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Lezioni di Persiano

Vadim Perelman
Guerra/Drammatico ‧ 2h 7m

Siamo nel 1942, nella Francia occupata dai tedeschi Gilles Crèmier è il figlio di un rabbino di Anversa, desideroso di fuggire in Svizzera per mettersi in salvo dalle deportazioni dei tedeschi.

Il ragazzo non ci riesce e viene deportato con altri ebrei dalle SS in un campo di concentramento in Germania.

Gilles, che parla bene il francese e il tedesco, riesce per miracolo a scampare all'esecuzione immediata da parte dei soldati tedeschi. Lo fa, fingendo di essere persiano, non ebreo, perché aveva con sé un libro in persiano ottenuto da un altro prigioniero in cambio di cibo. Per pura casualità l'Hauptsturmfuhrer Klaus Koch (che organizza il cibo dei soldati e dei prigionieri), cerca urgentemente qualcuno che parli il persiano e questo fatto gli salva, almeno momentaneamente la vita.

Gilles viene portato da Koch e si presenta come Reza Joon. Riesce ad ingannarlo pronunciando le uniche parole che conosce in persiano, ovvero "madre" e "padre". Prima della guerra l’Hauptsturmfuhrer Koch lavorava come cuoco in un grande ristorante e vorrebbe aprirne uno a Teheran al termine del secondo conflitto mondiale. Per questo vuole imparare la lingua il più possibile nei due anni seguenti, nonostante lo stesso Gilles dica di non sapere scrivere il persiano.

Gilles è spaventato, ma forte del suo ingegno e del suo coraggio, inizia a creare una vera e propria lingua, fingendo che si tratti del Farsi. All’uomo vengono richieste 4 termini al giorno, e lui le inventa parola per parola, con regole di grammatica e sintassi. Grazie a questo si crea un rapporto di confidenza con l'ufficiale, destando anche i sospetti degli altri soldati tedeschi. Gilles è molto attento ad ogni sua mossa perché ogni minimo errore potrebbe costargli la vita.

Un giorno il ragazzo per sbaglio usa una parola già utilizzata in precedenza per un altro termine, quindi Koch pensa che lo abbia imbrogliato. Quindi lo fa picchiare brutalmente e lo assegna a lavorare nella cava del campo.

Gilles è visibilmente stremato dal duro lavoro a cui è sottoposto, ma riesce a continuare a mentire. Anche nel delirio che segue il suo collasso fisico sul lavoro, continua a inventare parole in persiano. Koch pertanto gli crede e decide di riprenderlo, arrivando a scusarsi per l'accaduto.

Quando poi i prigionieri devono essere trasferiti in un campo in Polonia, manda il ragazzo per alcuni giorni a lavorare in una fattoria.

Gli Alleati sono sempre più vicini, le SS iniziano ad uccidere i detenuti rimasti nel campo e bruciano tutti i documenti incriminanti per non lasciare traccia degli orrendi crimini commessi. Koch diserta e lascia il campo con Gilles, si separa da lui nella foresta per raggiungere un piccolo aeroporto lì vicino; cerca di fingersi un cittadino belga che cerca di fuggire a Teheran, ma viene scoperto e arrestato dalle autorità quando cerca di parlare nel persiano inventato per anni da Gilles. Quest'ultimo nel frattempo raggiunge a piedi un campo di transito alleato. Risulterà poi essere uno dei pochi prigionieri sopravvissuti del campo e uno dei pochi testimoni dei delitti commessi dai tedeschi. L'uomo si rivela una preziosa testimonianza per gli Alleati: grazie alla sua formidabile memoria e al lavoro all'anagrafe e per Koch, ha memorizzato in totale 2840 nomi dalle liste dei prigionieri per la sua lingua inventata, e così facendo impedisce che quelle persone finiscano dimenticate per sempre.

Il protagonista si ritrova nel compito impossibile di inventare una lingua da zero, dimostrando tutto l’ingegno che da sempre caratterizza l’essere umano, soprattutto quando entra in gioco l’istinto di sopravvivenza. Per questo dalle tante testimonianze della Seconda Guerra Mondiale emergono anche storie di ebrei che, pur di scampare alle torture, alle violenze o alla deportazione, si sono reinventati come persone che non erano o hanno messo in atto abilità che non possedevano. Tutto vale quando si tratta di avere salva la vita. Una di queste storie è quella che Wolfgang Kohlhaase ha riportato nel suo racconto Erfindung einer Sprache – Invenzione di una lingua – e che il regista Vadim Perelman ha poi trasformato magistralmente ne Lezioni di Persiano.

Memorizzare un discorso che non esiste diventa una potente metafora della necessità di preservare la nostra memoria collettiva dell’Olocausto. La prevenzione del male futuro passa soprattutto attraverso il ricordo del male che è stato, perché si possano scrivere finalmente le parole Mai più.

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Shoah e nazismo

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