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Le lettere dal carcere di Nelson Mandela

in occasione del centenario della sua nascita

Il 18 luglio 1918 nasceva in Sudafrica Nelson Mandela, leader della lotta contro l’apartheid. Nel centenario dalla sua nascita Sahm Venter, giornalista e scrittore sudafricano, ha deciso di pubblicare una raccolta delle lettere - The prison letters of Nelson Mandela - che Mandela scrisse durante gli anni trascorsi in carcere - a Robben Island, poi a Pollsmoor, carcere di massima sicurezza, e infine nella prigione di Victor Verster. Si tratta di 255 missive manoscritte (di cui è possibile osservare anche le immagini originali) in cui traspare il lato più intimo e umano di Mandela, che come un semplice prigioniero esprime ciò che più lo tormenta: la mancanza dei suoi cari. Queste lettere rivelano che anche la causa più giusta e la convinzione più forte non possono impedire l’agonia della separazione.

A Mandela erano concesse solo visite occasionali: la moglie Winnie poteva vederlo poche volte, la figlia ha potuto recarsi da lui solo dopo aver compiuto 16 anni. Tuttavia, le sue lettere - che venivano sempre controllate e spesso censurate dalle autorità - sono un appiglio continuo a chi lo aspettava fuori dal carcere.

Mandela ha perso tanto della vita dei suoi cari, soprattutto dei suoi figli. In una lettera scritta alla figlia Zenani poco dopo il suo 12esimo compleanno, il futuro presidente del Sudafrica scrive ricordando una breve visita che la piccola gli aveva fatto anni prima. “In un angolo hai trovato i miei vestiti - scrive Mandela - Li hai raccolti, me li hai dati e mi hai chiesto di andare a casa. Hai tenuto la mia mano per tanto tempo, tirandomi disperatamente e supplicandomi di ritornare”.

Queste lettere ci ricordano il costo della libertà. Dopo il suo rilascio, Mandela è stato celebrato con feste e parate, ma forse tutto questo non ha potuto ridargli ciò che aveva perduto: decenni di momenti, attimi, emozioni con la sua giovane famiglia, che è cresciuta lontana da lui. Una delle lettere più toccanti è quella scritta dopo la morte del figlio Thembi in un incidente. Mandela non è stato autorizzato a lasciare la sua cella per prendere parte al funerale, e nel suo scritto ricorda: “La morte di Thembi è stata un’esperienza dolorosa per tutti noi. Questo è particolarmente vero per me, se si considera il fatto che non lo vedevo da 5 anni, e che la mia richiesta di partecipare al funerale non è stata accolta. Non dimenticherò mai Thembi”.

Anche nel dolore, Mandela trova nella lettura delle scritture cristiane e in diversi saggi la forza di guardare al futuro con positività. Ad esempio, in una lettera alla moglie Winnie del 1969, dopo 7 anni di carcere, si trova un forte richiamo al pensiero positivo. Leggiamo nel testo:

Il potere del pensiero positivo e I risultati del pensiero positivo, entrambi scritti dallo psicologo americano Norman Vincent Peale, possono essere una lettura appagante. La biblioteca municipale dovrebbe tenerli a disposizione. Non do importanza agli aspetti metafisici dei suoi argomenti, ma considero di grande valore la sua visione sulle tematiche fisiche e psicologiche. Il suo punto di partenza è che non importa tanto la malattia di cui uno soffre, quanto piuttosto il proprio atteggiamento verso di essa. L’uomo che dice “sconfiggerò questa malattia e vivrò una vita felice” è già a metà strada verso la vittoria…Ricorda che la speranza è un’arma potente anche quando tutto è perduto. Tu ed io, comunque, abbiamo ottenuto tanto nel corso degli anni e ne stiamo traendo vantaggi in molti aspetti importanti. Sei nei miei pensieri in ogni momento della mia vita”.

Ancora, le lettere sono un grande esempio di come Mandela abbia sempre tenuto insieme la convinzione nelle proprie idee e il rispetto dell’avversario. Nel luglio 1970, scrivendo alla moglie Winnie, riflette proprio sul comportamento da tenere nel dibattito pubblico sulla lotta contro l’apartheid. “La nostra causa è giusta. È una lotta per la dignità umana e per una vita onorevole. […] Possiamo essere sinceri e diretti senza essere avventati e offensivi, educati senza essere servili, possiamo attaccare il razzismo e i suoi mali senza incoraggiare sentimenti di ostilità”.

Detesto la supremazia bianca e la combatterò con tutte le mie forze - scrive poi nel 1976, in una missiva a un agente di polizia - ma anche quando lo scontro tra di noi avrà raggiunto la sua forma più estrema, combatterò sui principi e sulle idee, senza odio personale, e alla fine di tale battaglia, qualunque sia l’esito, ti stringerò la mano con orgoglio, in segno di moralità”.

Forse è questo uno dei modi più autentici per ricordare Mandela, a cento anni dalla sua nascita: riscoprire non solo il grande eroe anti apartheid, ma il padre e marito che per decenni ha dovuto, come tanti uomini e donne detenuti nelle carceri del mondo, trascorrere le giornate lontano dalla propria famiglia, vedendosi negati anche alcuni tra i diritti umani fondamentali, e che non ha mai perso la speranza in un Sudafrica - e un mondo - più giusto e libero dalle violenze.

13 luglio 2018

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Sudafrica, la nazione “arcobaleno”

dall’apartheid alla democrazia

Apartheid (letteralmente “separazione”) è il termine che definisce la politica di segregazione razziale istituita dal governo di etnia bianca del Sudafrica nel secondo dopoguerra, rimasta in vigore fino al 1993. È stata dichiarata crimine internazionale da una convenzione ONU nel 1973 e quindi inserita nei crimini contro l’umanità.
Per la prima volta il termine apartheid fu usato in accezione politica dal premier sudafricano Jan Smuts, nel 1917, ma solo dopo la vittoria del Partito Nazionale, una formazione nazionalista di destra, nel 1948 i neri e i bianchi furono separati sui mezzi pubblici o negli uffici statali e furono istituiti i bantustan, ghetti per la popolazione nera, nominalmente indipendenti ma in realtà sottoposti al controllo del governo sudafricano.

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