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Roberto Anderson 1900 - 1938

Il comunista romantico, proveniente dall’alta borghesia romana, emigrato in Urss per costruire il socialismo e fucilato da Stalin nel 1938

Testimonianza dei pronipoti Attilio Tonolo e Clotilde Leonetti – Roma, 11 novembre 2005

Roberto Anderson nasce a Roma il 18 aprile 1900. Ultimo di nove figli, appartiene a una illustre famiglia dell’alta borghesia romana, titolare di una ditta conosciuta a livello internazionale di Edizioni d’Arte Fotografica. Roberto vive agiatamente e mostra una certa inclinazione per le scienze matematiche, che lo spingono a iscriversi all’Università al biennio di Ingegneria, pur non disdegnando di dare una mano nella Ditta dove lavorano anche gli altri fratelli e la stessa madre Clotilde.
In quel periodo di grandi rivolgimenti politici ed economici il giovane studente universitario, nel pieno della propria formazione, respira «a pieni polmoni» quest’aria di cambiamento e matura l’idea di lasciare Roma per Torino, centro focale delle lotte operaie, animato dal desiderio di partecipare personalmente al «nuovo corso» politico. Non è escluso che abbiano contribuito a questa decisione i diverbi sorti con la famiglia, soprattutto con il padre, accompagnati da un forte spirito d’avventura.

Il 6 gennaio 1921 Roberto si iscrive al Politecnico di Torino in Ingegneria industriale meccanica, dopo aver superato con buoni voti il biennio universitario romano. Non esiste nessun tipo di corrispondenza con la famiglia in questi anni torinesi, il che fa supporre frequenti ritorni a Roma a trovare i genitori.
Intorno al 1922 conosce Lia, una giovane rumena di religione ebraica, nata in Bessarabia nel 1897 e fuggita in Italia perché coinvolta in attività sovversive, a studiare medicina a Torino. I due giovani abitano nello stesso stabile e iniziano a frequentarsi scoprendo di avere in comune gli stessi ideali, che li spingeranno a partecipare alle assemblee studentesche ed alle riunioni politiche frequenti in quegli anni; in un primo tempo Roberto frequenta, solo come simpatizzante, la sezione socialista di Via Perosa, per poi aderire al Partito comunista e diventare segretario della cellula torinese nel 1924. Ma i due giovani stanno già pensando di trasferirsi in Russia subito dopo la laurea di Roberto, che rivendica con orgoglio la decisione:
«… avevo un gran desiderio di recarmi in Urss, tanto più che in Urss mia moglie aveva dei parenti e lei insisteva per andare in Unione Sovietica. Chiesi l’autorizzazione all’espatrio, inoltrando la relativa richiesta al CC del Partito comunista d’Italia, a cui ero iscritto dal 1923. (…) Allora mi rivolsi alla rappresentanza commerciale o diplomatica sovietica per ottenere il visto d’ingresso in Urss per me e per mia moglie, che era suddita rumena. Dopo circa tre settimane ottenni il visto e dopo alcuni giorni mi imbarcai» (dal verbale del primo interrogatorio dopo l'arresto, 20 agosto 1937)

Nel dicembre del 1924 i due innamorati sbarcano a Odessa dopo un lungo viaggio sul vapore «Trieste». Si trasferiscono a Mosca e in seguito a Stalino, nel bacino del Donec, zona immensamente ricca di miniere dove vivono il fratello e la sorella di Lia e dove Roberto ha trovato lavoro come responsabile del reparto energetico di un grande stabilimento siderurgico (13.000 operai) e come direttore della centrale elettrica della miniera di Rykov. Nella lettera che scrive ai genitori il 15 marzo 1925 finalmente Roberto accenna al suo rapporto con Lia, iniziato da circa tre anni, con la quale è giunto in Russia. Parla inoltre delle nuove concezioni dei rapporti familiari, con il rifiuto del matrimonio e la conseguente semplice convivenza.
La giovane coppia, piena di entusiasmo, si adatta abbastanza bene alla vita dura di Stalino, dove nasce nel 1926 la prima figlia Paola, a cui seguirà nel 1929 Pavel (Paolo). Tra il 1927 ed il 1932 Roberto avrà diversi ed importanti incarichi di lavoro in industrie elettriche di una certa rilevanza, sia a Stalino che a Bezika e a Kercth.
Anderson nel 1926 si registra comunque a Mosca presso il Consolato Britannico (aveva mantenuto il passaporto inglese della famiglia per poter emigrare più facilmente in Urss) e nello stesso anno si iscrive al Partito comunista bolscevico. Nella capitale trova lavoro come Ingegnere Capo nella fabbrica di cuscinetti a sfera Kaganovic, dove sono collocati una trentina di italiani. Abiterà con la famiglia fino al 1937 presso la «Casa Amministrativa Popolare L.M. Kaganovic», residenza della fabbrica.
Nel gennaio del 1937 Roberto diventa cittadino sovietico, rinunciando sia al passaporto inglese, sia ad ogni ulteriore possibilità di contatto con la famiglia d’origine in Italia.

L’inizio del Grande Terrore è fissato convenzionalmente al 3 marzo 1937, in coincidenza con il discorso di Stalin al Plenum del Comitato centrale del Partito. Tra il 1937 ed il 1938 vengono arrestati 204 italiani, 45 dei quali fucilati nel ’37 e 51 nel ’38, grazie alla solerte attività dei loro compagni di partito, responsabili di una delle più spietate cacce all’uomo.
Una circolare dell’Nkvd del 9 agosto 1937 dirama la direttiva contro gli stranieri residenti in Urss, accusati in massa di attività di spionaggio: il 20 agosto Roberto Anderson è arrestato in base all’art. 58.7 del Codice penale per «partecipazione ad una organizzazione controrivoluzionaria terroristica di spionaggio e sabotaggio dei trockisti di destra», con ordine di perquisizione nella sua residenza.
Dopo il suo arresto non viene più interrogato dall’Nkvd fino al 26 marzo 1938, quando viene sottoposto a un nuovo interrogatorio, durante il quale si riconosce colpevole di spionaggio e dichiara «di essere stato reclutato per il lavoro spionistico dall’agente dello spionaggio italiano Missuri». Nei successivi interrogatori del 13 e 22 maggio non dichiara più nulla. Il 25 giugno 1938 (quasi un anno dopo il suo arresto) l’Nkvd emette i capi d’imputazione per spionaggio e sabotaggio, in base ai quali è processato dal Collegio Militare della Corte Suprema dell’Urss. Il 27 settembre 1938 in nome dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, in soli 15 minuti Roberto Anderson Domenicovic è condannato alla pena capitale della fucilazione con confisca di tutti i beni di sua proprietà essendo stato riconosciuto colpevole di aver commesso i reati previsti dagli artt. 58-6 (organizzazione antisovietica); 58-7 (danno arrecato all’industria); 58-8 (intenzione terroristica) e 58-11 (attività di spionaggio) del Codice Penale della Rsfsr.
Fucilato alla Kommunarka il giorno stesso. Riabilitato il 5 novembre 1955.

Dai verbali del processo e del Comitato Politico della Fabbrica Kaganovich, ritrovati da Elena Dundovich e Francesca Gori, emergono due cose:
- il comportamento cristallino di Roberto Anderson, che durante i vari interrogatori non ha denunciato o coinvolto nessuno e prima della lettura della sentenza ha ritrattato tutte le deposizioni precedenti, estorte quasi sicuramente con la violenza;
- la delazione operata dal Vice di Roberto al Reparto Energetico della Frabbrica Kaganovich - tale Silkin - che dopo averlo denunciato ne prende il posto in seguito al suo arresto.


«Carissimi, noi stiamo tutti bene! non vi impensierite del lungo silenzio. Il molto lavoro e un po’ di pigrizia sono la causa di questo. I bambini sono in villeggiatura nei dintorni di Mosca, stanno benissimo e vi salutano. Cosa c’é di nuovo per la questione di Enrico? Fatemi sapere vostre notizie. Baci affettuosi dal vostro Roberto. Saluti da Lia» (Mosca, 29 luglio 1937).

Questa è l’ultima lettera che Anderson scrive ai suoi genitori.
Dalla data di questa lettera passeranno venti lunghi anni di silenzio prima che la famiglia riceva nuovamente qualche notizia dalla Russia. Infatti è solo nel luglio del 1957 che l’unica lettera della figlia Paola ai nonni, arrivata fortunosamente in Italia nell’autunno dello stesso anno, squarcerà quel buio che tanti terribili interrogativi aveva posto ai genitori di Roberto, morti nel dolore e nell’angoscia di non aver saputo più nulla del proprio figlio. In quella lettera, scritta in francese, Paola tranquillizzava i nonni dicendo che, nonostante i tragici avvenimenti che li avevano colpiti, stavano tutti bene; nel testo non c’é però alcun riferimento al padre.

«Miei cari nonno e nonna! Finalmente, dopo tanti anni, vi posso scrivere. Non sono tanto sicura, che dopo tanti anni di terribile guerra, tutto sia tornato come prima. Ricordo solamente il vostro indirizzo. Può essere che la mia memoria mi inganni, ma spero che questa lettera vi arriverà. Nel frattempo sono cresciuta. Abbiamo avuto durante questi anni molte disgrazie ma ora tutto è passato. Vorrei ricevere da voi buone notizie e allora vi scriverò una lunga lettera» (Mosca, 31 luglio 1957).

Solo recentemente abbiamo saputo che questa lettera riuscì a giungere in Italia perché Paola la poté affidare a degli italiani, presenti in quei giorni a Mosca in occasione del Festival della Gioventù, che le promisero di spedirla all’indirizzo dei nonni non appena giunti in Italia e che il lungo silenzio di tutti quegli anni era dovuto alla prudenza di Lia, la quale, dopo l’arresto del marito, aveva ritenuto più opportuno interrompere ogni tipo di corrispondenza con la famiglia di Roberto, per evidenti motivi di sicurezza. La famiglia Anderson scrisse poi più volte all’indirizzo riportato sulla lettera di Paola, ma non ebbe mai risposta.
Nel libro di Giancarlo Lehner La tragedia dei comunisti italiani. Le vittime del Pci in Unione Sovietica, Mondadori, Milano, 2000, risulta che: «Roberto Anderson …… riposa nella fossa comune di Butovo».
Finalmente negli ultimi anni, grazie alle nostre ricerche, ma soprattutto dell’On. Gustavo Selva e dell’Ambasciatore a Mosca Gianfranco Facco Bonetti, sono stati ritrovati Pavel Anderson, figlio di Roberto, con le due figlie Olga e Vera e Segej Svetlov, figlio di Paola Anderson, morta nel 1979.

Siamo in attesa, ora che questo mistero è stato dissolto, di ricordare con una Lapide a Mosca la figura di Roberto Anderson, insieme a quella di tanti altri sventurati.

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Storie di vittime italiane

del totalitarismo sovietico

Nel corso degli anni Venti e sino ai primi anni Trenta del Novecento, all'emigrazione tradizionale delle comunità italiane di Kerc’ e di Mariupol, in Crimea, si affiancò quella cosiddetta politica, composta da comunisti, anarchici, socialisti e antifascisti in generale. Mosca divenne meta di continui pellegrinaggi politici: vi si recavano spesso, ma per brevi periodi, i dirigenti del PCI di medio e alto livello, i militanti che venivano inviati a lavorare come funzionari negli organismi di partito e, infine, i quadri che dovevano studiare alle scuole di partito. Si può calcolare che vi fossero in URSS, all'epoca, circa 4000 italiani.
Complessivamente furono circa 1020 quelli che vi subirono qualche forma di repressione tra il 1919 e il 1951: fucilazione, internamento in un campo di lavoro forzato, confino, deportazione, privazione dei diritti civili, perdita del lavoro, emarginazione. Almeno 110 furono fucilati e 140, condannati al lavoro forzato, mentre una cinquantina di essi fu inviata al confino, mentre più di 550 membri delle comunità italiane in Crimea furono deportati nel Kazachstan del Nord nel 1942.
Molti, nonostante tutto, hanno continuato a credere nell’ideale del comunismo e chi di loro è riuscito a salvarsi, spesso è tornato alla vita civile con rassegnazione e senza speranza. Alcuni invece hanno sentito il dovere di denunciare il sistema totalitario sulla cui natura si erano illusi, soprattutto per onorare i compagni scomparsi. In questa missione hanno incontrato enormi difficoltà, hanno rischiato nuove persecuzioni e sono stati oggetto di discriminazione e di ostracismo.
Le loro storie solo ora cominciano a venire alla luce, con l’apertura degli archivi sovietici e l’impegno del gruppo Memorial a Mosca.