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Il massacro degli Armeni in Karabakh nell'indifferenza occidentale

di Simone Zoppellaro

Sono stato, insieme al collega Daniele Bellocchio, uno degli ultimi giornalisti stranieri a poter entrare in quello che, ancora fino a pochi giorni fa, rimaneva del Karabakh armeno (Stapanakert, Martakert, Shosh e altri luoghi). Era il gennaio 2021. Ricordo la decina di checkpoint, quasi tutti russi, per arrivarci, coi soldati di Putin che provocavano apertamente e per un giorno intero ci hanno impedito di lavorare. Cecchini azeri sulle alture assai prossime, come avvoltoi, e mezzi blindati ovunque, persino nel traffico. Un apparato militare così diffuso nelle strade non l’avevo visto neppure nel Kurdistan iracheno, quando era in lotta con lo Stato Islamico di al-Baghdadi. Dopo di noi, i russi hanno negato l'accesso a moltissimi colleghi e media internazionali (salvo che russi, ovviamente) e anche a diversi armeni con altre nazionalità. Un silenzio orchestrato dai dittatori Putin e Aliyev, nell'indifferenza del mondo, per preparare quello che poi si è rivelato essere un massacro e una pulizia etnica. Perché se credete che il silenzio su questo conflitto sia casuale, vi sbagliate. Il silenzio è sempre e solo un’arma dei carnefici, e una fra le più potenti.

Avendoci viaggiato diverse volte, quanto rimaneva del Karabakh era un luogo del tutto trasfigurato e che trasudava paura e disperazione; e poi si sparava di continuo, anche se non rientrava nelle notizie. A Martakert, nei pressi di un ospedale, e persino la notte di capodanno, quando, poco prima di mezzanotte, i colpi di artiglieria hanno raggiunto la periferia di Stepanakert, dove eravamo di base. Sparavano sugli animali di notte, ci raccontavano i contadini, e sui trattori per impedire loro di lavorare i campi. Mancava l’acqua calda, in un inverno che, da quelle parti, raggiunge i meno quindici gradi, e il cibo scarseggiava, tanto che era difficile, anche per noi, trovare da mangiare. Un inferno in terra: la gente era terrorizzata e traumatizzata. A ripensarci alla luce di quanto avvenuto negli ultimi giorni, il prosieguo di una pulizia etnica sistematica avviata con l’offensiva del 2020 e conclusa, ho il timore persino di pensarlo, negli ultimi giorni.

Come scrive l’analista politico Michael Hikari Cecire sul Karabakh: «Rendere la vita ordinaria così intollerabile per uno specifico gruppo etnico da costringerlo a sfollare in massa, anche “volontariamente”, è una definizione da manuale di pulizia etnica». Ma quello che ho potuto vedere io, in quei giorni, era solo un pallido preludio di quanto si sarebbe abbattuto su quella regione. Prima, come dicevo, hanno chiuso l’unica via d’accesso al territorio per i giornalisti, e poi persino per gli armeni e gli abitanti della regione, che si sono ritrovati così bloccati per nove mesi, con una cronica carenza di gas, medicinali, elettricità, cibo – di qualsiasi cosa. E quindi il massacro, la scorsa settimana. Un massacro annunciato come pochi, e che nessuno (ripeto: nessuno) ha cercato di scongiurare.

L'entità dei combattimenti di martedì e mercoledì 19 e 20 settembre, come riportato da uno dei maggiori esperti della regione, Laurence Broers, è di 500 morti armeni già confermati. Fonti politiche che ho raccolto a Yerevan, stimano in alcune migliaia i morti, come possibile computo finale. In ventiquattr’ore e poco più, ripeto. Un massacro contro una popolazione alla fame che, non potendo ricevere nulla dall’Armenia, non aveva neppure la benzina per trasportare i feriti con le ambulanze o le medicine per curarle, oltre che le munizioni per difendersi. Un attacco indecoroso che, fuori dall’Italia e dal Vaticano (su cui mi taccio dopo giorni e giorni in cui, letteralmente stravolto dall’odio, invano ho provato a scriverne), sta provocando i primi appelli politici autorevoli, ad esempio nella Germania dove ho la fortuna di vivere, per un’imposizione di sanzioni nei confronti della dittatura di Baku. Una pulizia etnica che nessuno, in Italia, avrà interesse a raccontarvi, dato che – già era così prima della guerra in Ucraina, figuriamoci adesso – le vostre case saranno riscaldate proprio dal motore propulsore di questa tragedia, ovvero il gas di Baku, all’origine del tanto discusso TAP.

Ora, anche a prescindere da considerazioni morali, da una solidarietà che purtroppo nessuno manifesta (dove sono i pacifisti italiani, mi sono chiesto tante volte occupandomi da un decennio di questo conflitto: mistero), si ripete un paradigma già noto. Prima era la Russia di Putin, ritenuta partner affidabile, ora la dittatura di Baku, con una sola famiglia al potere ancora dall’epoca sovietica, spietata contro i suoi oppositori interni non meno che contro gli armeni. Davvero nulla abbiamo imparato in questi anni? Davvero c’è ancora qualcuno che crede, fra i nostri politici, che nutrire una dittatura ai margini dell’Europa con miliardi di euro per gas e petrolio sia una garanzia di stabilità e sicurezza? Nessuno da noi si rende conto che una Zeitenwende – una svolta epocale come si chiama qui in Germania l’inizio dell’invasione russa dello scorso anno – si è già compiuta ed è irreversibile? Davvero nessuno vuole ricordare, infine, come fa la giornalista tedesca Laura Cwiertnia, che molte delle persone anziane che ora vengono cacciate dal Karabakh, dopo essere state ridotte alla fame e costrette a sopravvivere in un bunker dormendo per terra, sono figli di sopravvissuti al genocidio armeno del 1915? Conta ancora qualcosa la storia, il fatto che 120.000 persone e una presenza culturale millenaria, fatta di monumenti e case, di steli e monasteri, di umanità e arte, saranno a breve cancellate, come è sempre avvenuto negli ultimi decenni quando l’Azerbaijan ha potuto mettere le mani sul patrimonio artistico armeno?

Il Karabakh è perso, per la maggioranza armena che ci ha vissuto per molti secoli. Ora in pericolo è l’Armenia stessa, che già un anno fa è stata attaccata, perdendo territori ai suoi confini propriamente detti. Permetteremo anche questo, mentre rivendichiamo valori – solidarietà, giustizia, pace – che suonano sempre più come vuote parole nelle bocche dei nostri politici, e non solo? Mentre scrivo scorro su Twitter le immagini di migliaia di armeni in fuga, terrorizzati, dai territori che fino a ieri erano la loro casa. È devastante. Alcuni si chiedono se potranno mai rivedere le tombe dei loro cari, e quale sarà il loro destino, dato che di cimiteri la dittatura di Baku ne ha distrutti diversi, usandoli persino come poligoni di tiro. Quanto ancora si potranno spingere in avanti l’umiliazione, le violenze e i soprusi che subiscono gli armeni?

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