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Olivier Mongin: “Il macronismo non esiste”

Il Presidente Francese visto da un caporedattore della rivista "Esprit"

Emmanuel Macron

Emmanuel Macron Getty Images

La rivista Esprit è un motore importante della vita culturale francese, e da oggi anche di quella politica. Infatti, il neoeletto Presidente Emmanuel Macron vi ha lavorato per dieci anni, fino proprio al momento di correre per l'Eliseo, e qui ha sviluppato il proprio pensiero sulla democrazia nell'era della globalizzazione. Proponiamo questa intervista tratta da Le Monde -Idées a uno dei caporedattori di Esprit per offrire una visione approfondita del fenomeno Macron.

Olivier Mongin, direttore editoriale della rivista Esprit, aveva convinto Emmanuel Macron a entrare nella redazione alla fine degli anni 2000. Intervista.

Le Monde Idées, 26 maggio 2017

Attuale direttore editoriale della rivista Esprit e suo ex caporedattore (1988-2012) quando vi collaborava Emmanuel Macron, Olivier Mongin ha pubblicato da allora opere su Paul Ricoeur, di cui è stato anche l'editore (è anche membro del comitato editoriale responsabile di difendere l'opera del filosofo protestante). Esprimendosi a titolo personale, egli affronta qui le sfide intellettuali e politiche alle quali deve far fronte il nuovo Presidente.

Qual è stata la natura del rapporto di Emmanuel Macron con Paul Ricoeur e in quale misura esso è stato determinante per il suo pensiero politico?

I fatti sono ormai stabiliti e non prestano più il fianco a equivoci: Paul Ricoeur, alla ricerca di un assistente editoriale, alla fine degli anni 1990 incontra Emmanuel Macron, che studia Filosofia a Nanterre prima di entrare a Sciences Po.

Assistente editoriale significa che egli verificherà testi e note, ma anche che discuterà degli argomenti che percorrono La Mémoire, l'histoire, l'oubli, un libro molto importante e difficile di Ricoeur. Lo testimoniano gli archivi del Fondo Ricoeur, che conservano delle note scritte da Macron. Ben inteso, quest'ultimo non ha mai preteso di essere stato l'assistente universitario di Paul Ricoeur, come hanno fatto credere le malelingue – una tesi che è ripresa dalla giornalista Anne Fulda in Emmanuel Macron. Un jeune homme si parfait (Macron – un giovane tanto perfetto; Plon, 288 pagine, 15,90 euro).

Da questo rapporto di lavoro divenuto un'amicizia, si deve concludere frettolosamente che Emmanuel Macron è un discepolo di Paul Ricoeur, vale a dire un “ricoeuriano”? Ciò non vuol dire molto, perché il pensiero di Ricoeur, che lui stesso qualifica di “aporetico”, si basa su registri diversi (fenomenologia, ermeneutica, ontologia).

Quindi, Macron non ha mai cercato di strumentalizzare Ricoeur, né nella sua campagna, né in precedenza; egli ha ricordato un'amicizia intellettuale. Se alcuni temi riecheggiano senza tregua (l'identità narrativa, l'evento, la capacità...), è inutile e ridicolo fare di Ricoeur un macroniano o di Macron un ricoeuriano.

Tuttavia, per il fatto di averne parlato con lui, penso che al di là del lavoro sul libro, ci sia stato un vero incontro tra il vecchio saggio e il giovane filosofo, che a quel tempo si interessa a Hegel e Marx, e che questo incontro rinvii a uno stile di pensiero che è innanzi tutto di natura politica. Emmanuel Macron evoca frequentemente, senza cadere nello stile aneddotico, Paul Ricoeur e la propria nonna come le persone che hanno contato di più nella sua vita. Chi ha conosciuto Ricoeur lo capirà!

Si tratta di un'amicizia politica?

Occorre ancora precisare che cosa significa un'amicizia politica. Prima di tutto, il giovane Macron apprende con Ricoeur ad analizzare i concetti e a prendersi il tempo per argomentare (il che ha sedotto coloro, a cominciare da Richard Ferrand, che hanno assistito alle sessioni parlamentari dove Macron difendeva la legge che porta il suo nome).

E non è un caso se Ricoeur, che ha a lungo insegnato negli Stati Uniti, ha valorizzato il pensiero analitico, quello che si prende il tempo di soppesare le parole e le frasi, sempre lamentandosi tuttavia dell'incapacità di argomentare in maniera pacifica in Francia, lui al quale gli studenti, a Nanterre nel 1968, avevano calato sulla testa un bidone della spazzatura...

Coloro che irridevano i soliloqui di Macron durante gli incontri o dibattiti televisivi, avranno ormai compreso che la sua capacità di resistere, nell’ultimo dibattito, al fuoco di fila di Marine Le Pen non è nata ieri. La padronanza del linguaggio, che è ben diversa dalla retorica demagogica, nasce da un’educazione.

Ecco perché il punto importante da cogliere è che per Paul Ricoeur l’intellettuale e il filosofo sono “educatori politici” – si veda la raccolta delle interviste politiche Philosophie, Ethique et Politique (Seuil, 232 pagine, 21 euro). Un “educatore politico” è una persona che riflette sulla contemporaneità, si inquieta circa l’uso della lingua e domanda al politico di far rispettare questa lingua in vista di uno scambio democratico e di imparare a non farsi rinchiudere nello schema amico-nemico.

Con Ricoeur, il giovane Macron si trova in presenza di un pensatore che, come lui, ha il desiderio di azione politica e di partecipazione alla vita politica (Du texte à l’action è il titolo di un’opera di Paul Ricoeur) e che accorda una primazia alla politica e all’impegno nella polis.

Da questo legame manifesto, io ritengo che Emmanuel Macron non sia certamente l’apostolo di una filosofia coerente o di non so quali dogmi, e che egli trovi con Paul Ricoeur la conferma di ciò che tutte le persone a lui vicine raccontano, e cioè del suo profondo desiderio di entrare in politica a partire da quel periodo, una cosa, questa, che i notabili del Partito Socialista non hanno compreso quando gli hanno negato l’opportunità di presentarsi a un’elezione. Il desiderio di fare politica, di essere un attore politico a tempo pieno, non è nato improvvisamente, ma era già profondamente ancorato in lui già da allora.

Come ha conosciuto Emmanuel Macron?

È stato nel corso di un compleanno, in cui Paul Ricoeur riuniva i suoi amici a Chatenay – Malabry (Haute de Seine), che ho incontrato per la prima volta Emmanuel Macron. Ciò non ha nulla di sorprendente, perché la generazione di Esprit, che è anche la mia, era molto vicina all’autore di Soi-meme comme un autre. I legami amicali e intellettuali si sono stretti del tutto naturalmente, mentre egli proseguiva i suoi studi (Scienze Politiche, ENA), e io gli ho proposto, assieme a Marc-Olivier Padis, allora caporedattore, di entrare nella redazione a fine anni 2000.

In tale contesto, in cui Macron è membro della redazione di Esprit dal gennaio 2009 a gennaio 2017, egli pubblica sei articoli (sulla “riforma dello Stato”, su “memoria, storia, oblio”, su “la riforma dell’università” etc..), ma soprattutto propone di dar vita a un gruppo di lavoro. È molto presente, collaborativo, conviviale ed efficace, e non cerca di imporre agli altri null’altro che non sia una riflessione politica, concentrandosi piuttosto sullo Stato (aall’epoca desiderava creare un dossier su una riforma dell’ENA, quando vi era ancora studente).

Certo, il pensiero politico in quel momento ha la meglio sulla Filosofia, e ciò si può comprendere nella misura in cui la rivista partecipa – com’è il suo ruolo da sempre – anche alla formazione di lungo periodo di coloro che si preparano all’azione politica (il che non vuol dire al concorso dell’ENA). Il seguito è noto: il Consiglio di Stato, l’incontro con Jean-Pierre Jouyet, la commissione Attali, la banca... E tuttavia si vede come sia ridicola l’idea che è stata avanzata che si abbia a che fare con un banchiere ex filosofo caduto improvvisamente nel calderone della politica. Il banchiere ha sempre accordato la primazia al politico, ciò che coloro che volevano metterlo ko non hanno voluto vedere.

Per il resto, non è un segreto che egli è azionista di Esprit e membro del suo Consiglio d’Amministrazione. All’epoca, gli ho domandato di aiutarci a gestire il bilancio della rivista che è una SAS, una società di capitali indipendente (senza né casa editrice, né mecenati alle spalle, a differenza di Le Débat o della Revue des deux mondes), che ha degli azionisti, i quali non hanno mai ricevuto un soldo dalle loro azioni.

Emmanuel Macron è sempre azionista di Esprit ma ha lasciato di comune accordo il consiglio d’amministrazione un po’ prima di essere nominato Ministro dell’Economia, e il comitato di redazione dopo la creazione del movimento En marche!, giusto per fugare ogni equivoco.

Emmanuel Macron è un erede o un continuatore del personalismo di Emmanuel Mounier, il fondatore della rivista Esprit?

Sul piano delle idee, il rapporto con la rivista Esprit è come quello con Ricoeur. Macron riconosce i suoi debiti intellettuali e le sue amicizie, ma ama troppo la propria libertà. Macron, che non ha mai chiesto a Esprit di sostenerlo nelle sue scelte personali, non si è mai richiamato alla mia conoscenza del personalismo, e fa riferimento più spesso a Bernanos o a Camus che a Emmanuel Mounier.

La rivista Esprit, nata nel 1932, negli anni ’70 aveva preso le distanze dal personalismo, la dottrina del suo fondatore.

Macron si accorderebbe al meglio con un articolo di Paul Ricoeur dal titolo molto chiaro: “Morto il personalismo… viva la persona”, che mette avanti il soggetto responsabile di fronte alle istituzioni e contro tutti i determinismi.

In questo contesto, la rivista Esprit non deve rinnegare la sua storia e le sue amicizie, ma contemporaneamente deve riaffermare la propria indipendenza e il pluralismo, che non consiste nel fatto di allineare tra loro dei punti di vista sul nuovo potere, ma a disegnare il quadro che permette la coesistenza e la conflittualità.

È un erede della “seconda sinistra”?

Non bisogna domandare a colui che è un amico intimo di Michel Rocard e Henry Hermand (il finanziere della seconda sinistra, scomparso nel novembre 2016, che ha giocato un ruolo decisivo nel lancio di En marche!), di aver partecipato alle lotte di questa corrente antitotalitaria nell’Europa dell’Est.

Nel 1989, data della caduta del muro di Berlino, Emmanuel Macron aveva 11 anni! Come si può domandargli di aver conosciuto i Michnik, Patocka, Geremek, l’Associazione Jan Hus e via dicendo…

Dany Cohn-Bendit sarà ormai il trait-d’union tra queste esperienze storiche dove ci si impegnava spesso contro la sinistra progressista più cieca! Su un piano riflessivo, i nomi di Claude Lefort, Cornelius Castoriadis, Pierre Rosanvallon e Pierre Hassner non sono, intendiamoci, degli sconosciuti per lui, ma ciò non gli fa perdere di vista l’esigenza pressante di difendere la democrazia.

Abbiamo l’occasione di soffermarci su due punti che sono interdipendenti fra loro sulla conflittualità e la politica. Prima di tutto, la volontà di riunirsi intorno a En Marche! riveste una portata storica nel Paese, ma non deve far dimenticare che lo stesso spirito della democrazia non nasce dal solo registro consensuale, ma esige anche di disporre di regole consensualmente accettate per poter gestire i disaccordi e assumerli pacificamente (Ricoeur a tal proposito parla di “consenso conflittuale”).

E ciò non è privo di legami, come mostra il secondo punto, con l’interessamento precoce di Macron oer Machiavelli, al quale ha dedicato un saggio di Filosofia: si può leggere Il Principe come un libro che mette l’accento sulle decisioni, ma anche come un testo che sottolinea la necessità, come ha invitato a fare Claude Leforte in un libro fondamentale, di rendere possibile (in un universo che è ancora democratico) la divisione dello Stato e della società civile e la divisione all’interno della società civile.

La forza del raggruppamento politico desiderato sarà di rendere possibili conflitti e disaccordi inediti e non di insabbiarli, se sono legittimi. Consenso e dissenso viaggiano di pari passo…

Non è stata posta un'enfasi eccessiva sulla “filosofia”di Macron, a detrimento della sua dottrina economica, addirittura del suo economicismo, senza parlare delle sue influenze letterarie e teatrali?

A forza di evocare la filosofia e il pensiero politico, il rischio è di far passare sotto silenzio l’interessamento manifesto di Emmanuel Macron alla letteratura, lui che da adolescente ha scritto alcuni romanzi non pubblicati. L’abbiamo sentito durante la campagna elettorale, la lettura dei grandi scrittori ha avuto un ruolo essenziale nel suo percorso, a cominciare da Bernanos, ma anche per quanto riguarda i “mediterranei” Char, Giono e Camus.

La politica passata al filtro della filosofia e dell’economia è essa stessa un locus letterario, il che non fa di lui un lettore di Chardonne, come Mitterrand, ma un amico di Erik Orsenna, la cui carriera era iniziata con Mitterrand all’Eliseo.

La nomina di Françoise Nyssen al Ministero della Cultura è una bella sorpresa che conferma questo tropismo solare per gli scrittori del sud. Ma il sole di Tripasa va di pari passo con l’assurdo, in Camus, e l’entusiasmo di Macron non deve fare dimenticare il tragico contemporaneo che occupa un posto importantissimo nei cataloghi di Actes Sud.

Si può già definire il macronismo. Qual è secondo lei la sua dottrina politica?

Chi è Emmanuel Macron per le male lingue, per coloro che non hanno smesso di prenderlo in giro nei circoli intellettuali?... e non mi riferisco qui che ai paranoici incontrollabili che sono divenuti gli Onfray e i Todd, che rappresentano, sembrerebbe, la vita intellettuale.

Un liberale duro e puro vuole eliminare i diritti acquisiti della socialdemocrazia alla francese? Sul piano della dottrina, il macronismo non esiste, si può osservare che Emmanuel Macron si definisce come doppiamente liberale (sia in campo politico che in economia), che non sostiene un ordine gerarchico tra uguaglianza e libertà e che mette l’accento sulla società civile (la democrazia di movimento deve succedere alla democrazia di partito). Ma, molto più delle persone provenienti dalla seconda sinistra come me, egli accorda un ruolo molto importante allo Stato e al potere pubblico (da qui vengono le sue proposte sulla democrazia sociale e sul patriottismo).

Se non si è sbagliato sulla diagnostica politica creando il proprio movimento un anno fa, bisogna che dimostri il più rapidamente possibile di saper dare delle risposte alla sua constatazione di una socialdemocrazia francese in preda a trappole e blocchi, e che inventi altre procedure democratiche in questi tempi di populismo al doppio livello francese ed europeo.

Per questa ragione non deve cedere al discorso dell’adattamento alla mondializzazione felice, e deve presentare una visione politica del mondo (e dunque non solamente economica) inscritta nella storia presente.

Dalla nomina a Matignon di Edouard Philippe alla volontà di ricorrere ai decreti per modificare il codice del diritto del lavoro, che cosa pensa dei primi passi di Emmanuel Macron?

La volontà di ricorrere ai decreti non può niente contro l’Assemblea Nazionale, perché è questa che deve dare il proprio avallo. È il paradosso del binomio Macron-Philippe: non essere vittime dell’urgenza, ma al contempo essendo determinati ad avanzare velocemente per assicurare al più presto degli sblocchi e rassicurare l’opinione pubblica.

Con Edouard Philippe, Emmanuel Macron affronta la sfida di una doppia temporalità, quella della Presidenza e quella di un governo che non sia permanentemente coinvolto in una guerra tra esecutivo e legislativo. Questa doppia temporalità è una maniera di non lasciarsi asfissiare dal solo gioco dei partiti, ma anche dall’”urgentismo politico” continuo ed esacerbato dalla stampa.

Sarà possibile? L’ex sindaco di Le Havre ha le carte in regola di un politico che conosce la globalizzazione attraverso il traffico marittimo e il trasporto dei container. E forse potrebbe rilanciare il progetto di una metropoli marittima che riunisca Le Havre, Rouen e Caen, indissociabile dalla Grande Parigi.

Il suo pensiero sull’individualismo nell’era della globalizzazione le sembra una risorsa utile per la sua azione oppure il suo ottimismo mondialista è un handicap?

Macron è proiettato nella nostra storia in un modo in atteso, ha dato torto a tutti coloro che non gli hanno creduto neanche per un istante, che lo credevano troppo giovane, privo di un retroterra adeguato, di esperienza, di progetti.

Ma è all’origine, il che non si poteva prevedere un anno fa, di un avvenimento storico che turba e rappresenta un momento di rottura, che piaccia o no.

Per me, la prima cosa che ci si può attendere a buon diritto da questo giovane Presidente è che rappresenti e faccia comprendere in linguaggio politico ciò che è la globalizzazione presente, intesa non come qualcosa che ci sfugge, ma come un’esperienza storica (che va di pari passo con il registro della nazione e dell’Europa) sulla quale noi dobbiamo avere in qualche modo una presa.

Ciò che non rinvia a un universo senza ineguaglianze e a un mondo senza tragico, e prolifera, occorre conferirgli una dimensione politica che sfugga alle due griglie di lettura sempre avanzate, quella che si polarizza sull’economico e quella che attribuisce sacralità all’identitario.

È dunque proprio prima di tutto il suo agire politico a essere in questione, le azioni politiche che condurrà nel quadro europeo, di fronte ai tedeschi e con loro, che saranno decisivi. L’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis ha ricordato la posizione non ortodossa di Macron sul debito greco, ma riconciliare il filosofo Jürgen Habermas (che ha reso pubblico il suo supporto a Emmanuel Macron) e Angela Merkel non sarà un compito di tutto riposo.

O l’Europa reagirà, per mezzo di decisioni politiche deliberate, e scriverà il nuovo capitolo di una storia che prenda atto di un tempo globalizzato, oppure continuerà a prendersela con il complotto della globalizzazione contro la Francia.

Nato dalla generazione post-storica e di “post-verità” (Emmanuel Macron ha crudelmente fatto le spese delle fake news e dei pirataggi della blogosfera fascista durante la campagna), l’entourage di Macron dovrà riallacciare i rapporti con una rappresentazione storica della vita politica, se non vorrà correre il rischio di atterrare su un altro pianeta. Il che significa: non cedere all’economicismo (che ha per suo doppio “l’identitarismo”) e non lasciare troppo credere che ci siano società aperte radicalmente opposte alle società chiuse.

In effetti, al giorno d’oggi le società si chiudono in ragione di aperture che sono viste come insopportabili. Non ci sono l’aperto e il chiuso, il mondo della globalizzazione e l’Esagono [nome della Francia derivato dalla sua forma, NdT], ma c’è una storia da reinventare in un tempo di post-storia. L’assistente di Paul Ricoeur non ha dimenticato le discussioni della redazione relative a La Mémoire, l’histoire, l’oubli

Per finire, perché non citare (a memoria) il finale di Philosophie de l’histoire de France, di Edgard Quinet, uno dei nostri grandi storici del XIX secolo: “La Francia, è come il Rodano che si perde (nelle foci del Rodano fuori Ginevra), si perde ma riapparirà sempre”.

A Emmanuel Macron spetta il compito di tirarci fuori dalla prostrazione sul presente e di proiettarci in avanti. Noi abbiamo appena vissuto un avvenimento, bisogna convertirlo politicamente. Bisogna riallacciare le fila con una storia che non sia la ripetizione dello stesso romanzo nazionale, né una sua diluizione, ma una ripresa permanente nel rispetto delle fondamenta multiple.

Se il deficit politico del Paese è saltato agli occhi negli anni passati, il deficit intellettuale è ugualmente una constatazione per nulla piacevole da fare. Agli intellettuali critici (non è un privilegio di nessuno) spetterà il compito di non gettare in caricatura ciò che può avvenire e sorgere, per meglio riuscire a mettere di nuovo in carreggiata il corso di una storia bloccata.

Nicolas Truong, tradotto da Carolina Figini

15 giugno 2017

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