Gariwo: la foresta dei Giusti GariwoNetwork

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Guardiamo il mondo da un drone per contrastare la cultura del nemico

di Gabriele Nissim

Cosa saranno nei prossimi anni i Giardini dei Giusti che stiamo costruendo con entusiasmo in tutta Italia, in Europa e in alcuni Paesi sulle rive del Mediterraneo?
Diventeranno un luogo di crescita collettiva della società, mostrando gli uomini migliori che hanno creduto nel futuro dell’umanità, oppure ci racconteranno storie di uomini che hanno agito con valori diversi - e persino antitetici - a quelli che vediamo emergere nel mondo di oggi.
Saranno luoghi di educazione che ci ricordano gli ideali più alti della cultura europea, - il rispetto della dignità umana, l’accoglienza, il valore della democrazia e della pace -, o diventeranno ambiti di resistenza di fronte alle possibili derive del presente, o persino isole “felici” in cui fuggire dal mondo?
Chi governa il nostro Paese ne sarà orgoglioso, oppure li considererà un ostacolo a una deriva nazionalista e anti-europea?
Temo molto che alcuni vorranno onorare i Giusti di ieri, ma ci diranno che le loro storie appartengono a un passato diverso, che nulla ha a che fare con i problemi della società di oggi.

“Non facciamo paragoni con il nostro tempo – immagino sarà la loro reazione - ma oggi ci vogliono nuovi modelli.” Non lo diranno apertamente, ma molti si identificano con personaggi discutibili.
Alcuni guardano con simpatia a quanti usano i social per stigmatizzare il nemico e condannarlo al pubblico disprezzo. Il presidente americano Trump, cresciuto alla scuola di Steve Bannon, è forse l’esempio più emulato di chi ama attaccare con volgarità chi ha una opinione diversa dalla sua. L’obiettivo non è più quello di ragionare e dialogare, ma di invitare l’opinione pubblica a schierarsi contro qualcuno. Non si argomenta più con un articolo o un intervento ragionato in parlamento, ma lo si fa con un’invettiva che sostituisce un discorso razionale. Chi agisce in questo modo considera la stampa un nemico pericoloso e vede nelle regole della democrazia e delle istituzioni un impedimento da superare per affermare la propria verità.

Troviamo poi coloro che si identificano con quanti propongono il ritorno alle identità nazionali e vedono nell’Europa e negli organismi sovranazionali il nemico che ha messo in crisi la sovranità dei popoli. Fra i tanti che si sentono paladini di questa missione troviamo l’inglese Nigel Farage, anima della Brexit, l’ungherese Viktor Orban, che si è posto come paladino dei muri contro i migranti - che considera elementi inquinanti di una purezza etnica -, o il polacco Jarosław Kaczyński, che cerca di riportare in auge il nazionalismo polacco. Apparentemente tutti costoro, assieme a Marine Le Pen, all’austriaco Sebastian Kurtz del Partito popolare e alla tedesca Alice Weidel, leader di Alternative fur Deutschland, si sentono amici in una missione comune di rinnovamento, ma il richiamo alla superiorità della propria nazione (in Italia Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno coniato il mantra “prima gli italiani”) rappresenta l’anticamera di un conflitto permanente tra gli Stati che porta alla distruzione dell’Europa. Così si spingono le persone a vedere nei conflitti con l’altro la soluzione dei problemi. La deriva morale che porta gli uomini ad accettare il fascino della violenza e persino della guerra parte da una lunga preparazione.

Infine troviamo coloro che amano quanti sulla scena politica si presentano come i più puri e onesti in contrapposizione a tutti i politici precedenti. Non c’è niente di male a rivendicare il proprio progetto dopo un risultato elettorale. La questione che già si è ripetuta tante volte nella storia è che quando ci si presenta come i migliori in contrapposizione ad una democrazia di corrotti e di arrivisti, non solo si preclude la possibilità di fare delle cose insieme agli altri (elemento che costituisce il sale e la ricchezza della democrazia), ma si agisce politicamente con l’idea della resa dei conti finale. Chi non starà al gioco diventerà così un nemico pericoloso come ha sperimentato il nostro Presidente della Repubblica quando sono cominciate le trattative sul nuovo governo.
Se non si riconosce la propria parzialità assieme a quella degli altri, si cade nel discorso pericoloso del politico nuovo che si sostituisce alla democrazia rappresentativa come esponente di una volontà generale senza controllo. Così nascono le dittature e i totalitarismi.
Non esiste più la pluralità, ma soltanto i portavoce di un popolo con un solo pensiero. Ecco il fascino attuale di Rousseau. Le votazioni proposte nella rete diventano così l’espressione di una volontà unica che dovrebbe sostituirsi a quella parlamentare. La prima è quella genuina, la seconda è quella corrotta e distorta.

Come allora comportarsi in un clima dove, come diceva Churchill, i valori in cui si credeva fino a ieri sembrano capovolti e le nuove elite emergenti ottengono un grande consenso quando chiamano la società a manifestare la rabbia e l’odio verso i nemici?
Prima di tutto bisogna considerare che fortunatamente il peggio non è ancora accaduto e che nonostante queste tendenze è possibile intervenire per raddrizzare la possibile degenerazione del nostro tempo - come scriveva Shakespeare nell’Amleto.
Come farlo? Un suggerimento importante ci viene da Etty Hillesum, la quale invitava i resistenti a educare le persone che prendevano una strada sbagliata. Lei aveva capito che chi si apprestava a fare del male agli altri prima o poi avrebbe pagato un prezzo pesante nella sua psiche e nella sua reputazione.
Dunque non bisogna creare muri, ma spiegare con molta razionalità che la cultura del nemico che si alimenta con la paura e con la ricerca di facili soluzioni attraverso dei capri espiatori porta alla guerra di tutti contro tutti e all’infelicità personale.
Personalmente, quando incontro su Facebook persone che diffondono fake news e vanno alla caccia del nemico da disprezzare, mi trattengo dall’ira e tento di rispondere con garbo e dolcezza, cercando di invogliare l’interlocutore a un ragionamento razionale.
A chi vede nell’Europa il suo nemico e si lascia catturare da discorsi nazionalisti e percepisce il mondo che ci circonda come l’ostacolo alla sua libertà, ricordo sempre che la comunità europea con tutti i suoi difetti ci ha garantito due conquiste che la maggior parte dei popoli del mondo non hanno conosciuto: la pace e la democrazia.
L’Europa nelle due guerre mondiali ha prodotto mostri terribili: il nazionalismo che ha fatto morire milioni di giovani nelle trincee e i totalitarismi che hanno provocato lo sterminio degli ebrei e la persecuzione di milioni di uomini nei gulag sovietici.
Siamo usciti da questo abisso perché la comunità europea ha spezzato le barriere nazionali, i muri dell’impero comunista e ci ha abituati a cercare condivisione e dialogo tra popoli diversi. Se dovesse saltare la rete europea, cerco sempre di spiegare, ritornerebbe la legge del più forte che porta ai conflitti e alle contrapposizioni.

Ma è sufficiente tutto questo? Bastano i discorsi, che poi rischiano di diventare prediche inascoltate?
Credo che occorra ragionare su due elementi fondamentali, senza cui la paura e l’ansia possono scatenare gli istinti peggiori tra le persone.
Prima di tutto bisogna essere capaci di trasmettere il sogno di un nuovo futuro.
La mia generazione, dopo la guerra, è cresciuta con l’idea della libertà, della pace, della giustizia sociale. Ha sofferto, ha rischiato, ha commesso gravissimi errori, ma tra mille contraddizioni molti hanno afferrato il senso della loro esistenza in questo mondo.
Oggi improvvisamente sembra esserci un vuoto che spinge le persone a rinchiudersi in se stesse e a ricercare la soluzione magica nel proprio io, nella propria famiglia, nella propria nazione, etnia o religione. Così chi viene percepito come un ostacolo alla propria sovranità viene identificato come il nemico. E di fronte al nemico paradossalmente, come è sempre accaduto in guerra, molti ritrovano la solidarietà di gruppo. Odiando gli altri si amano i nostri simili, come osserva il rabbino Jonathan Saks, che definisce questo comportamento come malvagità altruistica. Non è un caso che chi semina il panico e la paura per i migranti parta dall’amore per gli italiani.
È dunque questo vuoto che va riempito con una nuova idealità e con una proposta politico-esistenziale in grado di fronteggiare i problemi del nostro tempo.
La solidarietà globale dovrebbe essere il punto di partenza, perché oggi se l’umanità non affronta come un corpo unico i cambiamenti climatici, i problemi dell’inquinamento, le migrazioni, le grandi questioni dello sviluppo in Africa, il nostro pianeta rischia di diventare sempre più inospitale, se non addirittura invivibile. Bisogna riscoprire il gusto di sentirsi cittadini del mondo al di là della propria origine, della propria religione, della propria nazione, perché mai come oggi le comunicazioni e la globalizzazione ci permettono di comprendere che tutti abbiamo un’unica appartenenza: quella che ci lega al nostro pianeta.

Pensiamo soltanto a come è cambiata la fotografia. Una volta il grandangolo ci permetteva di fotografare un orizzonte più vasto, oggi abbiamo tutti la possibilità di fotografare il mondo dall’alto attraverso i droni. È dunque più facile sentirci parte di qualcosa di più grande e nello stesso tempo sentire la nostra piccolezza di fronte alle immagini di sterminate galassie e di nuovi pianeti che le sonde ci mandano dallo spazio.
Esercitandoci a guardare il mondo dall’alto, come suggeriva Pierre Hadot, il grande studioso francese della filosofia antica, avvertiamo la pochezza di quanti vivono con l’idea del nemico e siamo più portati a sorridere di fronte ai limiti e alle manchevolezze degli esseri umani.
Il riconoscimento della nostra comune fragilità ci porta a riscoprire il gusto della solidarietà. La nostra potenza, come scriveva Baruch Spinoza, si realizza unicamente cooperando gli uni con gli altri.
Noi siamo fortunati perché viviamo in Europa, dove pur tra mille difficoltà abbiamo sperimentato dal dopoguerra i vantaggi della pace e della cooperazione.
Ora però è il tempo di riprogettare il futuro dell’Europa, sviluppando gli ambiti decisionali comuni e valorizzando la partecipazione democratica dei cittadini europei alle scelte politiche ed economiche.
Ritroviamo l’orgoglio di sentirci europei, perché la nostra comunità con la sua storia e la sua cultura può dare un grande contributo per una solidarietà globale, diventando un volano formidabile per la promozione della democrazia nel mondo, la prevenzione dei genocidi, per spingere le nazioni a impegnarsi nella grande battaglia per la sopravvivenza del pianeta di fronte ai cambiamenti climatici.

Ma come progettare e realizzare questi sogni di fronte alla meschinità di tanti comportamenti che registriamo nella società e nella politica?
Abituandoci a vivere la nostra quotidianità con il gusto della solidarietà, dell’amicizia, del dialogo, del perdono, non considerando mai gli altri come i nostri nemici, ma come una parte di noi.
Lo scrittore Wlodeck Goldkorn ha sostenuto su Repubblica che di fronte a questo ribaltamento dei valori da Budapest, a Varsavia, a Tel Aviv, molte persone si sono abituate a vivere in una bolla privilegiata, ghettizzandosi, trovandosi solo in certi ristoranti e frequentando persone con gli stessi gusti, non curandosi del resto del mondo. Vivono in una specie di isola dorata, fuggendo dalla realtà e tentando così di stare meglio. Non è così perché non si può mai essere felici in un mondo infelice, perché anche se ti chiudi in spazi protetti, quanto accade fuori condiziona comunque la tua vita.

Non è questa la migliore prospettiva di una resistenza morale. La posta in gioco dovrebbe essere di un altro tipo. Comportarsi in un certo modo significa rompere l’indifferenza, creare emulazione, trasmettere agli altri la speranza per spingere la società a un nuovo inizio. Si può essere orgogliosi di mostrare la possibilità di un comportamento virtuoso quando si guarda al mondo. Altrimenti è soltanto una fuga, anche se apparentemente può essere piacevole.
Come Spinoza ci ha insegnato, l’emulazione positiva del bene può disgregare l’emulazione negativa dell’odio e del disprezzo. I comportamenti virtuosi hanno una forza magica, non perché sono campati in aria o si basano sul sacrificio personale e sulla rinuncia - come molti sono portati a credere -, ma perché rappresentano il modo migliore di vivere la vita, di sentirsi più ricchi e di avvicinarci alla felicità. Chi riesce a trasmettere agli altri con il suo esempio questa dimensione umana riesce a compiere dei veri e propri miracoli, perché con i suoi comportamenti può cambiare il modo di pensare delle persone che vivono con pregiudizi nella difesa sterile del proprio ego.

Ecco allora il grande valore educativo dei Giardini dei Giusti che continueremo a lanciare in Europa e nel mondo. Possono diventare un retroterra per stimolare e valorizzare nella società l’emulazione positiva del bene, della conoscenza e dell’intelligenza. Non dobbiamo immaginarli come un museo del Bene, ma come uno stimolo ad agire con saggezza nella quotidianità. Dovremmo forse aprire una discussione tra i giovani e i visitatori dei Giardini. Che cosa è cambiato nella loro vita dopo avere scoperto una storia? Si è accesa una scintilla? Personalmente non avrei mai compreso come non farmi prendere dall’ira su Facebook di fronte a certe affermazioni se non avessi conosciuto il pensiero di Etty Hillesum. È da lei che ho capito come non cadere nella dinamica dell’odio e della cultura del nemico, anche quando si reagisce ad un sopruso e a una ingiustizia. Immagino così che questi Giardini potrebbero insegnare ai giovani a rifiutare il linguaggio di politici e giornalisti che nell’area pubblica fanno scalpore perché usano l’invettiva e il disprezzo.

Ulisse, ci racconta Omero, è riuscito a ritornare a Itaca affrontando l’ira degli dei e sfide impossibili usando la sua testa e la ragione. È una possibilità alla portata di tutti gli esseri umani, perché un pensiero razionale ci porta a diventare migliori e a raggiungere la meta.

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

Analisi di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

14 settembre 2018

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