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Le tappe dell'odio - il Genocidio degli Armeni

Dalle parole alla distruzione: come nasce un genocidio

Questa scheda fa parte del dossier di Gariwo “Le tappe dell’odio”, un’analisi comparata su alcuni dei principali genocidi del XX secolo coordinata dalla redazione di GariwoMag e scritta da Alessandra Colarizi, Tatjana Đorđević, Anna Foa, Françoise Kankindi, Pietro Kuciukian. A scrittori e studiosi abbiamo chiesto di raccontare le tappe dell’odio che hanno portato ai diversi genocidi, cercando di capire in che modo le parole e le azioni di politici, media e persone comuni hanno forgiato i sentimenti d’odio che hanno condotto al male estremo. Lo schema è quello di The Ten Stages of Genocide, la formula coniata nel 1996 da Gregory H. Stanton, presidente di Genocide Watch. Le otto “stazioni dell’odio” che creano le condizioni per un genocidio sono: classificazione, simbolizzazione, discriminazione, disumanizzazione, organizzazione, polarizzazione, preparazione e persecuzione. La nostra analisi comparata si ferma lì, prima delle ultime due tragiche tappe: lo sterminio e la negazione.

In questa scheda Pietro Kuciukian, console onorario d'Armenia in Italia e cofondatore di Gariwo, racconta le otto tappe che hanno condotto al genocidio degli armeni.

Nel corso della Prima guerra mondiale venne perpetrato, nei territori dell’Impero Ottomano, il genocidio del popolo armeno. Il governo ultranazionalista dei Giovani Turchi, emanazione del partito “Unione e Progresso”, scelse di turchizzare l’area anatolica e decise di deportare e sterminare l’etnia armena presente nel territorio fin dal 7° secolo a.C, integrata ma non assimilabile. Nel giro di pochi mesi, circa due milioni di armeni vennero deportati con le carovane della morte verso i deserti della Mesopotamia. Più di un milione tra essi trovarono la morte lungo il cammino, nei campi o nel deserto. Com'è stato possibile arrivare ad una simile tragedia?

1. CLASSIFICAZIONE

Le differenze tra le persone non vengono rispettate. Esiste una divisione tra “noi” e “loro” che può essere attuata utilizzando stereotipi o escludendo persone percepite come diverse.

Nel caso del genocidio armeno è necessario risalire alle condizioni delle minoranze cristiane dopo la conquista ottomana dell’Impero Romano d’Oriente e la caduta di Costantinopoli del 1453, che consolidò la realtà di stato centralizzato, autocratico e islamico dell’Impero Ottomano. La distinzione tra il gruppo noi e il gruppo loro era presente fin dalle origini, in quanto gli armeni si trovavano ad essere sudditi cristiani di un Impero fondato sulla Sharia (legge sacra di Allah rivelata a Maometto). I non musulmani, cristiani, ebrei, zoroastriani, induisti e altri erano chiamati dhimmi (sudditi che godono di un patto di protezione): potevano praticare la loro religione a determinate condizioni e la loro sicurezza era garantita dall’obbligo di pagare una tassa straordinaria, la Jizya, definita “compensazione“, poiché garantiva la condizione di “protetti”. Le Sure del Corano regolamentavano i compiti dei sudditi, e relativamente ai cristiani si prescriveva che potessero godere dell’atteggiamento tollerante dei dominanti, ma non di uguali diritti; la discriminazione era all’origine della convivenza tra gruppi diversi nella realtà multietnica dell’Impero Ottomano. Da segnalare anche la pratica (XIV secolo) di sottrarre i primogeniti maschi delle famiglie cristiane (tributo dei fanciulli), istruirli all’Islam e addestrarli militarmente. Diventavano così “giannizzeri”, corpi scelti a difesa del Sultano e fanatici esecutori dei suoi ordini.

2. SIMBOLIZZAZIONE

Una manifestazione visiva di odio. Come, ad esempio, gli ebrei che nell’Europa nazista furono costretti a indossare stelle gialle per dimostrare che erano “diversi”.

Nell’epoca ottomana i sudditi cristiani erano stati organizzati in millet (comunità religiosa non musulmana, “nazione senza confini”), il cui capo era una figura religiosa, parzialmente responsabile della comunità dal punto di vista giuridico. La condizione di dhimmi comportava talvolta l’obbligo di vestire determinati abiti e usare determinati colori a seconda del millet di appartenenza. La distinzione tra i gruppi era quasi sempre legata alla disposizione topografica delle città o dei villaggi; i sudditi cristiani vivevano in quartieri circoscritti. Le chiese per lo più non dovevano essere visibili dall’esterno. Le campane non dovevano suonare. Le etnie dominate erano quindi facilmente identificabili e controllabili dall’etnia dominante. Le donne armene spesso non portavano il velo e nel corso dei pogrom le case armene venivano segnate con croci. Durante il genocidio, le ragazze rapite e rese schiave venivano tatuate sul viso per renderle riconoscibili.

3. DISCRIMINAZIONE

Il gruppo dominante nega i diritti civili o addirittura la cittadinanza a gruppi identificati. Le leggi di Norimberga del 1935 privarono gli ebrei della cittadinanza tedesca, rendendo illegale per loro svolgere molti lavori o sposare tedeschi non ebrei.

L’Impero Ottomano nel XIX secolo era passato da un periodo di stabilità e di capacità di controllo sulle aree del Nord Africa e dell’Europa balcanica a una crisi progressiva, che lo aveva reso "il grande malato d’Europa" per l’incapacità di gestire il processo di modernizzazione in atto, caratterizzato dalla nascita degli ideali nazionali dei popoli europei soggetti all’Impero. A questo si aggiunse l’interesse della Russia zarista, che con il Trattato di Berlino (1878) si erse a protettrice dei cristiani sudditi dell’Impero e garante della concessione di riforme richieste dalle minoranze interne, in particolare dagli armeni. Il millet dei sudditi armeni cristiani era considerato “nazione fedele” (millet sadiqa diventò “nazione infedele”): gli armeni si erano lasciati penetrare dagli ideali di uguaglianza di diritti, di giustizia e di libertà propri della situazione sociale, culturale e politica dell’Ottocento. Alcune minoranze armene fondarono segretamente partiti politici. Nacque la "questione armena" e si passò dalla discriminazione accettata dagli armeni a una vera e propria propaganda contro il nemico interno, considerato pericoloso, con la sua richiesta di riforme, per la stabilità dell’Impero Ottomano. Si registrò un progressivo aumento degli episodi di violenza da parte delle tribù curde e circasse e la pressione fiscale si fece insostenibile. Gli armeni vissero la condizione di ghiaur, infedeli, asserviti al codice islamico basato sulla forza e sull’onore, riproposto dal sultano Abdülhamid II contro le leggi del diritto pubblico introdotte dalle riforme.

Abdülhamid, il “sultano rosso”, fu l’organizzatore delle brigate hamidié, di cui si servì per perpetrare i massacri hamidiani, dal 1894 al 1896, nei villaggi abitati dagli armeni nell’Anatolia, ma anche in città come Trebisonda e Costantinopoli. Più di duecentomila vittime, cinquecentomila islamizzati, trasferimenti di popolazione, distruzione di chiese e simboli religiosi. Si compirono e si giustificarono i massacri anche in previsione di una ”possibile” rivolta. In realtà, il Sultano stava anche cercando spazio per i turchi fuggiti dai territori ottomani che si erano resi indipendenti, con l’obiettivo di rivitalizzare il credo islamico e aumentare, con la nuova immigrazione dai Balcani, la potenza nazionale ed economica dell’Impero.

4. DISUMANIZZAZIONE

Coloro che sono percepiti come “diversi” vengono privati di ogni forma di diritti umani o dignità personale. Durante il genocidio contro i tutsi in Ruanda, i tutsi venivano chiamati “scarafaggi”; i nazisti chiamavano gli ebrei “parassiti”.

L’esercizio della violenza sui sudditi armeni restò impunito e non provocò conseguenze (le potenze occidentali protestarono, ma non agirono), ma fece sì che si consolidasse l’idea della vulnerabilità della minoranza cristiana, insieme alla convinzione che gli armeni fossero l’ostacolo maggiore al risanamento dell’Impero in declino. Venne aperta la strada alla disumanizzazione che costituirà il cuore della propaganda dei Giovani Turchi, espressione dei circoli nazionalisti che avevano fatto proprie le ideologie panturchiste e panturaniche (unificazione di tutti i popoli di etnia turca e ricongiungimento con il Turan, la terra di origine dell’Asia Centrale). Nel 1908 il movimento dei Giovani Turchi, che in un primo momento era stato sostenuto anche da alcuni partiti armeni, organizzò una rivoluzione incruenta, togliendo il potere al sultano e inaugurando un regime costituzionale che portò al potere il partito politico "Unione e Progresso" (Ittihad ve Terraki). Ben presto il nuovo governo, in cui erano presenti due anime, una liberale e l’altra nazionalista radicale, abbandonò ogni progetto di ottomanismo (unire tutti i sudditi e le varie etnie in una federazione di uguali) e diede il via, con i nuovi massacri in Cilicia (30.000 vittime), alla pulizia etnica degli armeni. Si accelerava in questo modo il processo di disumanizzazione che preparò il terreno per l’annientamento. Gli armeni, un tempo utili all’economia, diventarono così parassiti, microbi e batteri che infettano la salute dell’etnia dominante. Infedeli che non riconoscono più la benevolenza della Umma, (comunità dei fedeli) e tramano congiure; in quanto cristiani, privilegiati nei commerci con l’Occidente, traditori e futuri alleati alle nazioni che minacciano l’Impero. I “cani ribelli”, il rayaah (bestiame) cristiano, non può travalicare i limiti imposti dai “padroni” musulmani; se lo fa, la sua vita e i suoi beni sono alla mercè dell’etnia dominante.

5. ORGANIZZAZIONE

I genocidi sono sempre pianificati. I regimi di odio spesso addestrano coloro che poi portano avanti la distruzione di un popolo.

Si entrò in un percorso le cui tappe (segnate dal 1908 al 1913 dalla perdita di quasi tutto il territorio europeo dell’Impero) videro l’accelerazione delle spinte nazionaliste che orientavano il nuovo governo a risolvere le tensioni interne con la forza. Nel 1913 un colpo di stato dei Giovani Turchi del CUP portò al potere il triumvirato composto da Enver, Talaat e Cemal Pascia, capaci di mobilitare il popolo attorno alla nascente identità turca che si fondava sui legami linguistici, sull’idea di razza e di origini comuni. Le figure più note dell’azione genocidaria, i due medici Bahaeddin Sakir e Mehemed Nazim, furono gli ideologi della costruzione di uno stato nazionale turco islamico centralizzato, omogeneo e unitario, con scuole, amministrazione e potere giudiziario turco. La superiorità etnica turca si sarebbe consolidata solo dopo la risoluzione della questione armena. Risultava inoltre evidente la vicinanza dell’ideologia panturchista dei Giovani Turchi all’ideologia del pangermanesimo che stava nascendo nei circoli nazionalisti in Germania. Prossimità ideologica che spiega l’avvicinamento tra l’imperatore Guglielmo II e il governo dei Giovani Turchi.

6. POLARIZZAZIONE

La propaganda inizia a essere diffusa da gruppi di odio. I nazisti utilizzarono il giornale Der Stürmer per diffondere e incitare messaggi di odio contro gli ebrei.

Si pensò a una sostituzione etnica su vasta scala. Il sentimento anti-armeno si acuì, sostenuto dall’idea forte che gli armeni cristiani - un tempo “fedeli” e sottomessi, che guardavano all’Occidente, che avevano condiviso con i Giovani Turchi inizialmente gli ideali di uguaglianza e libertà - costituissero una barriera, un ostacolo da eliminare. È la minaccia alla sovranità nazionale che si può riassumere in questa espressione: “I turchi sono un popolo che parla turco e vive in Turchia. La Turchia ai turchi”.

7. PREPARAZIONE

Gli autori pianificano il genocidio. Spesso usano eufemismi come la frase nazista “La soluzione finale” per mascherare le loro intenzioni. Fomentano paura nei confronti del gruppo delle vittime, costruendo eserciti e armi.

La soluzione della questione armena, che consiste nell’eliminare in modo definitivo gli armeni dall’area del loro insediamento storico, venne preparata attraverso alcune tappe. L’occasione venne offerta dallo scoppio della Prima guerra mondiale. Molti genocidi avvengono nel corso di una guerra che facilita anche il rovesciamento delle responsabilità e la negazione del crimine. Il partito "Unione e Progresso" dei Giovani Turchi acquisì il controllo delle istituzioni statali. Dopo avere giocato sulla neutralità con molta astuzia politica, i triumviri decisero di entrare in guerra a fianco degli Imperi Centrali nel novembre del 1914. Riorganizzarono e addestrarono l’apparato militare; potenziarono l’Organizzazione Speciale (Teshkilat i Mahashusa) controllata dal dottor Bahaeddin Sakir e la affiancarono con irregolari, bande di tribù curde e carcerati liberati ad hoc. Tutto era pronto per l’azione genocidaria.

8. PERSECUZIONE

Le vittime vengono identificate in base alla loro etnia o religione e vengono stilate liste di morte. Le persone a volte vengono segregate in ghetti, deportate o fatte morire di fame e le proprietà vengono spesso espropriate. Iniziano i massacri con intento genocidario.

Lo stato di guerra, con il suo alto tasso di violenza e sofferenza; le sconfitte dell’esercito turco, inflitte dai russi sul fronte orientale, di cui vennero ritenuti responsabili i soldati armeni; le azioni di armeni volontari che passarono nelle file dell’esercito russo. Sono queste le situazioni che crearono le condizioni per dare il via alla persecuzione: gli armeni erano visti come traditori, una minaccia per la sopravvivenza del popolo turco. L’attività del Parlamento venne sospesa; i triumviri emanarono tre decreti-legge: abolizione delle riforme, deportazione temporanea, confisca dei beni abbandonati (l’esproprio dei beni segnala il carattere definitivo dello sterminio). Il 24 aprile del 1915, i leader delle comunità armene di Costantinopoli e gli esponenti dei partiti politici vennero arrestati e massacrati. Colpiti i vertici, si diede il via, in tutti i distretti e province, all’eliminazione dei maschi armeni e alla deportazione di donne, anziani e bambini. I maschi dai 20 ai 40 anni, militari arruolati e poi disarmati, vennero utilizzati in lavori massacranti e poi eliminati progressivamente. La data del 24 aprile, scrive l’ambasciatore americano Henry Morghentau, segna “la morte di una nazione”.

Pietro Kuciukian, Console onorario d'Armenia in Italia e cofondatore di Gariwo

18 gennaio 2024

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