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Gli adolescenti e la scuola

di Nadia Neri, psicologa analista

Provo a scrivere brevi note sulla scuola oggi e desidero chiarire preliminarmente che non intendo prendere posizione a favore o contro una delle componenti implicate nel lavoro scolastico. Troppo spesso, anche nel passato, ci si è schierati contro gli insegnanti, o questi ultimi hanno sentito come controparte i genitori, o gli psicologi e così via, minando alla base una possibilità di lavoro collaborativo.

Credo però che la situazione della scuola italiana sia così disastrosa che bisogna prendere posizione e provare a scuotere le coscienze. L'ispirazione di queste note mi viene dalla lezione di don Milani e della sua scuola di Barbiana, e anche da maestri come Mario Lodi. Quanti oggi conoscono queste esperienze? Una esigua minoranza purtroppo! Tutti i miei pazienti adolescenti sono venuti da me con una richiesta di psicoterapia per problemi legati alla scuola: attacchi di panico la mattina prima di entrare a scuola, ansia patologica di prestazione e così via. Già dalle elementari i bambini hanno una quantità di compiti a casa, soprattutto se il sabato non vanno a scuola, per cui passano giornate intere solo a studiare.

La situazione peggiora alle superiori. Il tempo scolastico è scandito soltanto da interrogazioni e verifiche, e i compiti vengono corretti in questo modo: si parte da 10, con cinque errori si scende a cinque, il voto prescinde dalla qualità degli errori e tutti sembrano assuefatti a questa contabilità. Questo ha molto poco a che vedere con la cultura. Quindi frequentare un liceo oggi significa affrontare soltanto un'ansia e un'angoscia quotidiane, e avverto sempre più come manchi completamente la passione che dovrebbe essere il sale dell'insegnamento. Si diffonde inoltre sempre più una pericolosa tendenza ad etichettare i ragazzi con problemi, con sigle diagnostiche che molto spesso i genitori accettano passivamente e con dolore, e quindi la scuola delega ad altri la risoluzione dei problemi.

Le sigle diventano così un alibi pseudoscientifico per vie di fuga collettive. Un esempio su tutti, l'ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder), importato dagli Stati Uniti come la moda della valutazione che sembra ormai necessaria in tutti i campi, porta a giudicare con la pericolosa pretesa di essere oggettivi e dimenticarsi completamente la qualità - che invece dovrebbe essere centrale nell'insegnamento e nell'approccio con i ragazzi.

So bene che anche i professori, mal considerati a livello collettivo, sottopagati e quindi doppiamente frustrati, non riescono a far fronte a situazioni difficili e all'apatia di tanti giovani - che spesso è anche la loro. In questo modo viene meno  la trasmissione di valori o di ideali e si resta solo prigionieri di una burocrazia sempre più invadente e inutile. Non si sollecitano più gli studenti a capire perché siano fondamentali le varie materie e, faccio un esempio, a schierarsi.

Nel bellissimo convegno organizzato da Gabriele Nissim a Padova nel 2000 sul genocidio degli ebrei e degli armeni, vi era un sottotitolo cruciale,'si può sempre dire un si o un no'. Questa frase, esemplare per la sua semplicità, dovrebbe interrogarci tutti e sempre. Quando parlo nelle scuole constato a volte come i ragazzi siano intimoriti da questo richiamo alla responsabilità individuale, che appare loro come un peso insostenibile. Perciò gli adolescenti vanno aiutati e contenuti nella loro angoscia, bisogna trasmettere speranza, abituarli a prendere posizione, a schierarsi. Mi vengono in mente le parole di fuoco di don Milani contro i cappellani militari - un controsenso inaccettabile che un prete benedica soldati ed armi.
Ci sono per fortuna  eccezioni in tante scuole italiane, ma sono una minoranza - e proprio per questo degna di lode. La scuola oggi dovrebbe avere un ruolo formativo centrale in un periodo storico nel quale, pensiamo solo all'Europa, vi sono rigurgiti consistenti di movimenti di estrema destra in Grecia, in Francia, in Ungheria, nei Paesi Bassi e anche in Italia, e non vedo purtroppo un allarme generale sulla crescita di consensi così consistenti.

Sembra ai giorni nostri che studiare - e tanto meno laurearsi - non serva a molto, poiché il successo si raggiunge in altro modo. Uno dei modi, al contrario, per affrontare la disperazione e l'apatia dei giovani è proprio quella di trasmettere come la cultura sia essenziale per sapersi difendere nei luoghi di lavoro, per orientarsi con consapevolezza nella vita e non rischiare così di essere manipolati mediaticamente e avere poi la terribile illusione di scegliere liberamente.

Analisi di Nadia Neri, psicologa analista

12 maggio 2014

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