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Il "fattore azero" tra Turchia e Armenia

Intervista a Cengiz Aktar

La "questione armena" è tuttora un problema aperto in Turchia, anche se le riforme varate tra il 2002 e il 2005 per armonizzare la legislazione turca alla normativa europea hanno permesso di avviare un riesame critico della storia dell'ultimo secolo, compresi i capitoli più delicati come i rapporti con le minoranze, in particolare quella armena. Il termine "genocidio" non è quindi più un tabù, almeno nell'ambito della società civile, soprattutto tra i giovani. Ma il governo si oppone ancora al suo riconoscimento, nonostante le condoglianze espresse per la prima volta lo scorso aprile, alla vigilia del 99simo anniversario delle stragi del 1915, dal primo ministro turco Erdogan (poi eletto Presidente) ai nipoti degli armeni uccisi nella prima guerra mondiale dai soldati ottomani. I Protocolli Turchia-Armenia, siglati nel 2009 a Zurigo per ristabilire le relazioni diplomatiche tra i due Paesi e aprire un confronto sulla tragica storia comune, hanno mancato gli obiettivi per varie cause. Tra queste il "fattore azero", il forte legame economico e politico con l'Azerbaijan, assume un ruolo determinante, come spiegato nella seguente intervista da Cengiz Aktaranalista politico turco, Senior Scholar presso l'Istanbul Policy Center, scrittore ed editorialista del network Al-Jazeera e dei quotidiani Today's Zaman e Taraf, membro del Board della Hrant Dink Foundation. Nel 2008 Aktar aveva promosso, assieme a Ahmet Insel, Baskin Oran e Ali Bayramoglu, la "I Apologize Campaign" per chiedere scusa per la "immensa catastrofe a cui furono sottoposti gli armeni ottomani nel 1915", attraverso una raccolta online di firme sottoscritta da 30.000 persone in due mesi.

Questa intervista prosegue il dibattito aperto da Gariwo sulla questione del genocidio e sui risultati dell'appello “Noi facciamo un sogno, insieme”, lanciato in luglio da intellettuali armeni e turchi, che va oltre il riconoscimento formale del genocidio per chiedere un futuro di pace tra i due popoli, nel rispetto della storia di ciascuno, e la riparazione politica e morale delle violenze del passato.


Lei è tra i firmatari del Manifesto armeno-turco "Noi facciamo un sogno, insieme". L’appello ha contribuito a sensibilizzare l'opinione pubblica turca sul genocidio armeno?

Non necessariamente. Non è quello il punto. E' chiaro che ogni riferimento agli armeni in Turchia ha un'attinenza con la realtà del genocidio, ma questo richiamo a un “Sogno Comune” è più audace. Noi vorremmo vedere riaperti i confini tra Armenia e Turchia chiusi nel 1993, vedere i due popoli che comunicano tra loro e assistere a una commemorazione decorosa e sentita in occasione del centenario del genocidio il prossimo anno. Ecco perché il Manifesto va oltre la questione del genocidio, se posso esprimermi così.


Pensa che la società turca sia matura per riconoscere i crimini commessi nel 1915 contro gli armeni?

Sì e no. Non posso parlare per 77 milioni di persone, e non è vero che la maggioranza dei turchi sia pronta a questo, ma il lavoro sulla memoria procede molto bene e negli ultimi quindici anni la società civile ha apertamente messo in discussione la posizione ufficiale del governo sulla inesistenza del genocidio. Soprattutto i giovani scavano nel passato, fanno domande, lavorano sodo per capire cosa è realmente accaduto. Perché non si tratta solo degli armeni, ma anche dei greci, dei siriaci, dei curdi, degli aleviti. E’ un richiamo collettivo alla memoria che coinvolge tutto il Paese, un lungo viaggio ormai iniziato, e non ci sarà mai più un ritorno al negazionismo classico, che ha caratterizzato la Turchia negli ultimi novant’anni.


L'attuale governo, guidato dal partito AKP, e il Presidente Erdogan hanno una visione più aperta su questi problemi rispetto ai precedenti esecutivi laici?

Per i governi laici kemalisti del passato non era ovviamente in alcun modo possibile riconoscere alcunché riguardo agli armeni, perché erano stati direttamente o indirettamente coinvolti nel genocidio. E’ noto il coinvolgimento di alcuni dei padri fondatori della Repubblica, non tutti, nel genocidio, quindi per i kemalisti era impossibile ammetterlo. Ma il fatto che il partito di governo sia espressione dell'Islam politico turco ha determinato la messa in discussione di molti dogmi. Arrivando al potere, questo partito ha contestato uno dei principali tabù dell’élite kemalista, cioè il ruolo dell'Islam nella sfera pubblica, e ha creato le condizioni affinché anche altre identità oppresse possano esprimere il loro punto di vista. Insomma i musulmani hanno involontariamente aperto il vaso di Pandora.


Lei ha citato altre minoranze, come greci e curdi, sottoposte a discriminazioni in Turchia nel passato, come analizzato nella recente conferenza "1964 expulsions and the Istanbul Rum: a turning point in the homogenization of Turkish society” (“Le espulsioni del 1964 e le minoranze di Istanbul: punto di svolta nella omogeneizzazione della società turca"). Gli studenti, i giovani hanno partecipato a quel dibattito?

Il 1964 è l’anno in cui i greci ancora rimasti a Istanbul furono espulsi. Certamente i giovani sono le vere forze trainanti, hanno un ruolo decisivo nelle ricerche sulla memoria e sono sempre più interessati a conoscere i fatti reali avvenuti in questo Paese. E ci sono sempre più ricercatori e giovani studiosi in Turchia e all’estero, che si impegnano su questi temi. Un fatto molto positivo e incoraggiante.


Il "fattore azero", cioè il forte legame della Turchia con l’Azerbaijan, ricco di risorse petrolifere, è un pesante ostacolo alla normalizzazione delle relazioni con l’Armenia?

Il “fattore azero” è diventato un elemento determinante della politica turca nei confronti dell’Armenia e viceversa. Turchia e Azerbaigian hanno siglato importanti accordi petroliferi, l’Azerbaigian ha pesantemente investito in Turchia e questi interessi condizionano. Nel rapporto con l'Armenia la Turchia è completamente al traino di ciò che l’Azerbaijan dice o chiede. Prendiamo l’esempio del Karabakh, che era già un problema molto difficile e irrisolvibile. La Turchia ne è diventata parte. Nonostante i turchi non abbiano idea di dove sia il Karabakh e non sappiano cosa stia davvero accadendo, hanno supinamente seguito o fatto propria la posizione degli azeri. In situazioni di stallo come questa nessuno ha ragione al 100% e l'altro ha torto al 100%. Quindi la Turchia deve farsi una propria idea sul Karabakh. Il “fattore azero” è e probabilmente rimarrà nei prossimi decenni uno dei principali fattori che impediranno alla Turchia di arrivare a una pace duratura con la confinante Armenia.


L’integrazione della Turchia nell'Unione europea, di cui lei era in fautore, può tornare all’ordine del giorno e indurre la Turchia a riconoscere il genocidio armeno?

Innanzitutto ufficialmente la UE non ha posto questo punto tra le condizioni per ammettere la Turchia nell’Unione, ma certo tutti sappiamo che dietro le quinte si pensa che la Turchia, se sarà membro della UE, un giorno dovrà riconoscere il genocidio. Comunque la candidatura europea è un tema sempre meno rilevante e nessuno si aspetta dalla Turchia fatti concreti positivi per avvicinarsi all'Europa e per riconoscere il genocidio armeno. La prospettiva dell'Europa è purtroppo in completo in stallo, ormai nel limbo, e la Turchia e il governo turco sono ben lungi dal desiderare la ripresa dei colloqui con l’UE. L'ipotesi UE sta diventando sempre più remota e non la ritengo realizzabile nel giro dei prossimi venti anni. Magari più avanti.


Le ultime mosse della diplomazia turca per avere un ruolo egemonico nel Medio Oriente non hanno avuto successo, anche a causa di conflitti che hanno destabilizzato l’aerea. La Turchia potrebbe quindi rivedere la sua strategia e riconsiderare l'opzione UE?

Il fiasco e i fallimenti dell'attuale governo sono considerati tali solo all'estero e negli ambienti dell’intellighenzia turca e dell'opposizione. Per il governo non sono errori, ma successi. La visione del governo è totalmente estranea alla realtà. Pensano di essere nel giusto e di continuare nello stesso modo. E quindi non si curano delle proteste dell'Unione europea e del fatto di essere soli a difendere tesi opposte a quelle sostenute da tutti gli altri. A loro non importa affatto, sono contenti così.


La memoria dei Giusti, che hanno salvato gli altri, può avere un impatto positivo sui cittadini turchi?

Certo il lavoro sulla memoria non riguarda solo i fatti negativi, ma anche quelli positivi. I ricercatori non si occupano solo di massacri e stragi, ma documentano anche come turchi, curdi, armeni, siriaci e greci erano abituati a coesistere e convivere. La memoria del Bene è estremamente importante e avrà un impatto molto positivo sulla democratizzazione e normalizzazione del Paese.


Oggi in Turchia è ancora pericoloso parlare dei fatti del 1915 o dei diritti dei curdi? Mi riferisco all'uccisione, nel 2007, dell’attivista turco-armeno Hrant Dink, che si era battuto per la riconciliazione tra i due popoli e il rispetto dei diritti umani.

No, fa sempre meno notizia parlare di queste cose, ma non sappiamo in che modo i passi sbagliati fatti di recente dalla democrazia turca condizioneranno il lavoro di ricerca sul passato. Potrebbero esserci delle contro-riforme, in particolare tenendo presente che nel 2015 il governo turco e la Repubblica turca saranno sotto forte pressione dall'estero e non sappiamo come reagirà il governo, se sarà deciso a frenare l’impegno della società civile per recuperare la memoria del passato. Ma per ora non è intervenuto per bloccare e la società civile prosegue il suo cammino.

di Viviana Vestrucci

17 dicembre 2014

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