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Chiamati a libertà. Parole e testimonianze di una vita appassionata

Giovanni Barbareschi
In Dialogo, 2019

La vita appassionata di cui si tratta in questo libro è quella di Giovanni Barbareschi, sacerdote ambrosiano, antifascista, partigiano, “Aquila randagia” membro attivo dell’OSCAR (Opera Soccorso Cattolica di Aiuto ai Ricercati) e collaboratore de Il ribelle giornale della resistenza fondato a Milano da Carlo Bianchi e Teresio Olivelli. Barbareschi è giusto onorato dal 2014 nel giardino milanese del monte Stella, come giusto milanese accanto ai nomi di Fernanda Wittgens, prima donna sovraintendente di una pinacoteca di rilievo internazionale come la Pinacoteca di Brera e Giuseppe Sala (1886-1973), presidente dell’opera di soccorso a perseguitati antifascisti, soldati delle forze alleate ed ebrei promossa dal card. Schuster. Carlo Bianchi sarà onorato nel 2020 nel giardino virtuale dell’Associazione dei giusti di tutto il mondo.

Questo libro raccoglie cinque parti: la PRIMA PARTE propone la testimonianza diretta di Don Giovanni, frutto di un lavoro di sbobinatura, selezione e montaggio ragionato delle numerose interviste rilasciate (e registrate) da Barbareschi negli ultimi 15 anni. E’ il frutto meticoloso del curatore, don Grampa, vicino fino all’ultimo respiro a don Giovanni che vi ricorda la famiglia (che il 18.11.1936 non consegna la fede nuziale richiesta dal regime per l’oro alla patria, l'adolescenza nel periodo fascista, la vocazione, le Aquile Randagie, l'OSCAR, la Resistenza, il rapporto con Don Carlo Gnocchi.


Nella SECONDA e TERZA PARTE sono raccolte diverse testimonianze di persone vicine a Don Giovanni che allargano l'orizzonte ai molti ambiti nei quali ha vissuto il proprio ministero: la scuola, la Federazione Universitari Cattolici Italiana, lo scautismo, la casa alpina di Motta, il sostegno ai preti in difficoltà, l'Istituto per il sostentamento del clero, il tribunale ecclesiastico, la Cattedra dei non credenti, la Scuola della Parola, l'amicizia con il Card. Martini che gli rilascia la sua ultima intervista il 25.7.2012, un mese prima della scomparsa.
 La QUARTA raccoglie delle meditazioni e interventi pubblici dal 1988 al 2005 e la QUINTA PARTE raccoglie le ultime parole di don Giovanni e a lui rivolte per le esequie. 

Ad un anno dalla sua morte il testo assume il carattere di un documento e di una sintesi plurale di una vita vissuta nella fedeltà alla ricerca della verità e della libertà. “La libertà è per me il volto attraverso il quale Dio ha parlato alla mia persona”, questa citazione autobiografica presente a p. 20 è posta in evidenza nel sito delle http://aquilerandagie.it/cal/ e l’innamorarsi della libertà è l’imperativo di una vita esemplare che ha sfidato più volte la morte negli “anni del rischio”, come il suo amico David Maria Turoldo chiamava il periodo della Resistenza. Egli non ha mai chinato la testa ai potenti di turno nei decenni della repubblica italiana. “Ho raggiunto la certezza che il primo atto di fede che l’essere umano deve compiere non è in Dio, ma è nella sua libertà, nella sua capacità di diventare una persona libera. Non si nasce liberi, si diventa liberi. Se si vuole” (p. 19). Con la fede nella libertà, “perché la libertà della persona umana non si può dimostrare”, egli ha esercitato la moralità dell’intelligenza che “sta tutta e solo nel cercare la verità: la verità delle persone, la verità degli avvenimenti, la verità nel mio agire, la verità della mia storia” (p. 151). Con questa responsabile intelligenza in età avanzata ha esercitato la sua memoria civile ed è giunto a formularne una concezione molto cara alla proposta culturale di Gariwo e di Gabriele Nissim; “Quasi tutti gli atti compiuti sono abitudine, tradizione, consuetudine. Ma quali sono stati i momenti creativi nei quali hai fatto qualcosa che è stato solo tuo? Allora capite che cosa significa passare dalla tradizione alla memoria: la memoria è creativa, la tradizione spesso è ripetitiva” (p. 150). 

Questa è la memoria attiva che coltiviamo per scegliere il bene che i Giusti ci indicano come sempre possibile.

Carlo Sala, Commissione didattica di Gariwo

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