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Oltre Auschwitz. Europa orientale, l'Olocausto rimosso

di Frediano Sessi Marsilio, 2024

Prima di allargarsi come una metastasi nel cuore del Vecchio continente, l’orrore della Soluzione finale nazista prese avvio nella più remota periferia polacca, ai margini orientali dell’Europa, in concomitanza con l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica dell’estate 1941. La genesi della Shoah prese forma nei centri di sterminio di Chelmno, Belzec, Sobibor, Treblinka, nei quali trovò la morte quasi un terzo del totale degli ebrei eliminati. In località della Polonia centrale e settentrionale che, a differenza di Auschwitz-Birkenau, hanno subito un progressivo processo di rimozione della memoria e sulle quali le testimonianze e le prove concrete sono scarse e per ricostruire ciò che accadde è necessario oggi affidarsi alla ricerca archeologica. È quanto denuncia lo storico Frediano Sessi, tra i massimi esperti italiani dell’universo concentrazionario nazista, che ai quattro centri di sterminio polacchi ha dedicato il suo ultimo libro Oltre Auschwitz. Europa orientale, l’Olocausto rimosso (Marsilio, pagine 400, euro 30), uno studio dettagliato e ricco di documenti inediti che colma un vuoto storiografico importante nel panorama europeo degli studi sull’Olocausto.

Il progetto nazista dello sterminio degli ebrei prese forma nel 1941, poco dopo l’invasione dell’Unione Sovietica, e secondo lo storico mantovano furono le esecuzioni compiute nelle prime settimane dell’occupazione dei territori sovietici a sfatare per la prima volta il tabù dell’uccisione di donne e bambini. Uno dei punti di non ritorno fu l’eccidio del 22 agosto 1941 a Bjelaja Zerkow, una remota località dell’Ucraina. Quel giorno le Einsatzgruppen (i reparti speciali composti da uomini delle SS, della polizia e della Wehrmacht) massacrarono un centinaio di bambini molto piccoli, tutti di età non superiore agli otto anni.

Invadendo l’Unione Sovietica – scrive Sessi - Hitler voleva conquistarsi uno spazio a est per trasferire gli ebrei e le altre popolazioni non gradite in una zona dove sarebbero diventati di fatto degli schiavi. L’idea della Soluzione finale della questione ebraica nacque quando lo spostamento delle popolazioni che non si volevano far rimanere nelle terre considerate ariane divenne di fatto impossibile, poiché la guerra con Mosca non stava dando gli esiti sperati. La guerra sul fronte orientale segnò un battuta d’arresto che cambiò i piani del Reich e spinse il Führer a ordinare lo sterminio degli ebrei del ghetto di Lodz ritenuti inadatti al lavoro.

Tutto ebbe inizio a Chelmno, un piccolo villaggio contadino che avrebbe ospitato il prototipo dei centri di sterminio nazisti, luoghi progettati e costruiti per funzionare soltanto come strutture omicide e in tal senso molto diverse da Auschwitz, perché escludevano qualsiasi possibilità di sopravvivenza. Lì gli ebrei vennero ammassati all’interno del cosiddetto “castello” per poi essere uccisi con il monossido di carbonio prodotto dai motori dei camion che li trasportavano in una vicina foresta, dov’erano state predisposte le fosse comuni. Gli altri tre centri di sterminio (Belzec, Sobibor, Treblinka) furono progettati invece con camere a gas fisse ma l’obiettivo era sempre lo stesso, ovvero purificare la razza attraverso un’eliminazione di massa. Il progetto costituì un modello efficiente che poi sarebbe stato replicato nel resto d’Europa.

Gli esecutori materiali di questo orrore, a cui venne dato il nome in codice Aktion Reinhardt, furono appena duecento, chiarisce Sessi, “perlopiù giovani tedeschi, animati dalla fede nell’utopia del nazismo e capaci di esercitare la violenza per raggiungere i loro scopi, quasi tutti attivi in precedenza nell’uccisione dei disabili e dei malati di mente, affiancati da alcuni ausiliari, in gran parte sostenitori di un pangermanesimo antisemita e decisi a escludere dalla nuova germanità ariana tutti coloro che non erano di sangue tedesco”. Tra loro vi fu anche il capitano delle SS Christian Wirth, figura di primo piano nella progettazione del programma Eutanasia che divenne il comandante del campo di Belzec prima di essere trasferito in Italia a dirigere la Risiera di San Sabba. Dopo la guerra appena una trentina di quegli uomini finirono sotto processo in Germania.

I nazisti hanno cercato in tutti i modi di cancellare le tracce dei loro crimini e in buona parte ci sono riusciti. I campi furono completamente rasi al suolo e ormai anche la memoria di quei luoghi è andata quasi perduta, al punto che Sessi parla di “Olocausto rimosso”. Un’ulteriore cappa di silenzio avvolse infatti la tragedia degli ebrei dell’est i quali, non essendo integrati con le popolazioni locali e parlando una lingua tutta loro (l’yiddish) sarebbero stati spesso dimenticati, anche perché sulla loro fine esistono pochissime prove concrete e mancano quasi del tutto le testimonianze scritte. Secondo le ricostruzioni di Sessi i sopravvissuti di questi quattro centri di sterminio furono circa centocinquanta e scelsero di restare in silenzio, cercando di dimenticare l’inferno che avevano vissuto. Un lento processo di rimozione al quale in tempi recenti hanno contribuito anche i governi polacchi di estrema destra. Anni fa il Senato di Varsavia approvò una legge che vietava di accusare la Polonia di complicità nell’Olocausto e alcuni storici vennero persino denunciati per aver smentito la narrazione secondo la quale il popolo polacco avrebbe difeso gli ebrei dai nazisti. La ricerca dello storico mantovano conferma, invece, che la caccia agli ebrei messa in atto dai tedeschi ricevette un aiuto fondamentale proprio dagli abitanti dei villaggi polacchi.

A parte alcuni piccoli musei che non riescono a restituire il senso di una pagina terribile della recente storia europea, oggi quelle remote località polacche hanno le sembianze di luoghi turistici innocui e sono spesso dimenticate nelle celebrazioni memoriali, oltre che difficilmente raggiungibili. “Il monumento agli ebrei dell’est assassinati qui - scrive Sessi - è il suolo nudo, la foresta, l’acquitrino da cui a volte spunta qualche fiore, sorto da quella terra sacra”.

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