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Killers of the flower moon

di Martin Scorsese Usa, 2023

Al primo posto delle visioni di Amazon Prime non c'è la serie comedy con il gotha degli attori comici italiani né una serie di anime giapponese, ma un film autoriale – è l'ultimo film di Martin Scorsese – di 3 ore e 26 minuti, Killers of the flower moon. Un successo che potrà dipendere in parte dalla recente notizia delle dieci nomination ai prossimi Oscar, come pure dalla curiosità verso il film scaturita dopo l'emozionante discorso che Lily Gladstone ha fatto sul palco dei Golden Globe a inizio gennaio, ma che sicuramente deve molto alla più forte delle ragioni per cui un film ottiene il favore del pubblico: Killers of the flower moon è un gran film con un cast in stato di grazia.

Storia di un massacro silenzioso

La sceneggiatura del film, firmata da Martin Scorsese ed Eric Roth, prende le mosse dall'omonimo libro del giornalista americano David Grann uscito nel 2017 e dedicato al "regno del Terrore" in Oklahoma, ricostruendo la storia della sessantina di omicidi – l'autore sostiene che il numero effettivo sia più vicino ai cento – che insanguinarono la Nazione Osage.

Uno stillicidio con una matrice prettamente economica: gli Osage erano ricchissimi perché possedevano i diritti minerari di terre piene di petrolio. Interi nuclei familiari furono falcidiati con il solo scopo di appropriarsi dei diritti e tra questi la famiglia di Mollie Kyle, che come molte donne della Nazione Osage aveva sposato un uomo bianco.

Il ruolo di Mollie Kyle

Nel film Mollie ha il volto severo e sardonico di Lily Gladstone. Trentasette anni, di origini Piegan Blackfeet, Nez Perce ed europee, l'attrice è cresciuta in Montana, nella Nazione Blackfeet. La leggenda narra che Martin Scorsese le abbia mandato una mail per chiederle di partecipare a una riunione su Zoom di presentazione del film quando lei si stava muovendo per cercare un'alternativa al cinema: il regista sarebbe rimasto così folgorato da quel primo incontro con la sua futura protagonista da non ritenere necessario nemmeno farle leggere la parte.

Mollie Kyle Burkhart è ricca, diabetica e determinata a venire a capo degli omicidi delle sue sorelle e degli altri Osage ritrovatisi improvvisamente troppo facoltosi per non attirare le attenzioni dei bianchi che abitano nella Nazione. Ma oltre a questo è una donna che, se a parole dice di credere che il marito faccia quello che possa per proteggerla, avverte l'insincerità di chi gli sta accanto.

E gli altri (quando gli altri sono Leonardo DiCaprio e Robert De Niro)

Se Gladstone assume la doppiezza buona del suo personaggio, il suo coprotagonista - magistralmente interpretato da Leonardo DiCaprio - con la sua stolidità tiene insieme l'amore malato per la moglie che gli si consuma davanti e quello per i figli e la devozione per il "re", suo zio, Bill Hale. Ernest Burkhart non è cattivo per innata cattiveria ma per avidità, e in una maniera del tutto amorale. Uno che non pensa alle conseguenze delle sue azioni, agisce solo su impulso di qualcun altro e dà perciò l'impressione di non avere alcuna remora perché - come nell'esperimento di Milgram - esegue solo gli ordini.

Il Bill Hale di Robert De Niro è invece il cattivo convinto della bontà delle sue ragioni: profondamente persuaso della sua superiorità in quanto uomo bianco e in quanto uomo bianco intelligente rispetto agli Osage, la cui ricchezza vede come un puro accidente storico che deve essere corretto con ogni mezzo. Che sia attraverso un matrimonio misto o una serie di omicidi più o meno alla luce del sole di cui è sicuro che nessuno vorrà davvero occuparsi. A indagare su queste decine di omicidi interverrà però l'FBI di J. Edgar Hoover.

Perché è un film incredibile

Killers of the flower moon è un film notevole perché ha le pose del noir e del western e persino del legal drama, ma sfugge agli incasellamenti e si regge sulla forza del racconto di una storia poco o affatto conosciuta persino negli Stati Uniti - perché programmaticamente ai margini della storiografia: una storia il cui perno è una donna nativa, malatissima e allo stesso tempo di grande vigore.

Ma dopo aver imbastito un film che ha chiaramente anche un intento pedagogico – e a questo proposito si consiglia di andare a recuperare il saggetto di cinema uscito su Harper's nel 2021 in cui il regista cannoneggiava contro la mancanza di approccio accademico delle piattaforme e la generale povertà artistica dei loro contenuti fatti in serie – Martin Scorsese ferma la cinepresa e trova una forma teatrale per riprendere le fila del racconto e dire agli spettatori come è andata a finire. Perché farlo fare a Mollie Kyle sarebbe stata un'operazione forse furba e coerente con i tempi cinematografici e non che viviamo, ma un Martin Scorsese fa quel che vuole (in questo caso con i soldi di Apple) e sarà comunque la cosa che vorrete vedere sulla piattaforma.

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