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I guardiani dell memoria

Valentina Pisanty
Bompiani, 2020

Negli ultimi vent’anni sono comparse due questioni contrapposte che, prese singolarmente, appaiono evidenti e ampiamente dibattute. Da una parte è evidente una capillarizzazione di attività di commemorazione della Shoah, basate su slogan (“per non dimenticare”, “mai più”) entrati ormai nel nostro linguaggio quotidiano. Basterebbe fare, nel periodo intorno al 27 gennaio, una breve analisi sui trend di ricerca di Google per capire quali sono i termini e le locuzioni che automaticamente identifichiamo con la memoria delle vittime dell’Olocausto e che a loro volta sono state introiettate a partire da un immaginario condiviso di film, musiche, letture, testimonianze.

Dall’altra c’è un aumento sconsiderato di casi di violenza legati all’odio razziale e con costanza emergono nuove teorie che alla base hanno il negazionismo sulla Soluzione finale. Il paradosso, se così può essere definito, è che razzismo e intolleranza stanno aumentando proprio in quei paesi che da tempo hanno vigorosamente implementato politiche legate alla memoria. Si tratta di una coincidenza, di serie storiche prive di correlazione? Oppure c’è qualcosa nel modo in cui perpetuiamo la memoria del genocidio degli ebrei che non funziona? In questo caso, dove abbiamo sbagliato?

Parte da questi interrogativi il saggio di Valentina Pisanty, che mette in discussione la retorica contemporanea sulla memoria così come il ruolo dei guardiani della sua grammatica, garanti di un dogma funzionale agli interessi di chi detiene il soft power e figlia di un processo piuttosto recente, l’“europeizzazione dell’Olocausto”, come l’ha definito Marek Kucia. Un processo che a sua volta ha aderito ai formati dell’industria culturale statunitense, che sull’Olocausto continua a perpetuare un paradigma statico, in cui i punti cardinali sono la sofferenza degli ebrei, la malvagità dei nazisti e la bassa moralità dei collaboratori e di coloro che non intervennero. È evidente che tale schema si adatta perfettamente alla auto-narrazione degli stati coinvolti: per Israele è servito per fissare un altro dogma, quello del sionismo di Ben Gurion; Francia e Italia lo hanno utilizzato per chiamarsi fuori dallo sterminio mentre Gran Bretagna e Stati Uniti per celebrare il proprio ruolo di potenze liberatrici.

In questa volubilità del senso stesso della memoria, emergono quelli che Pisanty definisce i “Guardiani”, coloro che per esperienza diretta o secondaria (figli, nipoti, connazionali) rivendicano il diritto/dovere di parlare a nome delle vittime e di stabilire chi ha la facoltà di invocare la memoria. Un caso su tutti, la visita di Yasser Arafat a Washington nel 1998, quando al leader dell’OLP venne negato l’accesso al memoriale dell’Olocausto mentre, solo cinque anni prima, questa possibilità era stata concessa durante il giorno dell’inaugurazione del museo, in piena guerra balcanica, al leader croato Franjo Tudjman.

Per Pisanty c’è un problema evidente: il culto della memoria carica sulle spalle dei testimoni, e di chi ne fa le veci, uno sproporzionato investimento simbolico. A rimetterci sono l’indagine storiografica, il rigore degli studiosi e la loro stessa autorevolezza, che diventa secondaria rispetto all’emotività della testimonianza, anche se indiretta, di chi è depositario del trauma.

Con il decadimento del metodo scientifico-argomentativo e l’obbligo di fiducia nella ricostruzione “inconfutabile” del guardiano della memoria (testimone o post-testimone), e il cui ruolo ha subito un processo di sacralizzazione, si creano sacche di teorie complottiste e negazioniste che mettono in dubbio la veridicità della testimonianza

Sono animate da individui che dubitano a prescindere, che arrivano a mettere in discussione l’evidente e contro i quali, tuttavia, spesso non si hanno le dovute armi argomentative. La lettura di "I Giuardiani della memoria" è scomoda, quasi fastidiosa, perché va a mettere in discussione quelle pratiche emotive codificate che attiviamo ogni qual volta dobbiamo indignarci verso il male. Del resto sono le stesse pratiche verso cui, probabilmente, molti degli antisemiti nati in questo contesto di politiche della memoria hanno perso da tempo ogni sensibilità.

Servirebbe una maggiore educazione all’analisi storiografica, che vada oltre slogan statici e che fornisca le competenze per saper comparare le situazioni di ieri con quelle di oggi. Aggiungiamo noi che parallelamente, e sempre sotto l'egida dell'analisi storiografica, andrebbe fatto un ampio lavoro di diffusione delle gesta esemplari di coraggio e di dissenso (quelle dei Giusti, per intenderci). Forse questo potrebbe contribuire a rallentare l’assuefazione dell’opinione pubblica verso i gesti ipocriti di quei leader “in odore di xenofobia” che “si sottopongono a una sorta di lavacro lustrale” recandosi allo Yad Vashem o nelle altre località del trauma.

Pur riconoscendo l’unicità della Shoah e la tendenza contemporanea a utilizzare impropriamente il termine genocidio, è innegabile che la promozione di questo tipo di memoria “by any means necessary” porta a una contraddizione latente, sottile quanto pericolosa: fare leva su un principio di autorità incontestabile e sminuire o ignorare gli altri genocidi, non esporsi per le negazioni dei diritti umani di oggi fa sì che lo stesso principio di autorità venga brandito dagli stessi che pronunciano ai propri elettori slogan come America first, Italia agli italiani e così via. La memoria olocaustica, quindi, sta mutando “in paradigma vittimario con cui chiunque può farsi scudo mentre avanza a spallate a spese delle vittime vere”.

Per quanto riguarda i negazionisti, è importante capire quando e come sono tornati a farsi largo nei media (prima che, attraverso i social network, le loro idee avessero addirittura libero accesso). Probabilmente questo passaggio è avvenuto in un momento in cui i mostri sacri della memoria erano troppo impegnati a contendersi il primato della rappresentanza e le storie dei campi di concentramento iniziavano a essere utilizzate cospicuamente dallo show business. Nel frattempo, caduta l’influenza dell’ex Unione Sovietica, dai paesi dell’est Europa sono arrivati nuovi aggiustamenti a questi paradigmi e una moltiplicazioni di memorie locali. Corto circuiti in cui, ad esempio, il collaborazionista ucraino Stepan Bandera è considerato eroe nazionale e viene celebrato con una giornata commemorativa e la memoria di altre tragedie (come l’Holodomor) viene utilizzata non in maniera costruttiva ma come difesa strumentale per minimizzare la propria responsabilità nell’Olocausto. “Siamo passati a un altro tipo di appropriazione”, scrive Pisanty. “Lo sfruttamento dell’Olocausto come forma narrativa vuota nella quale chiunque – persino gli antisemiti – si può insediare per rappresentarsi nel ruolo di vittima”.

Sicuramente una memoria “ortodossa” così stanca, retorica, alimentata da nuovi film sul nazismo tutti uguali e di dubbia qualità cinematografica, perde di vista quelli che dovrebbero essere i principali destinatari: i giovani. Sin da piccoli, gli studenti vengono introdotti a un “mai più” ormai svuotato di ogni significato. Ecco che allora diventano affascinanti quelle aree di mezzo tra la narrazione autorizzata dai Guardiani della memoria e il negazionismo “puro”: sono le regioni del politicamente scorretto, del black humor, della difesa della libertà d’espressione sempre e comunque. È qui che si forma un nuovo razzismo, che attecchisce non solo nei bacini tradizionali della destra estrema, ma anche presso segmenti sparsi della popolazione spoliticizzata. A maggior ragione, la narrazione dell’Olocausto appare statica verso i nuovi consumatori di prodotti culturali, che su Netflix e sulle altre piattaforme guardano saghe in cui non ci sono vittime e carnefici ma “rough heroes” a tutto tondo e moralmente ambigui, non polarizzati, appartenenti a mondi spietati e improntati al darwinismo sociale in cui vale la regola del “win or die”. Cosa succede se l’Olocausto viene inquadrato in questa trama narrativa? Che i sopravvissuti diventano eroi e le loro storie vengono propagate nei manualetti per il self help. Una vera e propria storpiatura del messaggio dei testimoni. Quando a Liliana Segre chiedono come è riuscita a sopravvivere, la Senatrice a vita risponde “per caso”. Non c’è nulla di eroico nella sopravvivenza e questa esaltazione dell’eroe in quanto sopravvissuto è incompatibile con i valori dell’antirazzismo e della giustizia sociale, che i nuovi xenofobi definiscono “buonismo”.

Insomma, la memoria non gode di buona salute. I segnali elencati da Pisanty sono tanti e preoccupanti e vanno colti il prima possibile. Come ha scritto Anna Foa nel dibattito sulla memoria ospitato da Gariwo, “dobbiamo evitare di metterci sulla difensiva. Non dobbiamo costruire muri, e in questo frangente è semmai più necessario far nascere ponti. Dobbiamo rinnovarci continuamente, evitare di difendere il passato, ma elaborarlo per trarne insegnamenti e guide”.

In quest’ottica Pisanty mette in discussione un altro dogma: quello della punizione come arma della memoria, che troppo spesso concede ai negazionisti di appropriarsi del ruolo immeritato di eretici oppressi. In conclusione, “siamo sicuri che la lotta al razzismo sia l’obiettivo primario” di chi promuove le politiche della memoria e in particolare le sue leggi punitive? Un nuovo modo di fare memoria che parli alle coscienze dei giovani e contribuisca a contrastare i problemi dell’oggi non può non partire da questi dubbi.

Joshua Evangelista

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