonicco furono convinti con l’astuzia dal rabbino Koretz che un nuovo paese era pronto ad accoglierli, promettendo ospitalità lavoro e libertà. Gli ebrei furono VITTIME DELLA PROPRIA SPERANZA, intrappolati nella ragnatela della depravazione nazista che li condusse allo sterminio.
A quel tempo io e i miei genitori vivevamo ad Atene in totale libertà. Ricevevamo i messaggi tragici riguardanti la deportazione dei nostri cari  ed eravamo disperati perché nel profondo del cuore sapevamo che non avremmo rivisto la nostra gente. Sapevamo anche che eravamo i prossimi a essere intrappolati ed espulsi. Il Reich tedesco aveva già ottenuto la parte sud della Grecia e aveva occupato Atene, diventando immediatamente il padrone del gioco.
Mio padre decise che saremmo entrati in clandestinità. È a questo punto che entra in scena il nostro giusto e salvatore Diamandis Diamandopoulos. Diamandis era un amico intimo di lunghissima data di mio padre, persona totalmente disinteressata, onesta e generosa che amava e rispettava la nostra famiglia. Era un uomo sorridente e intelligente e un gran lavoratore e ci offrì il suo aiuto immediatamente. Ci portò al nostro primo nascondiglio, dove il signor Tzevas e sua moglie ci diedero ospitalità a condizioni molto rigide: divieto di parlare a voce alta, no all’uso della toilette durante il giorno, persiane chiuse, giardino off-limits. I vicini stavano proprio lì accanto e avrebbero potuto distinguere le nostre voci o rumori inusuali. Diamandis decise di portarmi a casa sua dalla sua famiglia e mi presentò ai suoi amici come la sua nipotina cristiana proveniente dall’isola di Paros.
Era la fine del 1942 – inizio del 1943 e seguì un periodo di libertà per noi tre. Mio padre riuscì a ottenere per la famiglia dei passaporti argentini pagando un’ingente somma di denaro all’ambasciatore di quel paese. In quel particolare periodo, l’Argentina intratteneva relazioni amichevoli con il Reich...
Ancora libera per breve tempo. Tornai a scuola, il che rappresentò una boccata d’ossigeno. Purtroppo la libertà non durò più di pochi mesi. Queste vacanze impreviste si rivelarono brevi… Nel giro di una notte nel dicembre 1943 i tedeschi rastrellarono tutti gli ebrei argentini, ma non noi. Una mattina ci chiamarono all’alba e ci avvisarono con molta urgenza di lasciare immediatamente la casa. Mettemmo insieme poche cose in tre borse e indossammo le cinture in cui mia madre aveva meticolosamente cucito la nostra fortuna che consisteva di sterline d’oro. Ognuno di noi possedeva la propria cintura: nel caso in cui ci fossimo persi avremmo potuto sopravvivere. Fuggimmo dalla casa sempre con l’aiuto prezioso di Diamandis.
Il nostro terzo nascondiglio apparteneva a una coppia molto anziana appartenente all’aristocrazia ateniese. Erano senza figli e senza un soldo. Non dimenticherò mai la loro gentilezza, le loro maniere stupende, la loro cultura. Li amavamo. Il nostro quarto nascondiglio, di nuovo presso amici di Diamandis, fu una casa di campagna ai bordi della città. Per quel tempo ricorreva il Natale 1943 ed era diventato estremamente urgente per noi lasciare la Grecia per sopravvivere. Fu ancora Diamandis a risolvere il nostro problema vitale. Ci disse, e ricordo ancora le sue parole: “Dovete scappare in Turchia e quindi in Palestina. Sta diventando pericoloso per voi rimanere ad Atene. In qualunque momento vi prenderanno e vi deporteranno”. Parlava in terza persona plurale!!!
Lo ascoltammo, ci separammo e il distacco da Diamandis fu doloroso e difficile. Riempimmo una valigia con pochi averi, partimmo con in tasca le nostre carte d’identità false con nomi cristiani in una tarda notte del febbraio 1944, prendemmo un autobus per Atavism, un villaggio di pescatori non lontano da Atene… Un contatto ci aspettava al capolinea…. Nell’oscurità ci mostrò la strada per la spiaggia dove una barca di pescatori non più lunga di otto metri ci aspettava nel silenzio totale… Ci saltammo su e qualcuno che non conoscevamo prese i remi e si mise a vogare… L’alba ci trovò su una bianca spiaggia di un’isola di nome Macronisos. Altri dieci giovani, alcuni dei quali addormentati, sedevano in un punto protetto del litorale. Sarebbero stati i nostri compagni di questa straordinaria traversata del Mare Egeo, fino in Turchia.
Navigando con i venti notturni e tempo permettendo, a turni regolari, questi giovani incluso mio padre continuarono a vogare ininterrottamente… Con  la bussola puntata sulla stella del Nord iniziammo la nostra odissea viaggiando di notte, nascondendoci di giorno in grotte rocciose, mentre i motoscafi perlustravano la costa 24 ore su 24... Ci fermammo in qualche isola disabitata per prendere acqua potabile. Ci fermammo due volte in isole più grandi. Eravamo bagnati fino alle ossa, assetati, deboli e soffrivamo la fame. Alcuni pescatori coraggiosi con le loro famiglie ci aiutarono a riparare la barca che prendeva acqua. Ci nutrirono, cucinarono pane, coccolarono la piccina che non era altri che me, una bambina di dodici anni; ci fecero coraggio, ma ci consigliarono anche di lasciare l’isola il più presto possibile. Ci dissero che il tempo e i venti stavano cambiando pericolosamente. Eravamo al trentesimo giorno del nostro viaggio e le coste della Turchia non distavano molto.  Ci dissero: “E’ un viaggio di una notte” … “Partite il prima possibile” … insistettero.
Quell’ultima notte di traversata fu un vero INFERNO che le parole non possono descrivere. Siamo sopravvissuti!!! L’alba ci ha trovati vivi sulle coste di Tchesme. Eravamo salvi. DIO ci aveva assistito.
Dopo un paio di settimane finimmo a girovagare in Siria tra Emir e Halloo, eravamo fuori legge, dovevamo ottenere dei documenti per raggiungere la Palestina. ERETS ISRAEL.
Quando la Grecia fu liberata i miei genitori fecero ritorno a casa. Incontrarono DIAMANDIS e la sua famiglia. Io sono rimasta in Israele fino al 1947. Quando tornai ad Atene diretta in Svizzera dove ho terminato gli studi, vidi Diamandis: sempre felice, generoso, ottimista, amichevole, un uomo splendido. Era presente alla Sinagoga al mio matrimonio con Mico, sono stata felice di vederlo… ce l’abbiamo fatta… come era solito dire. Il coraggioso Diamandis. Ho perso il suo indirizzo dopo la morte di mio padre. Semplicemente non riesco a ritrovarlo. A nome di tutta la mia famiglia devo rendergli onore.
Era un vero Giusto fra le Nazioni!!!!

Per favore aiutatemi a trovare la sua famiglia, se potete!
È vissuto ad Atene nella zona di Patisia, sua moglie si chiamava Anthoula e suo figlio maggiore Stefanos. Ha lavorato per molti anni in qualità di direttore vendite della rinomata ditta TRIA DELTA.

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