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Mala Zimetbaum, l'angelo di Auschwitz

di Riccardo Michelucci

Mala era una giovane ebrea polacca che era stata catturata in Belgio e che parlava correntemente molte lingue, perciò a Birkenau fungeva da interprete e da portaordini, e come tale godeva di una certa libertà di spostamento. Era generosa e coraggiosa; aveva aiutato molte compagne, ed era amata da tutte”. Anche Primo Levi, in I sommersi e i salvati, volle ricordare l’umanità di Mala Zimetbaum, la cui storia sfuma a tratti nella leggenda ma rappresenta un esempio memorabile di solidarietà e di spirito di resistenza all’interno del campo di sterminio. Quello che si sa per certo - grazie alle più attendibili ricostruzioni storiche - è che Mala fu una giovane donna che ebbe il coraggio di sfidare i nazisti nell’orrore di Auschwitz e riuscì a conservare i sentimenti di amicizia, affetto e altruismo anche nelle condizioni più estreme. La sua vicenda, culminata nella rocambolesca fuga dal campo di sterminio a fianco del detenuto polacco Edek Galinski, merita di essere ricordata e tramandata perché dimostra il fallimento di chi voleva distruggere l’umanità e il senso di solidarietà negli uomini e nelle donne rinchiuse nei lager nazisti.

La famiglia di Mala, di origine polacca, era arrivata ad Anversa dopo aver vagato per l’Europa alla ricerca di un luogo sicuro in mezzo alla tempesta del nazifascismo. Ma anche la città fiamminga sarebbe stata ben presto travolta dall’antisemitismo. Nel luglio del 1942 la giovane Mala fu arrestata e imprigionata nel famigerato forte Breendonk, il centro di raccolta allestito dai nazisti alla periferia della città belga. Aveva solo 24 anni ma parlava già fluentemente il francese, l’inglese, il tedesco e il russo, oltre al polacco e all’yiddish. Ciò le consentì, una volta deportata ad Auschwitz-Birkenau, di vedersi assegnati gli incarichi di interprete e di portaordini dalla responsabile SS del campo femminile, la famigerata Maria Mendel, e di ottenere di conseguenza condizioni di vita migliori, abiti puliti, la dispensa dagli appelli mattutini e dalla rasatura dei capelli, oltre alla possibilità di movimento all’interno del lager. Entrò a far parte dei cosiddetti “Prominenten”, i detenuti privilegiati che spesso assumevano nei confronti degli altri prigionieri atteggiamenti ancora più brutali e crudeli delle stesse SS. Mala decise invece di sfruttare la sua posizione di privilegio per proteggere chi si trovava in difficoltà e aiutare il maggior numero di donne e uomini a sopravvivere. Svolse gran parte del suo lavoro di soccorso nell’infermeria del lager, un luogo che era spesso l’anticamera della morte, ma non si limitò a fornire aiuto, cibo e assistenza alle donne recluse. In molte di loro riuscì infatti anche a infondere speranza, tramutando il suo operato in una vera e propria azione di resistenza. Con i suoi gesti concreti e con la sua sola presenza dimostrò che, nonostante il male assoluto, era possibile conservare l’umanità e il rispetto per sé e per i propri simili. Nella corrispondenza che inviò di nascosto a sua sorella, Mala raccontò che la prigionia non l’aveva cambiata, rassicurandola di “essere rimasta sempre la stessa”. Il profilo biografico più completo e attendibile che è stato redatto su di lei è opera dello storico Frediano Sessi (L’angelo di Auschwitz, edito nel 2019 da Marsilio) il quale, dopo aver raccolto un’enorme quantità di testimonianze e materiale d’archivio, è stato in grado di confermare che i nazisti fallirono nel criminale intento di cancellare la dignità della giovane donna e non riuscirono, di fatto, a disumanizzarla.

Ad Auschwitz Mala incontrò Edward “Edek” Galinski, un detenuto politico polacco che lavorava nel campo come operaio manutentore e poté per questo usufruire di una relativa libertà. Anche Edek usò il suo status privilegiato per aiutare gli altri detenuti, per organizzare la resistenza nel campo e per sabotare la guerra nazista, mentre gli Alleati stavano avanzando verso Berlino. Fin dall’immediato dopoguerra, la storia di Mala e Edek ha ispirato ricostruzioni fantasiose ed è stata raccontata anche con tratti fiabeschi, descrivendo una relazione amorosa che – come precisa lo stesso Sessi nel suo libro – appartiene più a una lettura superficiale della vita quotidiana in un campo di concentramento che a un dato di realtà.

Il 24 giugno del 1944 i due si resero però protagonisti di una memorabile evasione da Auschwitz che gettò nel panico per giorni l’intero comando del campo e insinuò il germe della resistenza in altri deportati. La loro fuga durò tredici giorni, al termine dei quali i due giovani vennero individuati e arrestati di nuovo, riportati al campo e rinchiusi nelle celle di isolamento, dove restarono per oltre due mesi tra privazioni, torture e violenze indicibili. Come accadeva sempre in questi casi, la loro condanna a morte fu ineluttabile. Edek Galinski salì sul patibolo per primo, gridando “Lunga vita alla Polonia!" mentre il cappio gli veniva stretto attorno al collo. Sia i prigionieri politici che gli ebrei si tolsero il cappello in segno di rispetto. A Mala spettò una sorte persino peggiore: l’ordine dei nazisti fu quello di bruciarla viva nel forno crematorio. La giovane si tagliò le vene con un rasoio, ma i guardiani del campo la bloccarono e cercarono di fermare l’emorragia, rompendole un braccio nel tentativo di immobilizzarla. Venne allora gettata su un carretto e portata di corsa al crematorio: volevano bruciarla prima che perdesse conoscenza. Il racconto della sua morte varia a seconda delle fonti. C’è chi sostiene che sia morta dissanguata sul carretto, che un soldato nazista le abbia sparato per pietà, o che le infermiere chiamate a bendarle le braccia abbiano invece favorito il dissanguamento. Ma le circostanze esatte della sua fine hanno scarsa importanza perché, come ha scritto lo stesso Sessi all’inizio del suo libro: “Chi ha raccontato di lei, già nel dopoguerra, ha tramandato insieme fatti accaduti, cui ha assistito, e storie sussurrate da altre, quasi che il suo nome, per le donne sopravvissute a Birkenau, fosse di per sé speranza di salvezza e di resistenza al dolore. Un talismano per far risorgere nelle internate il desiderio di continuare a vivere, nonostante tutto, e tornare a casa.

Riccardo Michelucci, giornalista

15 settembre 2023

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